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La Polonia ha recentemente pubblicato la sua National Security Strategy, il documento programmatico che fissa le linee guida per il futuro che riguardano la gestione della politica nazionale della Difesa e la sua implementazione. Il documento, firmato dal presidente Andrzej Duda il 12 maggio del 2020, va a sostituire quello precedente edito nel 2014.

L’opera è “scarna”, ricordando molto l’impronta anglosassone e in particolar modo statunitense: i quattro pilastri che vanno a costituirla, e che vedremo a breve, vengono definiti in modo conciso, schematico e chiaro.

Il documento prende le mosse dall’analisi della sicurezza generale, facendo una rapida carrellata delle minacce e della situazione globale: la chiave di lettura è la progressiva destrutturazione dell’ordine internazionale i cui effetti si riflettono sulla sicurezza della Polonia, sul perseguimento dei suoi interessi nazionali e sul raggiungimento dei suoi obiettivi strategici.

Particolare enfasi viene data, in questa analisi introduttiva, alla Russia che viene vista, com’era prevedibile, come la “più seria minaccia” a causa della sua politica “neo-imperialista” che prevede anche l’utilizzo della forza militare. L’aggressione alla Georgia, l’annessione illegale della Crimea e l’attività nell’Ucraina orientale hanno violato, si legge, i principi base del diritto internazionale minacciando la stabilità della sicurezza in Europa.

Nel documento viene anche evidenziata l’attività di sviluppo del settore militare della Federazione Russa che ha posto nel mirino l’Occidente con il diretto riferimento alle bolle A2/AD della regione del Baltico, entro le quali ricade una parte considerevole del territorio polacco: l’oblast di Kaliningrad è infatti una exclave russa dove sono schierati diversi assetti missilistici di vario tipo in grado di raggiungere, con la loro gittata, il territorio interno della Polonia.

Ancora la Russia viene accusata di adoperare strumenti non ascrivibili alla guerra convenzionale per minacciare la pace e la stabilità con lo scopo di recuperare la sua sfera di influenza: si fa espresso riferimento, infatti, al concetto di “guerra ibrida” che potrebbe generare un conflitto anche in modo non intenzionale e che è stato magistralmente messo in atto nel 2014 durante il putsch in Crimea.

Il governo polacco è alquanto lapidario nel considerare la Russia come il nemico principale per la sicurezza della nazione: questa parte dell’analisi introduttiva si conclude dicendo che “deve essere chiaro che la Federazione Russia continuerà la sua politica volta a minare l’attuale ordine internazionale, basato su leggi internazionali, per ricostruire la sua potenza e sfera di influenza”. Nelle cinque pagine di analisi del rischio, che comprende anche la rivalità globale tra Stati Uniti e Cina, il pericolo cyber e le nuove tecnologie ad intelligenza artificiale, le pressioni migratorie, il pericolo sanitario dato dalle pandemie, nonché la guerra ibrida di attori statuali e non, la Russia torna spesso e occupa il posto d’onore: viene anche ricordato, infatti, come la dipendenza energetica dell’Europa da Mosca, che andrà aumentando con la costruzione del Nord Stream 2, sia un fattore di rischio per la possibilità che l’approvvigionamento di gas venga usato come strumento di pressione politica.

Il “primo pilastro” affrontato nel documento è quello della sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini che deve essere implementata con una serie di provvedimenti dottrinari e materiali. Si richiama l’attenzione, infatti, alla necessità di riunire i settori esistenti creando un meccanismo interagenzia di coordinamento e adeguando il sistema nazionale di gestione della crisi al Nato Crisis Response System. Andrà costruita e sviluppata la “resilienza dello Stato alle minacce, inclusa quella ibrida” attraverso la creazione di una difesa civile che deve risultare idonea anche ad affrontare le minacce alla salute pubblica come le epidemia.

Per quanto riguarda le Forze Armate le capacità operative e di deterrenza andranno rafforzate attraverso la loro modernizzazione che verrà messa in atto portando le spese per la Difesa al 2,5% del Pil entro il 2024. In particolare si legge che il personale aumenterà in numero e così anche gli equipaggiamenti che dovranno essere adeguati alla dottrina di guerra asimmetrica e offrire capacità di costituire controbolle A2/AD in grado di essere efficaci isolatamente e per lungo periodo. Un occhio di riguardo anche per la cyber warfare che dovrà coprire tutti gli ambiti (difensivi e offensivi), alla difesa aerea e missilistica, alle Forze Speciali che dovranno compiere specializzarsi nelle attività di antiterrorismo e guerra ibrida e infine, fattore molto più interessante, alla necessità di dotarsi di capacità navali in grado di difendere gli interessi marittimi nazionali. Anche la info war non è stata dimenticata: viene espresso il bisogno impellente di difendere lo “spazio informativo” nazionale dalle misure di disinformazione avversarie anche aumentando la consapevolezza della popolazione rispetto a questa minaccia.

Ancora nel “secondo pilastro”, che riguarda la Polonia nel sistema internazionale di sicurezza, si torna a parlare, stavolta indirettamente, della Russia quando nell’affermare la volontà di accelerare la capacità di decisione della Nato puntando sulla migliore efficienza del Supreme Allied Commandr Europe (Saceur) oltre al miglioramento della capacità di difesa e deterrenza dell’Alleanza, si cita “l’incremento ed il consolidamento della presenza militare della Nato nel suo fianco orientale”. Proprio in questo senso si spiegano le mosse di Washington volte a spostare il baricentro dell’Alleanza nei Paesi dell’Est Europa, ed in particolar modo in Polonia che vedrà l’arrivo di parte del contingente Usa in fase di ritiro dalla Germania. Questa politica di spostamento verso oriente degli assetti militari è in atto da tempo ormai, ed è ereditata dall’amministrazione precedente che è stata fautrice dell’Edi, l’European Deterrence Initiative nata nel 2015 in risposta proprio all’annessione della Crimea dell’anno precedente. Nonostante questo atteggiamento “russofobo” la Polonia ha messo per iscritto la volontà di mantenere una politica a “doppio binario” con la Federazione Russa restando nel campo d’azione della Nato: da un lato aumentare la capacità di deterrenza, dall’altro aprire al dialogo basato su precise condizioni.

Ancora leggiamo della necessità di rafforzare la cooperazione bilaterale, regionale e globale coi propri partner che vanno dagli Stati Uniti, quelli principali, sino ai Paesi del gruppo Visegrad passando per l’Ucraina o la Repubblica di Moldavia.

Gli ultimi due pilastri, meno argomentati ma non meno interessanti, riguardano l’identità nazionale, definita come “radicata nell’eredità cristiana” i cui “valori tradizionali” vanno “sviluppati e protetti”, e la protezione del sistema di sviluppo sociale ed economico che prevede una particolare attenzione alla sanità (migliorare l’accesso alle infrastrutture mediche per la popolazione), all’economia (stabilizzare la finanza pubblica), le politiche migratorie (integrazione ma con attenzione alle minacce all’ordine pubblico e sicurezza dello Stato), sino alla politica energetica e a quella ambientale e scientifica.

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