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Non sembra lontano quel 18 Aprile 1988, quando la Marina degli Stati Uniti lanció, come azione di rappresaglia, l’operazione Praying Mantis contro obiettivi iraniani nel Golfo Persico. Oggi gli equilibri tra le due nazioni sembrano ancor di più emulare l’oscillazione di un pendolo isterico e per questo motivo il Pentagono è costretto a riflettere sull’impiego di unità navali che possano essere utili a fronteggiare le tensioni nell’area.

Le tensioni nel Golfo Persico

Le acque del Golfo Persico, sebbene poco profonde, riservano ruvidi flutti per le politiche statunitensi, le quali, dopo il conflitto con l’Iraq, hanno avuto non pochi grattacapi per poter proteggere i siti petroliferi nella zona. Infatti, molte complicazioni sembrerebbero essere sorte proprio a causa dei bassi fondali che avrebbero impedito a cacciatorpedinieri ed incrociatori americani di poter svolgere le proprie missioni nell’area.

Ma la vera ragione delle tensioni, però ,si addurrebbe alle continue minacce, da parte delle milizie navali della Guardia Rivoluzionaria Iraniana, le quali avrebbero indotto il Pentagono ad optare su scelte di armamenti che fossero in grado di poter competere con la flotta di corvette munite di razzi e di missili anti nave iraniane. L’analisi delle risorse mostra come la sensibilità di quei siti continui a produrre bracci di ferro anche con la Russia, ricordando proprio come lo scorso maggio le autorità greche, su richiesta degli Stati Uniti, hanno predisposto il sequestro di una petroliera del Cremlino, contenente all’incirca 100.000 tonnellate di greggio iraniano.

Affari Internazionali, infatti, riferisce che l’imbarcazione Promsvyazbank fu bloccata, proprio perché sospettata di violare le sanzioni imposte all’Iran. Quest’ultima, non contenta, passò sotto un’altra compagnia russa chiamata Transmorflot. Ma, sfortunatamente, anch’essa è finita nel mirino di Washington perché dapprima batteva bandiera russa e successivamente, in un goffo tentativo di evitare le sanzioni, quella iraniana. Questo ha provocato un nuovo sequestro della nave ed un scontro epico per procura, che ha contribuito ad innalzare la-tensione nel Golfo. La crisi diplomatica infatti, camminava sul filo del rasoio a causa della partnership di Mosca proprio con Siria e Iran, in quanto gli Usa avevano capito che l’interesse russo mirasse all’approvvigionamento di quel petrolio a causa delle sanzioni imposte per la questione ucraina. Il sequestro del greggio iraniano, però, non ha fatto altro se non innescare la reazione dell’Iran con il temporaneo sequestro di due petroliere greche dirette negli Stati Uniti e di stanza nel Golfo Persico. Ovvero la Delta Poseidon e il Prudent Warrior.

Ecco chi fa il lavoro sporco contro l’Iran

A causa di queste problematiche Washington è dovuta correre quindi ai ripari per fronteggiare le sfide geopolitiche nell’area. I piani strategici sono dovuti ricadere su forze navali ben distanti da armamenti di grossa stazza, bensì su imbarcazioni agili e nel contempo pesantemente corazzate, in grado di fare il lavoro sporco per controllare le navi iraniane. La scelta degli Usa si è orientata su unità che in passato non erano tenute in grande considerazione, ma oggi divenute indispensabili. Le navi prescelte si riferiscono alle motovedette di classe Cyclone, armamento destinato al pattugliamento costiero, le cui caratteristiche consentono il trasporto di ben 28 membri di equipaggio e sono armate con mitragliatrici, cannoni da 25 mm, 2-supporti quadrupli per missili antinave di classe Griffin oltre ad un lancia granate.

Già punte di diamante per le operazioni americane dalle basi del Bahrain, queste imbarcazioni stanno dimostrando di poter sostenere missioni di lungo corso e di offrire le giuste garanzie per proteggere gli interessi degli Stati Uniti. A conferma di tale efficienza ci sarebbero le proiezioni della Us Navy, in realtà, già fortemente intenzionata a continuare su questa direzione. Infatti, sembrerebbe che la Marina statunitense, invece di mettere a riposo queste unità navali, come previsto per il 2024, avrebbe optato di voler rinnovare i loro piani d’impiego. Le dialettiche editoriali statunitensi, però, riflettevano già da tempo, sulla questione Cyclone, tanto da volerle sostituire con motovedette di nuove generazione dal cuore robotico. Nell’analisi delle risorse si evince, infatti, che l’ammiraglio John Richardson, già nel 2019, prevedeva che i nuovi veicoli dovevano essere una combinazione di unità navali dotate di piloti e nel contempo autonomi. Sulla questione anche il Comandante Fox, ribadiva che utilizzare nuovi mezzi di pattugliamento, sarebbe stato un doppio vantaggio. Ma la rinnovata fiducia della Marina alle Cyclones sembra però essere l’unica verità che testimonia, oggi, la capacità di questo armamento di poter continuare a prestare il suo onorato servizio, sfidando anche le lancette del tempo.

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