La propaganda di guerra israeliana sfrutta lo stile dello Studio Ghibli

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Negli ultimi giorni, i social media sono stati travolti da un’ondata di immagini generate dall’intelligenza artificiale che emulano l’inconfondibile estetica di Hayao Miyazaki, il poeta dell’animazione giapponese. Un omaggio, si potrebbe pensare. Ma come spesso accade nel mondo iperreale della comunicazione digitale, ciò che nasce come gioco finisce per rivelare qualcosa di molto più inquietante.

La cosiddetta “tendenza Ghibli”, un tributo visivo allo Studio Ghibli, fondato dallo stesso Miyazaki, è diventata un inaspettato campo di battaglia tra estetica e politica. Attraverso il filtro sognante e malinconico del maestro giapponese, utenti di tutto il mondo hanno trasfigurato eventi storici, fotografie personali e scene cinematografiche, creando un universo alternativo dove la realtà appare addolcita, quasi evanescente. Ma quando questa magia incontra immagini di guerra o ingiustizia, l’incantesimo si rompe: lo scontro tra il “come vorremmo” e il “come è” diventa inevitabile e doloroso.

Il 30 marzo, l’account ufficiale dell’esercito israeliano su X (ex Twitter) ha generato una forte reazione negativa, pubblicando quattro immagini create con intelligenza artificiale in stile Ghibli. Le immagini raffiguravano soldati in posa, un marinaio con cannoni antiaerei e aerei F-15. La didascalia, con un tono che richiamava quello di un post pubblicitario, recitava: “Abbiamo pensato di seguire anche noi la tendenza Ghibli“. Ma la risposta degli utenti è stata di profonda indignazione. Migliaia di commenti hanno criticato aspramente l’iniziativa, considerandola un tentativo inappropriato di migliorare l’immagine dell’esercito israeliano, accusato di crimini di guerra e genocidio. La provocazione è intollerabile, mentre Gaza sprofonda nell’apocalisse umanitaria, l’esercito israeliano gioca a cartoni animati. Le immagini in stile Ghibli, soldati sorridenti e aerei ‘da fiaba’, hanno fatto esplodere la rete. L’esperimento di ‘branding soft’ è fallito. invece di attirare simpatia, le illustrazioni AI hanno sottolineato il divario abissale tra la narrazione militare israeliana e la realtà di Gaza, dove ospedali, scuole e intere famiglie vengono cancellati.

La reazione del Web

L’ironia amara che si manifesta online è un riflesso della profonda incongruenza percepita. L’estetica di Hayao Miyazaki, un artista che ha utilizzato la sua arte per denunciare la brutalità del militarismo, viene ora utilizzata per abbellire l’occupazione militare. L’indignazione è globale, espressa in diverse lingue. L’estetica Ghibli, con la sua delicatezza e il suo umanesimo intrinseco, è stata trasformata in un filtro per filtrare la realtà della guerra, come se fosse possibile riscrivere la storia con tratti morbidi e colori pastello.

Le posizioni espresse da Hayao Miyazaki stesso mettono in luce un netto dissenso. Nel 2003, il maestro si rifiutò di partecipare alla cerimonia degli Oscar in segno di protesta contro l’invasione dell’Iraq. Nel 2016, commentando le prime immagini generate dall’intelligenza artificiale, le definì “un insulto alla vita stessa”. Queste prese di posizione oggi vibrano di nuova urgenza, poiché i suoi ideali vengono distorti e ridotti a un’estetica priva di anima.

Ma il Web non si è limitato a criticare. Ha risposto con le stesse armi. Nuove immagini generate in stile Ghibli sono state diffuse online, raffiguranti visioni infernali come bambini palestinesi intrappolati sotto le macerie, famiglie costrette alla fuga, e soldati israeliani intenti a compiere atti di saccheggio. Il surreale ha assunto connotazioni grottesche, raggiungendo l’apice con la diffusione di immagini che ritraggono militari israeliani in pose inappropriate con indumenti intimi femminili, una rappresentazione visiva e reale della sistematica violazione delle abitazioni palestinesi. Si è verificato un rovesciamento paradossale, la capacità di trasporre qualsiasi scenario in una narrazione fiabesca ha innescato una riflessione sulla necessità di rivelare, attraverso lo stesso mezzo, gli orrori della realtà.

L’episodio in questione ha svelato una limitazione intrinseca dell’intelligenza artificiale, ovvero, la sua capacità di replicare un’estetica non si estende alla riproduzione di un’anima. Quelle immagini, pur tecnicamente impeccabili, tradiscono un vuoto essenziale, la mancanza di quel respiro vitale che solo il tocco umano, con le sue imperfezioni e intuizioni, sa infondere e che caratterizzano Miyazaki. Quando applicata alla rappresentazione di un conflitto come quello di Gaza, questa simulazione estetica assume toni grotteschi, il tentativo di tradurre l’indicibile in linguaggio fiabesco non produce comprensione, ma una pericolosa rimozione. La dissonanza tra la realtà sanguinante e la sua versione edulcorata non è solo un fallimento artistico, ma un atto di violenza semiotica che trasforma cadaveri in elementi di design e sofferenza in trending topic.

Un nuovo strumento di propaganda

La questione, però, non è soltanto artistica o etica, ma profondamente politica. L’uso delle immagini AI per riscrivere la percezione di guerre, conflitti e crisi umanitarie è un fenomeno che va ben oltre il caso dell’esercito israeliano. Stiamo assistendo alla nascita di un nuovo strumento di propaganda, capace di smussare gli angoli più taglienti della realtà e renderla digeribile al grande pubblico.

La guerra, filtrata attraverso algoritmi, diventa un prodotto digitale, un’esperienza estetica disincarnata, svuotata del suo peso umano. Non è più morte, ma composizione visiva, non più sofferenza, ma palette di colori. Questa è l’alienazione digitale, il processo che trasforma l’orrore in contenuto e lo spettatore in consumatore passivo di atrocità edulcorate.

Il pericolo non è solo la falsificazione dei fatti, ma la loro neutralizzazione emotiva. Quando i corpi sotto le macerie diventano elementi di design, quando le urla si perdono nel fruscio di un feed, cosa resta della nostra capacità di indignarci?

Il problema è che il pubblico, spesso sommerso da un flusso inarrestabile di immagini e informazioni, rischia di assuefarsi a questa estetizzazione della realtà. Quando la violenza estrema, come nel caso dell’esercito israeliano, viene confezionata in modo accattivante, la percezione dell’orrore si attenua. È il principio del sublime rovesciato, anziché trovarci di fronte a qualcosa di troppo grande e terribile per essere compreso, siamo immersi in una versione mitigata, quasi rassicurante, di ciò che accade nel mondo.

Forse è qui che si gioca la vera battaglia. Non tra pixel e pennelli, né tra intelligenza artificiale e tradizione, ma tra chi crede che l’arte possa essere ridotta a uno stile e chi sa che l’arte, quella vera, è sempre un atto morale. La scelta tra guardare una guerra attraverso la lente di Miyazaki o affrontarla nella sua cruda realtà non è solo una questione di gusto, ma di responsabilità. Perché quando la bellezza diventa anestetico, il rischio è che smettiamo di vedere davvero.