Si fa sempre più stretto il legame tra il governo inglese e i ribelli che combattono contro il regime di Bashar Al Assad. Proprio oggi, su queste pagine, Fulvio Scaglione notava come i “documenti” che dimostrerebbero la collusione tra il governo siriano e lo Stato islamico siano stati girati a Sky da uomini dell’Esercito siriano libero, “ovvero: dei nemici giurati di Assad che sono stati presi a calcioni anche dall’Isis”.A tal proposito è bene riprendere un interessante articolo pubblicato dal Guardian proprio in queste ore.  Secondo il quotidiano britannico, Londra starebbe aiutando i ribelli nel combattere “la guerra della propaganda” contro Assad. E non da oggi. Questa scelta sarebbe maturata nell’autunno del 2013, quando David Cameron comprese che era ormai impossibile un intervento militare in Siria. E qui veniamo ad un problema evidenziato dallo stesso Guardian: i ribelli siriani sostenuti da Londra rappresentano “un’alleanza complessa e variabile di fazioni militari”. “Complessa” e “variabile”, due aggettivi che dovrebbero far riflettere i governi che sostengono queste forze. “Complessa” perché formata da mille gruppuscoli di difficile identificazione e “variabile” perché spesso accade che i ribelli si radicalizzino e passino nelle file di movimenti legati o ad Al Qaida o a Daesh. Uno degli ultimi casi, lo scorso settembre, quando l’unità Nsf (New Syrian Forces), addestrata dagli americani, ha consegnato “sei camioncini e una parte delle munizioni di cui era in possesso a presunti esponenti del Fronte al-Nusra”. Queste le parole di Jeff Davis, portavoce del Dipartimento della Difesa Usa. O ancora, per rimanere al caso inglese: Harakat al-Hazm, gruppo sostenuto a livello di propaganda dal governo di Sua Maestà, sparisce nel marzo del 2015. Prima di sparire, però, consegna il suo arsenale ai terroristi di Al Nusra. Come riporta la Reuters, Harakat al-Hazm era sostenuto anche dalla Cia, che, tra le altre cose, gli aveva ceduto anche missili Tow. Lo stesso Guardian ammette: “Decidere quali fazioni supportare è rischioso per il governo perché molti gruppi sono diventati sempre più estremisti nel corso di questi cinque anni di guerra civile”.Propaganda ribelle made in UkProfessionisti della comunicazione, pagati dal Foreign Office inglese, ma supervisionati dal Ministero della Difesa, hanno il compito di rendere appetibile all’Occidente la causa dei ribelli moderati. Come farlo? Curando la loro propaganda. Lo spiega sempre il Guardian: “Producendo video, foto, rapporti militari, trasmissioni radiofoniche, stampe e post sui social media con i loghi dei gruppi che combattono. Inoltre (i “contractors” pagati da Londra ndr) gestiscono un ufficio stampa per i combattenti dell’opposizione”. Ovviamente, rileva sempre il Guardian, il logo del governo inglese non compare mai.Inizialmente l’obiettivo degli inglesi è quello di tenere “un piede sul campo”. Londra, attraverso il “Conflict and Stability Fund”, spende e spande per la causa dei ribelli: 2.4 milioni di sterline fino ad oggi. Il governo di Sua Maestà incarica il personale di Istanbul di consegnare comunicazioni strategiche per aiutare l’opposizione armata (ma “moderata”) siriana. L’obiettivo è quello di creare legami tra ribelli e Occidente: “Selezionare e formare un portavoce capace di rappresentare tutti i gruppi ribelli moderati armati in un’unica voce”. Come spiega il Guardian, il governo inglese punta ancora una volta all’Esercito Siriano Libero.Anche la Norvegia fa la sua parteDall’Inghilterra spostiamoci più a Nord. La notizia è di oggi ed è stata diramata dal solitamente ben informato Analisi Difesa: “La Norvegia invierà 60 istruttori militari per addestrare e consigliare i miliziani del Free Siryan Army nella lotta contro lo Stato islamico”. Ancora una volta, un governo europeo punta sull’Esercito siriano libero. La motivazione è sempre la stessa: addestriamo i ribelli per contrastare lo Stato islamico. Il problema è che poi queste milizie, al posto di combattere contro i jihadisti, attaccano le forze governative siriane, alimentando ancora di più il caos in Siria.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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