A quanto pare il Pentagono sta per dare inizio alla più grande riduzione della flotta aerea statunitense dalla fine della Guerra Fredda. Il piano sarebbe quello di radiare dal servizio centinaia di velivoli obsoleti o troppo costosi per il mantenimento entro i prossimi cinque anni. Tuttavia l’Us Air Force – almeno sulla carta – dovrebbe non perdere le sue capacità offensive e difensive: sono in via di sviluppo o prossimi a raggiungere l’operatività nuove piattaforme come il bombardiere strategico B-21 “Raider” e gli eredi del caccia da superiorità aerea F-22 “Raptor”. In linea invece, e pronti a raccogliere il testimone di molti caccia multiruolo, sono gli F-35 in tutte le loro versioni, affiancati dagli immancabili droni.
A rendere nota questa strategia di rinnovamento del Pentagono sono stati alcuni dati presentati nel progetto di bilancio per l’anno fiscale 2021, che indicano come il Dipartimento della Difesa preveda la radiazione e “demolizione” (nessuna vendita a contraenti dunque) non solo di vecchi aerei da combattimento e bombardieri strategici, ma anche di dozzine di droni armati. I vertici del Pentagono affermano infatti che l’apparato della Difesa sarà costretto ad affrontare “questi sacrifici” tra il 2020 e il 2025 per prepararsi meglio al “confronto con Russia e Cina” – gli avversari strategici nella competizione mondiale nel campo degli armamenti. Asserendo che il denaro “risparmiato” con questa manovra strategica verrà impiegato per sviluppare nuovi tipi velivoli di generazione avanzata (6ª o addirittura successiva) e armamenti fondamentali nei conflitti del futuro – come ad esempio le armi ipersoniche (il missile ipersonico Armw Agm-183).
Il bilancio per l’anno fiscale 2021 che enuncia l’eliminazione di centinaia di aeromobili attende di essere approvato dal Congresso e comprende ad esempio velivoli da ricognizione a pilotaggio remoto come gli Rq-4 “Global Hawk” , i bombardieri strategici B-1 Lancer, ma anche i primi blocchi dei B-52 (mentre i successivi verranno “aggiornati” e secondo quanto detto in precedenza mantenuti fino al 2050). Nessuna riduzione interesserà invece i famigerati droni killer Mq-9 o gli aerei spia U-2 “Dragon Lady”, altri “veterani” della flotta aerea degli Stati Uniti. Differente invece il destino della flotta di aerei da attacco al suolo A-10 “Thunderbolt II” (sviluppato nei lontani anni 70), che verranno gradualmente smaltiti e sostituiti entro il 2030. Anche se un sostituto all’altezza ancora non è stato trovato.
Secondo i dati messi a disposizione dal Pentagono, l’Us Air Force attualmente dispone di 5.600 unità tra aerei e droni: una flotta che non può essere mantenuta interamente pronta al combattimento. A maggior ragione perché un gran numero di questi velivoli ha un’età media di 28 anni – ossia la maggior parte degli aerei è stata consegnata prima che nascessero i piloti che siedono nel loro abitacolo. Addirittura alcuni velivoli – come gli A-10 e i B-52 – potrebbero essere gli stessi che hanno pilotato i loro padri. Un altro segmento che verrà toccato dalla ristrutturazione della flotta è quello delle aerocisterne per il rifornimento in volo, e dovrebbe riguardare principalmente i Ks-135 e i Ks-10, che però verranno rimpiazzati dai nuovi Boeing Kc-46, continuando a garantire insieme ai nuovi droni adibiti il “rifornimento in volo”.
La ristrutturazione strategica della flotta aerea dovrebbe consentire all’America di tenere pronti alla guerra la maggior parte dei suoi aerei, compensando la diminuzione numerica con l’introduzione della tecnologia moderna. Ma questa operazione deve tenere conto non solo della fattibilità in termini economici, ma anche della reale necessità in termini tattici. È noto infatti che l’intelligence statunitense stia valutando, per esempio, di acquisire degli aerei ad elica come i Beechcraft At-6B “Wolverine“ e l’Embraer A-29 “Super Tucano” (aerei che ricordano il primo dopoguerra) per ovviare a campi di battaglia e minacce – come quella del terrorismo in Medio Oriente – che non necessitano di chissà quale sofisticato tecnologie stealth con bombe tanto intelligenti quanto “costose”. Per eliminare un suv con una leggere blindatura sembrerebbe bastare un volo radente, dei razzi da 70mm ben mirati, e un po’ di coraggio del pilota: non necessariamente un F-35 che da 20mila piedi sgancia una bomba laser guidata da decine di milioni di dollari.
Tutto il contrario però si riscontrerebbe nelle proiezioni di conflitti con potenze che detengono bolle di difesa anti-aerea all’avanguardia (come ad esempio la Russia). Lì i velivoli “invisibili” capaci di compiere incursioni furtive per sganciare armi di nuova concezione sarebbero essenziali. Contestualmente i programmi per velivoli di nuova generazione come i bombardieri B-21 e gli eredi del caccia di superiorità aerea F-22 sono sulle scrivanie e negli hangar delle basi più segrete degli Stati Uniti, ma non entreranno in forza nell’Aeronautica prima del 2030/2040. Fino ad allora, quindi, il Pentagono dovrà continuare a fare i conti con una coperta corta e tanti reattori consegnati negli anni ’90, le commesse per i nuovi velivoli già firmate, e misure radicali che l’attuale crisi mondiale provocata dalla pandemia rischia di imporre.
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