Alla fine una portaerei degli Stati Uniti stazionerà nel Golfo Persico. La Uss Abraham Lincoln, richiamata all’ordine dal suo pattugliamento nel Mar Cinese Meridionale, area di responsabilità della 7ª Flotta, ha attraversato ieri mattina lo stretto di Malacca e sta puntando verso le coste dell’Iran, dove il presidente Donald Trump aveva già scelto di schierarla nel 2019, durante la crisi delle petroliere e del libero transito del greggio attraverso lo stretto strategico di Hormuz.
Secondo quanto reso noto, la portaerei e il suo Carrier Strike Group, forte di quattro cacciatorpediniere lanciamissili guidati classe Arleigh Burke – la Uss Spruance, Uss Michael Murphy, Uss Frank E. Petersen Jr. – e con buone probabilità anche di di un sottomarino d’attacco che potrebbe attenderla nel Mar Arabico, dovrebbero raggiungere la loro posizione nell’area di responsabilità del Comando Centrale degli Stati Uniti il 25 gennaio.
Nel frattempo, una transumanza di velivoli dell’US Air Force sta facendo rotta verso le basi aeree del Medio Oriente. Una squadriglia di cacciabombardieri biposto F-15E Strike Eagle decollati dalla base di Lakenheath, in Inghilterra, è atterrata direttamente alla base aerea Muwaffaq Salti in Giordania, accompagnati da velivoli da trasporto tattico e strategico C-17A Globemaster che hanno seguito e sostenuto lo schieramento degli F-15 in Medio Oriente.
Almeno due aerocisterne KC-135 Stratotanker hanno iniziato ad attraversare l’Atlantico, per fare scalo in Europa e proseguire anche loro verso le medesime destinazioni. Oltre alla grande base di Al Udeid in Qatar, già evacuata e in preallarme dalla scorsa settimana, gli americani dovrebbero poter contare su basi aeree e piste in Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e Oman.
Tutte le opzioni sul tavolo
Il fatto che cacciabombardieri come gli F-15 Strike Eagle, veterani delle campagne in Medio Oriente e decisamente versatili per il munizionamento che possono impiegare, e che delle aerocisterne indispensabili per ogni missione aerea stiano “migrando” verso la regione per fornire al CENTCOM, il comando militare unificato del Dipartimento della Difesa statunitense responsabile delle operazioni di Medio Oriente, Asia Centrale, Sud Asia e dell’Africa nordorientale, lascia ipotizzare che facciano parte dell’assetto necessario a colpire nuovamente l’Iran dopo il raid dello scorso giugno, nel caso di un’escalation. Tutte queste manovre potrebbero essere solamente un’azione di pressione su Teheran, ma l’accumulo di forze e lo schieramento di determinati asset hanno già mostrato nei Caraibi cosa possono significare.
Funzionari statunitensi continuano a rispondere ai loro interlocutori che “tutte le opzioni sono ora sul tavolo“, anche se alcuni analisti e fonti di alto livello non considerano “decisiva” per un crollo del regime iraniano l’azione militare che gli Stati Uniti potrebbero lanciare a supporto dell’ondata di proteste che sta travolgendo la Repubblica Islamica dell’Iran, e che il regime di Teheran sta reprimendo sanguinosamente. Secondo l’Ong Human Rights Activists, sarebbero almeno 3.766 i morti durante la rivolta, mentre altre fonti triplicano questi numeri. Il bilancio delle vittime, in ogni caso, supera quello di qualsiasi altra tornata di proteste o disordini in Iran negli ultimi decenni, riportano i tristi numeri di vittime che si registrarono durante la rivoluzione del 1979.
Ad ogni modo, gli Stati Uniti, già impegnati in Venezuela, nel braccio di ferro diplomatico con la Nato per la questione Groenlandia, e nel lungo supporto logistico all’Ucraina, sembrano decisi a schierare una forza significativa in Medio Oriente affinché un’ampia gamma di opzioni, qualora il Tycoon decidesse di colpire l’Iran, sia a disposizione. “La verità è che nessuno sa cosa farà il Presidente Trump rispetto all’Iran oltre al Presidente stesso“, ha detto ad Axios il portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.
Mercoledì scorso, 14 gennaio, un’operazione militare americana era stata riportata come imminente da diverse accreditate, ma secondo alcune indiscrezione non confermate, Trump sarebbe stato “convinto a cancellare un attacco all’Iran” in parte a causa della “limitata capacità operativa degli Stati Uniti nella regione“, e in parte perché Stati arabi avrebbero informato gli Stati Uniti che “non avrebbero permesso agli aerei americani di decollare dal loro territorio per colpire l’Iran“.
Con lo schieramento della portaerei Uss Abraham Lincoln, che trasporta con sé la sua forza aerea imbarcata di circa 90 velivoli, tra caccia multiruolo F-35C e F/A-18 Hornet e Super Hornet, insieme agli aerei per la guerra elettronica E/A-18 Growler e ai velivoli AWACS imbarcati E-2 Hawkeye, e alla potenza di fuoco garantita dalle unità di superficie che la scortano, regolarmente armate con missili da crociera Tomahawk, le limitazioni della capacità operativa nella regione decadranno e rimarrà solo la prospettiva di raid dimostrativi, ma non essenzialmente strategici, a fronte di una possibile rappresaglia missilistica del regime di Teheran, che non vorrà certo perdere la faccia. Ancora una volta.
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