La ricostruzione in Siria passa anche per Washington

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Mentre sta per cedere l’ultima resistenza dello Stato Islamico in Siria, il tema della ricostruzione è già diventato centrale nelle agende dei Paesi coinvolti. É stato lo stesso Presidente Bashar al-Assad a dare ufficialmente il via alla “reconstruction post-conflict” con l’inaugurazione del “Damascus International Exhibition”.

Assad invita gli investitori internazionali

Si tratta di una delle fiere più importanti del mondo arabo, nata nel lontano 1954. Dopo cinque anni di assenza causa guerra civile, la fiera è tornata quest’anno come vetrina per quella che sarà la nuova Siria. Il Direttore Generale della fiera, Fares al-Kartally, ha espresso l’importanza dell’evento come definitiva apertura del Paese agli investitori internazionali. Un allettante invito dunque per quegli attori che vogliono contribuire finanziariamente alla ricostruzione materiale, sociale, culturale, economica e politica di uno Stato strategico come la Siria. Come riportato dal portale arabo Al Monitor la Banca Mondiale ha già effettuato il calcolo dei costi per la ricostruzione siriana, stimandolo approsimativamente in centinaia di miliardi di dollari. Cifre che fanno gola a chiunque.



Priorità a Russia e Iran

Tuttavia la stessa Siria ha già stilato una lista preferenziale d’invitati che saranno ben accetti alla spartizione di questa torta. Ai primi posti ci sono ovviamente gli alleati, quelli che con un sostegno militare decisivo, hanno contribuito alla vittoria del Governo siriano. Russia e Iran su tutti. Già nel 2016 il Ministro degli Esteri siriano Walid Muallem prometteva “ferma priorità ai russi  nella ricostruzione della Siria”, con contratti per 850 milioni di dollari.

La stessa Russia si è subito impegnata, come riporta opendemocracy, nella ricostruzione di alcune delle principali moschee del Paese. Su tutte la mosche omayyade di Aleppo (con un costo stimato di 15 milioni di dollari). Corsia preferenziale anche per lo storico alleato iraniano, che già nella stessa fiera avrà la possibilità di presentare ben quaranta aziende (la presenza più consistente all’evento). “Le organizzazioni iraniane, i marchi e le camere di commercio provinciali sono intenzionate a venire incontro ai bisogni dell’economia siriana e aiutare il Paese a implementare i suoi progetti di ricostruzione”, ha dichiarato il Capo del Commercio, delle Industrie e dell’Agricoltura iraniano, proprio durante la fiera siriana.

Un gradino sotto gli alleati storici si è posizionata la Cina che a inizio agosto ha annunciato la volontà di investire 2 miliardi di dollari per la ricostruzione siriana. Impegno confermato velatamente dallo stesso Assad che a fronte di una recente conferenza ha detto che il suo Paese deve “guardare a Est”.

Gli Stati Uniti preparano una strategia contro Assad

C’è però chi ancora non si da pace per l’inaspettata vittoria del fronte russo-sciita e vede nella ricostruzione siriana un’opportunità per intralciare nuovamente il Governo di Damasco. Tra questi spiccano gli Stati Uniti. Usciva lo scorso 24 agosto un’analisi pubblicata dal Brookings Institute, think tank americano. In essa venivano delineate le istruzioni che la Casa Bianca dovrebbe seguire per il processo di ricostruzione siriano.

Quattro regole in tutto: bypassare Assad, indirizzarsi verso le realtà locali, procedere con piccoli investimenti, investire senza fretta. Quattro regole che se osservate attentamente contengono al loro interno una visibile strategia di lotta contro il Governo siriano. Per gli Stati Uniti dunque la guerra non è finita. “Canali transfrontalieri per finanziare la ricostruzione, nonché fuori dal controllo del regime sono l’unico modo per renderla effettiva” e ancora “grazie alle connessioni estese che attori esterni hanno sviluppato nelle comunità in Siria dal 2011, esiste la capacità di tracciare la ricostruzione come un processo bottom-up [dal basso verso l’alto] che accrescerà l’autonomia e l’indipendenza degli attori locali e ne rifletterà i bisogni”.

Finanziare “attori locali” dissidenti

In quest’estratto del documento del Brookings Institute c’è tutta la strategia americana per il post-conflict siriano. Dollari che non passino sotto il controllo del Governo e vadano a finanziare “attori locali”, possibilmente dissidenti, che senza fretta possano svilupparsi e crecere in autonomia. Insomma i potenziali germi di una nuova guerra. Non sarà difficile per gli Stati Uniti operare attraverso canali “indipendenti” per tali finanziamenti.

Organizzazioni umanitarie  come CARE International, IRC, Norwegian Refugee Council, Oxfam e Save The Children hanno già espresso perplessità circa la possibilità di finanziare direttamente il Governo per la ricostruzione. Gli Stati Uniti hanno poi la possibilità di esercitare una quasi schiacciante maggioranza all’interno del gruppo della Banca Mondiale, per indirizzarne i fondi a piacimento. Deposte le armi dunque si prepara la base di una nuova “rivoluzione colorata” a stelle e strisce.