La conferenza sulla ricostruzione dell’Iraq si è conclusa, nello sfarzoso palazzo Bayan di Kuwait City le autorità di Baghdad e quelle locali sono riuscite nell’intento di far accorrere sulle coste del Golfo Persico quasi ottanta delegazioni internazionali, tra rappresentanti di governo e delegazioni imprenditoriali; pur tuttavia, numeri alla mano, mancano almeno 58 miliardi di Dollari per raggiungere quello che per il governo iracheno era l’obiettivo minimo, ossia 88 miliardi. Tirando le somme, dopo i tre giorni dedicati alla ricostruzione di un paese che da poche settimane ha ufficialmente decretato finiti i combattimenti contro il califfato, la cifra accumulata è di trenta miliardi di Dollari, tra donazioni ed investimenti promessi da alcuni Stati e dai fondi della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite. Se il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, parla di grande successo, da Baghdad non si fa mistero di alcuni malumori per via del non raggiungimento di una cifra che potesse quanto meno essere la metà di quanto richiesto.

Niente aiuti da Usa e Francia

La vigilia della riunione di Kuwait City del resto, è stata contrassegnata dal forfait di alcune delegazioni ‘eccellenti’ a partire, soprattutto, dagli Stati Uniti: da Washington infatti, è stato annunciato come il governo Usa non ha intenzione di prendere parte ad alcun piano di ricostruzione dell’Iraq, dunque da oltreoceano non arriveranno quei Dollari che in tanti a Baghdad avevano dato per messi in cassa dopo gli aiuti militari forniti durante la lotta al califfato. La decisione del governo Trump ha spiazzato non solo le autorità irachene, ma anche molti osservatori internazionali: gran parte dei danni sono stati prodotti proprio dai bombardamenti USA, i quali hanno sì contribuito a cacciare l’ISIS da Mosul, ma al tempo stesso hanno raso al suolo la terza città irachena e numerosi altri importanti centri urbani. Inoltre, da Baghdad si faceva leva anche su un senso di responsabilità storica che però, da parte degli USA, non c’è stato: infatti, la destabilizzazione del paese, con successivo avanzamento del terrorismo islamico e del califfato, è iniziata proprio dalla guerra voluto da Bush junior del 2003 e dalla caduta del governo del partito Baath.

Oltre agli Stati Uniti, anche la Francia si è defilata per ciò che concerne la ricostruzione; Parigi non contribuirà finanziariamente alla ricomposizione fisica e sociale dell’Iraq, dal paese transalpino inoltre nessun imprenditore e nessun rappresentante di governo è volato a Kuwait City per prendere parte ai lavori del forum. Anche la Francia ha fatto parte della coalizione militare anti ISIS, ma ha operato maggiormente in Siria; diversi osservatori, fanno notare come Macron ed il suo governo non considerino l’Iraq un paese strategico per i loro interessi, al contrario invece di quanto avviene per la Libia e per la stessa Siria.

I principali finanziatori della ricostruzione in Iraq

Dei trenta miliardi promessi a Baghdad, almeno cinque arriveranno dalla Turchia: il governo di Ankara ha fatto la parte del leone a Kuwait City durante i lavori del forum, presentandosi sia con la delegazione governativa che con numerosi imprenditori; il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha ribadito l’amicizia e la vicinanza tra i due paesi, promettendo per l’appunto i cinque miliardi di Dollari di finanziamento, ma anche la collaborazione di imprese e numerosi attori privati nell’opera di ricostruzione. Altri cinque miliardi invece, arriveranno dai paesi del golfo: in tal senso, è il Kuwait che erogherà maggiori fondi per l’Iraq, con Bahrain, Qatar ed Oman pronti a far la loro parte; proprio dalla penisola arabica però, arriva un importante distinguo da parte dell’Arabia Saudita. Il governo dei Saud infatti, ha affermato di finanziare la ricostruzione a patto di una decisa lotta contro la corruzione, ma soprattutto di un orientamento politico non eccessivamente proiettato verso Teheran.

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Dal canto suo, proprio l’Iran ha promesso l’aiuto tramite però l’iniziativa dei propri imprenditori privati: dalla Repubblica Islamica infatti, non arriveranno finanziamenti diretti da parte del governo, bensì la partecipazione di imprese ed aziende all’opera di ricostruzione delle principali infrastrutture danneggiate dalla guerra. Tra i paesi europei, il paese più attivo in tal senso è invece la Gran Bretagna: i rappresentanti di Londra presenti in Kuwait infatti, hanno promesso un credito sulle esportazioni irachene pari ad un miliardo di Dollari per i prossimi dieci anni;  l’Italia ha confermato invece 11 milioni e mezzo in aiuti, prendendosi poi l’impegno per altri 260 milioni in crediti a tassi privilegiati vicini allo zero. Gli altri fondi arriveranno invece dall’ONU, che proseguirà nel suo programma volto al rientro di numerosi sfollati nelle proprie città, oltre che dalla Banca Mondiale; alla fine, come detto, sono arrivati circa 58 miliardi di Dollari in meno del previsto, ma l’altra incognita riguarda la tempistica dell’erogazione dei trenta raccolti da Baghdad durante il forum kuwaitiano.

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