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La crisi tra Grecia e Turchia ha scoperto un vaso di Pandora all’interno della Nato provocando una frattura che sembra difficilmente risolvibile, soprattutto in considerazione dell’atteggiamento di un altro attore europeo: la Francia.

Parigi si è palesemente schierata a favore di Atene, e oltre a non far mancare il suo sostegno diplomatico, sta prendendo una serie di provvedimenti in sostegno della Grecia per sbilanciare i rapporti di forza nel Mediterraneo Orientale. Recentemente è stato annunciato un piano di miglioramento delle Forze Armate elleniche che vedrà la vendita di sistemi d’arma francesi come cacciabombardieri Rafale, fregate, elicotteri ma anche armi anticarro, missili e siluri.

L’arrivo dei nuovi armamenti made in France non sarà immediato e darà tempo alla Turchia di correre ai ripari, col rischio però che Ankara, oltre a dare impulso ai suoi programmi di sviluppo – tra cui anche quello per un caccia di quinta generazione – decida di “fare la spesa” al di fuori del “mondo occidentale” come ha già dimostrato di voler fare con l’arrivo dei sistemi da difesa aerea di fabbricazione russa S-400.

Perché l’Eliseo ha intrapreso quella che sembra una strada pericolosa per l’integrità e la sicurezza del sistema difensivo dell’Alleanza Atlantica?

Parigi, più di Roma, teme l’ingerenza di Ankara in Medio Oriente e in altri teatri africani che storicamente hanno sempre fatto parte della sua sfera di influenza post-coloniale. Il premier turco Recep Tayyip Erdogan, infatti, ha avviato da tempo una politica volta a riportare la Turchia al di fuori dell’ambito strettamente continentale, che la vedeva relegata alla penisola anatolica sin dalla fine della Prima Guerra Mondiale, per ottenere una dimensione – e una proiezione – più regionale in modo da acquisire una sempre maggiore egemonia nel mondo islamico più prossimo, considerato non solamente dal puro punto di vista religioso – che nella narrazione di Erdogan è comunque importante – ma visto principalmente come una macroarea politica-commerciale di grande importanza.

Il ritorno ad una politica marittima più aggressiva (Mavi Vatan) è solo la naturale conseguenza della volontà della Turchia di uscire dai confini anatolici, e spiega perfettamente gli attriti con la Grecia, suo vicino e rivale da sempre.

L’attrito con l’Eliseo, anche al netto dei tentativi di dialogo tra Macron ed Erdogan che nella giornata del 22 hanno provato a discutere della situazione turco-greca telefonicamente, si spiega sempre in funzione di questa strategia “di espansione”, ma riguarda la sovrapposizione delle rispettive sfere di influenza. Guardando su una mappa la posizione delle forze francesi rispetto a quelle turche, risulta subito evidente come nell’ultimo decennio Ankara sia penetrata in alcuni settori che storicamente fanno parte del mondo francofono o comunque legato ad interessi francesi.

Infografica di Alberto Bellotto

Gibuti e il Corno d’Africa

Il primo settore che risulta fondamentale non solo per la Francia ma per le maggiori potenze globali, e che è tale anche per l’Italia che infatti vi ha impiantato una base, è Gibuti, sugli stretti di Bab el-Mandeb che collegano il Mar Rosso all’Oceano Indiano. Qui Ankara ha una base militare che si accompagna a quelle di altre nazioni tra cui anche la Francia. Ma la Turchia ha importanti insediamenti anche nel Corno d’Africa, dove a Mogadiscio ha la più grande installazione militare al di fuori del territorio nazionale, e a Kismayo. Proseguendo verso nord la presenza turca si riscontra anche in Sudan, a Suakin, porto del Mar Rosso.

Il Medio Oriente

Spostandoci verso il Medio Oriente la Turchia, oltre ad amministrare la parte settentrionale dell’isola di Cipro, è intervenuta direttamente nel conflitto in Siria con l’operazione Sorgente di Pace, che l’anno scorso ha permesso di occupare una fascia di territorio siriano a ridosso dei propri confini. Militari turchi sono anche impegnati nel nord dell’Iraq, sempre per la questione curda.

Rapporti riferiscono anche che Ankara sia molto attiva nel nord del Libano, che con la Siria è una delle ex colonie della Francia.

Gli altri teatri

Oltre all’Afghanistan, dove Ankara fa parte della coalizione a guida statunitense che combatte i talebani, la Turchia ha un’importante base in Qatar, che risale a quando l’Arabia Saudita, con l’appoggio degli Stati Uniti, ha indicato il piccolo emirato come uno “Stato terrorista” permettendo così a Erdogan di schierarsi con Doha in nome della Fratellanza Musulmana e diventando de facto un avversario regionale dell’Arabia Saudita.

Nel puzzle dell’espansionismo turco c’è anche la Libia: è ormai ben nota la presenza di miliziani e forze regolari turche a sostegno di Tripoli che ha concesso ad Ankara l’utilizzo della base aerea di al-Watiya e di quella navale di Misurata.

Senza dimenticare l’Azerbaigian, sostenuto dalla Turchia nel suo conflitto contro l’Armenia per il Nagorno Karabakh riaccesosi recentemente.

Le forze di Parigi

Escludendo la presenza francese nel settore dell’Africa subsahariana e tropicale (Ciad, Niger, Mali, Mauritania, Gabon, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Repubblica Centraficana) e oltre alla già citata Gibuti, la più grande base nell’area coi suoi 1450 uomini, Parigi è presente militarmente in Libano, nel contingente Unifil, proprio per via del legame che la lega con Beirut, e in Iraq e Siria con l’operazione Chammal per il contrasto al Califfato Islamico che è attiva dal 2014, senza dimenticare la presenza in Giordania.

La Francia possiede anche una base permanente negli Emirati Arabi Uniti che vede la presenza di 650 uomini di Marina ed Aeronautica, e ha militari di stanza nello stesso Qatar e in Kuwait, oltre a partecipare alla missione europea Atalanta per il contrasto alla pirateria nel settore del Golfo di Aden/Mare Arabico.

Il teatro libico, attualmente, è quello che è più caldo dal punto di vista dello scontro tra Parigi e Ankara: recentemente si sono avuti incidenti tra navi militari dei due Paesi con quelle francesi impegnate a far rispettare l’embargo sugli armamenti, ma risulta, anche se non in via ufficiale, che forze speciali siano operative in Libia a sostegno delle truppe del generale Khalifa Haftar.

Guardando la mappa si capisce bene, quindi, come l’Eliseo mal tolleri gli influssi “ottomani” in Medio Oriente e come tema che il Corno d’Africa possa fungere da testa di ponte per l’inserimento della Turchia in Africa.