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Nella giornata in cui l’Inviato Speciale dell’Onu, Staffan De Mistura, si è rivolto a Stati Uniti e Russia affinché i due paesi esercitino la loro influenza per salvare quel che rimane del cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso 27 febbraio, le prospettive per una stabilizzazione della Siria sembrano allontanarsi.Agli scontri tra il regime e le forze dell’opposizione si è aggiunta nella giornata di ieri la notizia, riportata dai media internazionali, di un attacco condotto dall’aviazione del regime che avrebbe causato la morte di almeno 27 civili contro un ospedale gestito da Medici Senza Frontiere nella città, ormai sempre più allo stremo, di Aleppo.È interessante registrare che, come già accaduto più volte nelle dinamiche di reciproche accuse tra le parti che stanno caratterizzando il conflitto siriano, rispetto al bombardamento dell’ospedale dei Medici Senza Frontiere sia le forze armate siriane sia il portavoce del Ministero della Difesa russo sia il portavoce del Dipartimento di Stato americano hanno negato qualsiasi responsabilità da parte delle rispettive aviazioni.Sempre nella giornata di ieri si sono registrati ulteriori elementi che farebbero pensare ad un nuovo deterioramento dei rapporti tra gli attori coinvolti nel conflitto siriano. Il Governo di Damasco ha infatti denunciato l’ingresso nel Nordest della Siria nei pressi della città controllata dai curdi di Rumeilan, di 150 uomini delle forze speciali statunitensi. Questi reparti sarebbero con molta probabilità una parte di quel contingente, annunciato la scorsa settimana dal Presidente Barack Obama, per combattere l’Isis in Siria.Le autorità di Damasco hanno tuttavia definito l’ingresso in Siria dei militari americani come una vera e propria aggressione e violazione della propria sovranità. Anche la Russia, tramite il portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha manifestato preoccupazione e interesse a conoscere gli obiettivi e il dispiegamento dei militari americani in Siria e soprattutto a conoscere la durata di questa operazione.A confermare il clima tutt’altro disteso tra Usa e Russia c’è stata da parte di quest’ultima la richiesta, in sede Onu, di inserire due gruppi dell’opposizione siriana, Jaysh al – Islam e Ahrar al – Sham, all’interno della lista nera delle organizzazioni terroristiche. Un’azione, quella russa, che mette ulteriore pressione al fronte dell’opposizione siriana proprio perché il gruppo Jaysh al – Islam, sostenuto dall’Arabia Saudita, è stato presente tramite Mohammad Alloush, una delle figure chiavi del movimento, ai negoziati di Ginevra.Se quanto sin qui analizzato può sostanzialmente non distaccarsi molto dalle dinamiche che dal settembre 2015 stanno condizionando e orientando il conflitto siriano, vi è da sottolineare un’ulteriore e discreta presa di posizione di uno dei più importanti organi di informazione cinese, Xinhua, che ha pubblicato lo scorso 26 aprile un lungo editoriale in cui sono stati duramente criticati gli interventi militari statunitensi in Medio Oriente, responsabili non solo di aver destabilizzato la regione ma anche di aver causato drammi e crisi emergenti, come l’ondata di profughi, per i Paesi Europei.A distanza di ben cinque anni dall’inizio della crisi non si intravede una soluzione per la Siria ed anzi le uniche forze che sembrano emergere e rafforzarsi sono quei movimenti estremisti, come lo Stato Islamico, che rappresentano una minaccia per gli stessi europei. A fronte di una mancata strategia per individuare una soluzione per la stabilizzazione della regione, gli Stati Uniti sono riusciti a mantenere una relativa distanza dalle attività terroristiche dello Stato Islamico e contemporaneamente anche dai flussi dei profughi.L’editoriale continua attaccando la scarsa disponibilità mostrata dagli Stati Uniti per l’accoglienza dei rifugiati rispetto ai Paesi europei che cercano di adoperarsi per il gran numero di immigrati. Una stoccata, infine, è stata rivolta alla candidata democratica alla Presidenza degli Stati Uniti, Hillary Clinton, per essersi recentemente scusata di avere sostenuto in passato la guerra in Iraq dell’amministrazione Bush. Scuse, che secondo l’editoriale di Xinhua, appaiono più come dichiarazioni per le prossime elezioni presidenziali e che non servono a riflettere con sincerità sulla politica interventista in Medio Oriente né per elaborare soluzioni delle crisi in atto. Una stoccata a tutto campo che conferma quanto Pechino sia interessata al futuro, alla stabilizzazione e alla ricostruzione di un Medio Oriente in piena fase di decomposizione.

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