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Il commodoro Michael Utley, comandante del Carrier Strike Group (Csg) della portaerei Hms Queen Elizabeth, ha affermato che l’unità, l’anno prossimo, salperà scortata da due cacciatorpediniere Type 45, due fregate di Type 23, un sottomarino nucleare, una nave petroliera della classe Tide e la nave da supporto logistico Fort Victoria, per una crociera che la porterà nell’Oceano Pacifico passando dal Mediterraneo, dal Golfo Persico e dall’Oceano Indiano.

La portaerei imbarcherà anche 14 caccia F-35B a decollo corto e atterraggio verticale (Stovl), che potrebbero salire a 24 se saranno inclusi i velivoli del Corpo dei Marines degli Stati Uniti, oltre a un certo numero di elicotteri.

Alla domanda se il Regno Unito abbia o meno navi di scorta sufficienti per effettuare questa crociera senza influire su altri impegni, il segretario alla Difesa Ben Wallace ha detto che “le dimensioni e l’entità della scorta dipendono dal tipo di schieramenti e dal compito in cui è coinvolta la portaerei. Se si tratta di un incarico Nato nel nord Atlantico, per esempio, ci si aspetta un contributo internazionale per questo tipo di incarico, in allo stesso modo in cui a volte scortiamo la portaerei francese o quelle americane”. Il segretario ha anche aggiunto che “è sicuramente nostra intenzione, tuttavia, che il gruppo di attacco della portaerei possa essere un gruppo dispiegabile interamente da forze del Regno Unito. Probabilmente non è necessario farlo ogni volta che lo facciamo, a seconda del compito, ma vogliamo farlo e provare a farlo”.

La Queen Elizabeth, prima della partenza, dovrà sicuramente effettuare una serie di prove in mare per certificare la prontezza di impiego del Csg e del suo gruppo aereo imbarcato, che proprio recentemente è stato già utilizzato per l’esercitazione Joint Warrior 20-2: una serie di manovre multilaterali guidate dal Regno Unito per fornire alle forze Nato e alleate un ambiente multidominio unico al fine di prepararsi alle operazioni globali e a cui hanno partecipato anche velivoli F-35B dei Marines americani che sono stati “ospitati” a bordo della portaerei britannica.

Quello dell’anno prossimo sarà il più imponente dispiegamento di forze navali inglesi dai tempi della guerra di Corea. Il record precedente era stato fatto segnare nel 2018, quando 3 unità – la nave da assalto anfibio Hms Albion, la fregata Hms Sutherland e la fregata Hms Argyll – sono state inviate nell’area del Pacifico. L’Albion e la Sutherland effettuarono a febbraio una crociera tra il Giappone e la Corea del Sud nel quadro delle tensioni che riguardavano la Corea del Nord: il loro compito è stato quello di vigilare sui traffici illegali in violazione dell’embargo a cui è sottoposta Pyongyang. L’Argyll, giunta nell’area nella seconda metà dell’anno, si diresse verso la Nuova Zelanda, Australia, Malesia e Singapore prima di proseguire per il nord-est dell’Asia.

Il dispiegamento del 2018 giunse dopo una “vacanza” durata 5 anni: tocca risalire al 2013 per vedere un’altra unità britannica, il cacciatorpediniere Hms Daring, incrociare nelle acque del Pacifico.

Dopo il 2018 la presenza navale britannica nell’area indopacifica è stata pressoché costante: a marzo del 2019 la fregata della class Type 23 Hms Montrose ha partecipato ad un’esercitazione antisom congiunta che ha visto presenti unità statunitensi e giapponesi nel Pacifico Occidentale; prima ancora, a gennaio, la Argyll e il cacciatorpediniere classe Arleigh Burke Uss McCampbell hanno condotto operazioni congiunte nel Mar Cinese Meridionale; a metà febbraio sempre la Hms Montrose e la nave da rifornimento della Marina statunitense Usns Guadalupe si sono riunite per una missione di sicurezza marittima e addestramento logistico sempre in quelle acque contese.

Quest’anno la Royal Navy, complice forse l’emergenza pandemica, è rimasta “a est di Suez” ma tenendosi nell’area del Golfo Persico / Mare Arabico, ma la strategia di impiego della Royal Navy è palesemente cambiata, e la decisione di inviare la Hms Queen Elizabeth nel Pacifico l’anno prossimo ne è la riprova.

Londra, infatti, anche per via della Brexit che le ha permesso di staccarsi in toto dalle politiche dell’Unione Europea (ammesso che ve ne siano mai state di realmente tali fatta eccezione per le missioni Eunavfor), ha abbracciato il concetto di “Global Britain”, sollevato per la prima volta dal primo ministro Theresa May in veste formale nell’ottobre 2016. In quell’occasione è stato specificato che il Regno Unito, dopo la Brexit, avrebbe dovuto tornare a essere una potenza globale aperta, inclusiva e rivolta verso l’esterno, per giocare un ruolo di primo piano sulla scena mondiale. Per raggiungere un tale obiettivo, “Global Britain” richiede il ripensamento delle relazioni del Regno Unito in tutto il mondo in modo tale da sostenere “il libero scambio e il sistema internazionale basato su regole” e utilizzando il suo soft power per proiettare i suoi valori e promuovere i suoi interessi.

La “Global Britain” richiede che Londra si impegni maggiormente nella regione Asia-Pacifico, che probabilmente diventerà più importante per la Gran Bretagna negli anni a venire. Del resto anche oltre Manica si sono accorti che l’asse dell’economia globale si è spostato da tempo verso l’Asia e in particolare verso i mari che la circondano, dove transitano ogni anno decine e decine di miliardi di dollari di merci. Pertanto Londra non ha potuto far altro che abbracciare la politica statunitense di “libertà di navigazione”, andando quindi a toccare anche punti caldi come quello del Mar Cinese Meridionale, dove Pechino sta diventando sempre più assertiva per poterne fare un proprio “mare interno” controllato dalle isole – anche artificiali – che ha unilateralmente occupato e rivendicato.

Gli Stati Uniti, del resto, hanno apertamente invitato i loro alleati ad aderire al programma statunitense per la “libertà di navigazione” (Fon – Freedom of Navigation) nel Mar Cinese Meridionale e allo Shangri-la Security Dialogue del giugno 2018, Gavin Williamson, segretario di Stato per la Difesa britannico, insieme alla sua controparte francese, annunciò l’inizio di pattugliamenti congiunti nel Mar Cinese Meridionale.

Londra, pertanto, è ora disposta a usare il suo “hard power” per rafforzare i suoi interessi nell’area Indo-Pacifica, anche se persistono dei seri dubbi sulla capacità inglese di fare fronte ai diversi impegni a cui è chiamata la Royal Navy intorno al globo. Il Regno Unito è già impegnato in misura variabile in altri due principali teatri: quello europeo/atlantico e nel Golfo/Medio Oriente, pertanto l’invio di una tale task force navale nell’Indo-Pacifico sembra eccessivo. Le Forze Armate britanniche, e in particolare la Marina, mancano infatti delle risorse numeriche per far fronte a questi impegni in modo efficace contemporaneamente, e quindi si corre il serio rischio di sparpagliare troppo le risorse a disposizione andando contro i principi di base della concentrazione della forza: qualcosa di simile a quanto avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale in occasione della perdita della Prince of Wales e della Repulse nel 1941.

Risulta quindi una pura fantasia la possibilità di basare permanentemente una delle portaerei nel Pacifico, in quanto avrebbe costi enormi relativi al personale, al gruppo di volo e per la logistica. Distaccare invece una fregata Type 23 o Type 31 a Singapore, Brunei o in Giappone è già stato preso in considerazione da Londra ed è probabilmente una possibilità più realistica.

Una presenza inglese permanente, o semipermanente, nel Pacifico verrebbe anche vista di buon grado dagli alleati: Australia, Nuova Zelanda, Malesia, Singapore, Giappone e Brunei, per un motivo per un altro, sono seriamente preoccupati dall’attività della Cina, e guardano con favore al ritrovato impegno statunitense nell’area. Londra quindi non può permettersi di perdere l’occasione di mostrare bandiera da quelle parti e affiancare il suo alleato principale, gli Stati Uniti, se davvero intende riassumere una vocazione “globale”.

Il Csg della Hms Queen Elizabeth che salperà nel 2021 è ancora ben lungi dall’essere pienamente operativo, condizione che otterrà non prima del 2023/2024. Ci sono infatti alcune lacune significative: i quattordici F-35B attualmente a disposizione non sono sufficiente per proteggere il gruppo navale con pattugliamenti costanti mentre allo stesso tempo effettuano possibili missioni di attacco; il missile Meteor che rappresenta l’arma principale dei velivoli britannici non sarà completamente integrato fino al 2024; l’aereo non ha al momento armi stand-off oltre al missile Spear-3, che però non sarà in servizio prima di diversi anni, in attesa dell’aggiornamento del software Block 4 dell’F-35; a parte il sottomarino da attacco che accompagna il Csg, le unità della Royal Navy non hanno armi anti-nave pesanti a disposizione, e devono ripiegare sull’obsoleto Harpoon Block 1C fino a quando l’Ssgw non sarà acquistato.

Quella dell’anno prossimo sarà comunque una crociera significativa da almeno due punti di vista: quello politico, per le motivazioni che abbiamo sin qui elencato, e quello prettamente militare perché sarà il primo dispiegamento dell’unità e della sua scorta a grandissima distanza, pertanto sarà occasione di esperienza per testare l’addestramento degli equipaggi e l’efficienza degli strumenti navali.