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La portaerei Ronald Reagan (Cvn-76) insieme al suo Carrier Strike Group (Csg) è tornata nel Mar Cinese Meridionale per la terza volta dall’inizio del suo dispiegamento nel 2020.

Come si legge nel comunicato ufficiale del comando della Flotta del Pacifico, il gruppo d’attacco della portaerei, che imbarca il Quinto Stormo Imbarcato (in inglese Carrier Air Wing), comprende l’incrociatore missilistico della classe Ticonderoga Uss Antietam (Cg-54) e i cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke Uss Halsey (Ddg-97) e Uss John S. McCain (Ddg-56).

Durante la missione nel Mar Cinese Meridionale il gruppo d’attacco sta conducendo operazioni di sicurezza marittima che includono operazioni di volo con velivoli ad ala fissa e rotante, esercitazioni di fuoco navale e addestramento tattico coordinato tra unità di superficie e aeree.

Il Csg della Reagan è impegnato a sostenere gli accordi di sicurezza tra gli Stati Uniti e gli alleati e partner regionali, oltre a dimostrare la capacità delle forze navali statunitensi di rispondere rapidamente a qualsiasi emergenza in tutta la regione.

“Durante il nostro dispiegamento portiamo avanti la nostra lunga tradizione che dimostra l’impegno degli Stati Uniti per l’uso legale dei mari e il mantenimento del libero accesso secondo il diritto internazionale”, ha affermato il contrammiraglio George Wikoff, comandante del Csg della Ronald Reagan. “Il fulcro delle nostre operazioni è sempre stato, e continuerà ad essere, la cooperazione a fianco dei nostri alleati e partner dell’indo-pacifico per promuovere la stabilità regionale”.

Durante il dispiegamento del 2020 la Ronald Reagan e le unità di scorta si sono regolarmente integrate con le forze navali alleate e degli altri partner regionali degli Stati Uniti per testare e migliorare la prontezza operativa attraverso esercitazioni di difesa aerea, antisom, di attacco marittimo ed esercitazioni di protezione delle forze navali. Il gruppo d’attacco ha recentemente operato nell’Oceano Indiano, dove è giunto transitando per il Mar Cinese Meridionale, il giorno 8 ottobre, per poi riattraversare lo Stretto della Malacca e tornare in quelle acque contese teatro di tensioni causate da rivendicazioni territoriali che non accennano a diminuire.

Gli Stati Uniti, infatti, seguono un approccio di cooperazione con altri alleati e partner per garantire la sicurezza e stabilità regionali: Washington si impegna a proteggere i diritti e gli usi legali del mare in forza dei principi della libertà di navigazione e di passaggio.

Precedentemente il Csg della Reagan era stato ancora nel Mar Cinese Meridionale dal 3 all’8 luglio, quando ha effettuato quella che viene chiamata Photoex, una Photo Exercise, con la portaerei Uss Nimitz (Cvn-68): una pura e semplice dimostrazione propagandistica di forza come avviene in campo aeronautico con le “elephant walk”, le “camminate degli elefanti” effettuate da bombardieri o caccia sulle piste degli aeroporti.

Quella crociera, però, non è stata solo caratterizzata da eventi di propaganda: la Reagan ha effettuato operazioni con la Nimitz nel Mar delle Filippine, dopodiché, il 19 luglio si è esercitata con navi della Marina Giapponese e Australiana per poi proseguire nella sua navigazione che l’ha portata sino a Guam e all’Oceano Indiano.

I mesi scorsi sono stati particolarmente vivaci dal punto di vista navale per il Pacifico Occidentale: nello stesso tempo in cui la Ronald Reagan stava incrociando nelle acque settentrionali del Mar delle Filippine, verso il 22 giugno, la Nimitz e la Uss Theodore Roosevelt (Cvn 71), coi loro gruppi navali di attacco (rispettivamente il Carrier Strike Group 11 e 9) si sono impegnate in manovre congiunte nel settore meridionale dello stesso tratto di mare.

Quegli stessi tratti di mare stanno vedendo un’intensa attività aerea, con gli aerei da pattugliamento e spionaggio, o anche singoli cacciabombardieri, di entrambe le parti, (nella fattispecie Cina e Stati Uniti) che praticamente ogni giorno sono impegnati in missioni e “puntate” verso le Adiz (Air Defense Identification Zone) delle nazioni della regione per saggiarne le difese aeree.

Attualmente, oltre a Taiwan, è il Giappone, in particolare, a trovarsi nella condizione quasi quotidiana di dover intercettare e scortare velivoli cinesi (ma anche russi) che penetrano nella zona di spazio aereo di sua competenza. Pechino sembra voler alzare l’asticella della tensione con Tokyo per essere più assertiva nelle sue rivendicazioni territoriali che riguardano le isole Senkaku, a sovranità nipponica ma reclamate dalla Cina.

La quasi costante presenza navale americana, quindi, è di fondamentale importanza per i Paesi che sono interessati non solo dalla diatriba in merito alla sovranità sul Mar Cinese Meridionale, ma che si affacciano su tutta l’area del Pacifico Occidentale sino all’Oceano Indiano. La lenta ma progressiva aggressività della Cina, che intende non solamente uscire dagli ambiti regionali e diventare una potenza globale attraverso principalmente lo sviluppo dello strumento navale, ma assurgere anche a potenza locale di riferimento proprio per quei Paesi che ora la vedono come un avversario pericoloso, è foriera di instabilità e insicurezza e molte capitali asiatiche, prima tra tutte Nuova Delhi, stanno guardando a Washington come a una partner privilegiata per arginare l’espansione cinese.

Del resto a Pechino piacerebbe molto riuscire a esautorare gli Stati Uniti dal loro ruolo di “gendarme” in quel settore del Pacifico, proprio per instaurare una sfera di influenza commerciale e politica che faccia da contraltare a quella statunitense. Per questo Pechino non è mai arrivata, se non per Taiwan ma lì esistono condizioni diverse che ben conosciamo, ad assumere un linguaggio diplomatico duro e perentorio con le nazioni asiatiche, in particolare con quelle con cui condivide gli stessi mari: il fine ultimo è diventare la “regolatrice” degli equilibri dell’area scalzando Washington, e par farlo ha bisogno di conquistare “i cuori e le menti” dei suoi vicini di casa.

Dall’altra parte gli Stati Uniti non intendono certo abdicare dalla loro posizione di “controllori” del Pacifico nella sua interezza: perdere il settore occidentale, al di là della questione economica, rappresenterebbe un duro colpo alla strategia statunitense che vede nei mari i propri confini da difendere per mettere in sicurezza il territorio continentale.

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