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La nuova forza armata americana, la Space Force fortemente voluta dall’amministrazione Trump, vede la sua prima missione all’estero in un teatro molto particolare: la penisola arabica. Come riportato in un comunicato ufficiale, 20 avieri assegnati al 16esimo Expeditionary Space Control Flight e al 609esimo Air Operations Center hanno preso servizio il primo settembre presso il complesso Silent Sentry della base Usa di al-Udeid, in Qatar.

Quella in Qatar è il primo schieramento all’estero per la Space Force, che è diventata la sesta forza armata degli Stati Uniti ed è la prima nata dalla creazione dell’U.S. Air Force nel 1947.

A giugno del 2018 il presidente Trump aveva ordinato la creazione della Space Force col fine di riaffermare la supremazia americana nello spazio in aperta sfida alla Russia e alla Cina. “Sono qui per ordinare al Dipartimento della Difesa e al Pentagono di avviare immediatamente il procedimento necessario per istituire una Forza Spaziale come sesto ramo delle forze armate” erano state le parole del presidente durante una riunione del National Space Council.

La nascita vera e propria della nuova forza armata, però, risale allo scorso dicembre, quando la Camera dei Rappresentanti del parlamento Usa ha approvato il bilancio per la Difesa che prevedeva, tra le altre cose, lo stanziamento dei primi fondi per la Space Force.

Una decisione in controtendenza rispetto a quanto intrapreso dalla Russia, che ha riunito i comandi dell’Aeronautica e quello Spaziale in uno solo, razionalizzando quindi la catena gerarchica con la creazione della Vks (Vozdušno-kosmičeskie Sily) la forza aerospaziale russa che ha preso il posto della Vvs (Voyenno-Vozdushnye Sily). Una decisione che ha generato anche malumori in seno all’Air Force, che temeva di perdere il controllo diretto sulla gestione della progettazione degli assetti connessi all’attività spaziale, come i satelliti e, probabilmente, anche i radar di allarme precoce.

Il processo di sganciamento del ramo spaziale da quello aeronautico era in atto già da tempo: nel 2016 era stata creata la Smf (Space Mission Force) ovvero un reparto inquadrato nell’Usaf posto sotto il controllo diretto del Comando Spaziale (Afspc) con il compito di monitorare ed impiegare al meglio tutti i sistemi satellitari militari e di intraprendere azioni offensive e difensive volte a mantenere la supremazia americana in questo campo di battaglia. Successivamente abbiamo assistito alla nascita degli Space Corps, un reparto che dipende dal Dipartimento dell’Air Force così come i Marines dipendono dall’U.S. Navy, senza dimenticare la nascita dell’U.S. Space Command, primo vero comando “autonomo” che presiede alle attività spaziali.

Lo spazio rappresenta sempre più un nuovo campo di battaglia “attivo”, grazie ai nuovi assetti in grado di colpire i satelliti avversari con armi cinetiche, oppure con sistemi laser basati a terra. La decisione di inviare elementi della Space Force in Qatar, però, non è principalmente dovuta al controllo e contrasto dell’attività spaziale di quelli che sono i due più grandi avversari degli Stati Uniti, ovvero la Russia e la Cina, ma è la cartina tornasole delle crescenti tensioni tra Washington e Teheran.

L’Iran, infatti, lo scorso aprile ha effettuato il suo primo lancio coronato da successo di un satellite che ha preoccupato non poco il Pentagono, non tanto per la conquista dello spazio da parte del regime degli Ayatollah, quanto per l’evidenza che il programma missilistico iraniano ha fatto un salto in avanti verso la capacità intercontinentale con un vettore affidabile.

La presenza della Space Force nella base di al-Udeid intende anche fornire una base avanzata per il contrasto all’attività di disturbo dei segnali elettronici nella delicata area del Golfo Persico: sappiamo infatti che uno dei compiti degli avieri che opereranno in Qatar sarà quello di geolocalizzare, caratterizzare e segnalare le fonti di interferenza elettromagnetica alle risorse satellitari statunitensi.

“L’esercito fa molto affidamento sulle comunicazioni satellitari, per la navigazione e l’allarme missilistico globale” ha detto il capitano Ryan Vickers, un membro della forza spaziale appena giunto ad al-Udeid all’Associated Press.

Le truppe americane, ha aggiunto, utilizzano sistemi Gps per tracciare le navi che passano attraverso snodi strategici del Golfo “per assicurarsi che non si trovino in acque territoriali di altre nazioni”.

Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa il 20% del petrolio mondiale, è stato teatro di una serie di incidenti con l’Iran quando ha sequestrato natanti che sosteneva avessero sconfinato, ed il sospetto è che Teheran abbia messo in atto una qualche forma di jamming del segnale Gps che li ha messi fuori rotta creando così un incidente diplomatico.

Anche la Federal Aviation Administration, l’ente aeronautico civile degli Stati Uniti, ha avvertito che gli aerei che si trovano a volare sul Golfo Persico potrebbero subire interferenze e disturbi delle comunicazioni. Secondo le autorità americane, navi in transito nella regione hanno anche segnalato tentativi di spoofing delle comunicazioni da entità sconosciute che affermavano falsamente di essere navi da guerra statunitensi o della coalizione.

Gli uomini della Space Force saranno quindi impegnati sostanzialmente in una doppia missione: controllare l’attività missilistica (e spaziale) iraniana e contrastare l’attività di jamming/spoofing molto presumibilmente messa in atto da Teheran identificando e bloccando le sorgenti dei segnali di disturbo.

Da parte dell’Iran si afferma che non saranno tollerate interferenze e, in conformità con il diritto internazionale, si risponderà a qualsiasi attacco che minacci la sovranità della Repubblica Islamica. Il timore, infatti, è che gli operatori della Space Force possano intervenire non solo “spegnendo” le sorgenti di disturbo iraniane, ma anche effettuare cyber attacchi alle infrastrutture sensibili di Teheran oltre che sabotare il programma missilistico o nucleare.

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