In parallelo alla Terza guerra del Golfo è ormai scoppiata la Quarta guerra del Libano, che sta sia prendendo sia le forme di spin-off dell’assalto israelo-americano all’Iran sia i connotati di conflitto a sé stante, dalla durata potenzialmente indeterminata, per il clima di resa dei conti tra Tel Aviv e la milizia sciita di Hezbollah che porta con sé.
Il conflitto del Sud del Libano del 1982-2000 e la guerra del Libano del 2006 avevano segnato due momenti di grande scacco per Israele di fronte all’influenza del Partito di Dio nello Stato limitrofo, l’invasione del 2024 aveva fortemente dimidiato le capacità di Hezbollah decapitandone la leadership, a partire dal Segretario generale Hassan Nasrallah, e ora l’attacco scatenato in risposta ai lanci di missili dal Libano del 2 marzo ha un portato di redde rationem e travolge uno Stato che nell’ultimo anno e mezzo aveva cercato di trovare una nuova unità.
La guerra travolge la fragile unità del Libano
L’ascesa di Michel Aoun alla presidenza e di Nawaf Salam alla carica di primo ministro di Beirut aveva provato a plasmare una nuova normalità per il Libano, salutato poco meno di tre mesi fa come “profezia di pace” da Papa Leone XIV nella sua visita nel Paese dei Cedri. Una profezia infranta dall’irresponsabilità di Hezbollah verso il suo stesso popolo e dall’assalto israeliano, che corona un anno e mezzo di scarso rispetto del cessate il fuoco da parte di Tel Aviv. Oltre 826 i civili uccisi dal 2 marzo in avanti mentre, ad oggi, il Libano è intrappolato in una quadruplice trappola.
In primo luogo, Israele sta continuando a martellare Beirut e il Sud del Paese, sta espandendo la fascia di operazione di terra dell’esercito, sta puntando a colpire inesorabilmente Hezbollah. Hilal Khanshan di Geopolitical Futures nota che Israele punta duramente membri e vertici di Hezbollah sottolineando come “l’obiettivo sia eliminarli come forza combattente” e non solo, dato che Israele mira anche a “mettere al bando la loro dimensione politica. Hezbollah ha due componenti, una militare e una politica. Quindi il piano è anche quello di smantellare la loro amministrazione civile e il loro establishment politico”. Questo difficilmente può favorire un mantenimento della pacificazione interconfessionale nel Libano che si gioca su un fragile equilibrio tra cristiano-maroniti, sunniti e sciiti.
In secondo luogo, le istituzioni libanesi sono ancora in fase di graduale consolidamento e le forze armate del Paese non hanno la capacità né di fornire un argine all’assertività israeliana né di contenere Hezbollah, le cui attività sono state dichiarate illegali da Salam e Aoun.
Il precario contesto internazionale.
Terzo punto, la guerra rischia di saldarsi ad altri scenari critici come quello siriano mentre, al contempo, rimane in dubbio il futuro della missione Onu Unifil che dovrebbe concludersi entro il 2027. Il mantenimento della pace avrebbe dovuto essere sostenuto da maggiori risorse e maggiori capacità d’azione, e molto spesso la missione Onu, con un importante contingente italiano al suo interno, si è trovata nel fuoco incrociato del turbine della guerra.
Da ultimo, la quarta guerra del Libano trova pochi spazi per una mediazione istituzionale credibile sul piano internazionale. Il colpo politico tentato dal presidente francese Emmanuel Macron è parso, per ora, l’unico in tal senso. Macron, nota Axios, ha proposto Parigi come sede di un negoziato fondato sullo stop delle operazioni militari israeliane in Libano e sul mutuo riconoscimento Beirut-Tel Aviv che si propone di “contribuire a ridurre l’escalation della guerra , prevenire una prolungata occupazione israeliana del Libano meridionale, aumentare la pressione internazionale per il disarmo di Hezbollah e aprire la strada a uno storico accordo di pace”, nota Axios.
Se questo può contribuire alla distensione verso Beirut, non risolverebbe però nel breve periodo la grana del conflitto Israele-Hezbollah, giunto a livelli di massimalismo ideologico oltre che militare. In tal senso, da segnalare che l’ex ministro israeliano degli affari strategici e stretto alleato di Benjamin Netanyahu Ron Dermer è stato dato in visita in Arabia Saudita da fonti di Tel Aviv al fine di espandere un fronte negoziale che sicuramente può rendere interessante il piano-Macron ma ora come ora può consolidare il massimalismo di Hezbollah.
Il problema umanitario
Sullo sfondo prosegue una durissima emergenza umanitaria. “Nei giorni scorsi abbiamo assistito a un’ulteriore escalation, con attacchi intensificati e anche ordini di evacuazione rivolti in continuazione”, dice a InsideOver Francesca Lazzari, responsabile Avsi per il Libano, che ricorda come giovedì 12 marzo Israele ha “iniziato a bombardare Beirut città, non solo la periferia. Parliamo di uno scenario non nuovo e che abbiamo già visto nel 2024 ma decisamente preoccupante”. La responsabile dell’Ong nel Paese dei Cedri ricorda che si moltiplicano “gli ordini di evacuazione al Sud e anche se le statistiche ufficiali parlano di 800mila persone costrette a lasciare le proprie case, il numero probabilmente è già oltre 1 milione”.
Avsi è in campo per sostenere la popolazione civile: “Dallo scoppio dell’escalation siamo dediti alla risposta umanitaria, rispondiamo alle necessità concrete della popolazione e all’accoglienza degli sfollati”, nota Lazzari, sottolineando che in Libano “c’è bisogno di fornire generi di prima necessità agli sfollati nei rifugi e nelle strade, e inoltre stiamo coprendo anche altri rifugi e fornendo conforto e attività ricreative per i bambini per aiutare i civili a rispondere all’escalation più ampia dal 2006″.
La gestione della crisi umanitaria è coordinata dal mandato dal Ministero degli Affari Sociali e nel frattempo le agenzie delle Nazioni Unite e le parrocchie e il Vicariato Latino contribuiscono a coordinare l’assistenza. Lazzari ricorda anche Padre Pierre al-Rahi, il religioso ucciso nel bombardamento della sua parrocchia: “Era un grande amico di Avsi, ci lavoravamo da 20 anni assieme, molti nostri collaboratori con lui hanno perso un amico”. Leone XIV ha detto di Al-Rahi: “Voglia il Signore che il suo sangue sparso sia seme di pace per l’amato Libano“. La profezia di pace è a rischio. E con essa l’intera architettura del Medio Oriente. Il Libano come metafora di una regione che non riesce a dimenticare, anno dopo anno, la guerra vede il suo futuro in gioco. E le istituzioni sembrano più oggetto che soggetto in una guerra a tutto campo che vede Tel Aviv e Hezbollah alzare lo scontro a livello esistenziale.