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La guerra in Ucraina, il più grande terremoto geopolitico del XXI secolo – maggiore per magnitudo e onda d’urto all’11 settembre –, è la scommessa della vita di Vladimir Putin e di Joe Biden, i condottieri di due potenze, Russia e Stati Uniti, condannate dal fato ad un perpetuum bellum per l’egemonia globale.

Un destino ineluttabile, il loro, che il lungimirante sociologo Alexis de Tocqueville aveva intravisto nel lontano 1835, anno della pubblicazione della pietra miliare La democrazia in America, preconizzando che “il loro punto di partenza è diverso, così come i loro percorsi, eppure entrambe sembrano state chiamate dalla Provvidenza a dominare i destini di metà del globo”. E così è stato, è e sarà sempre, in aeternum, perché non può esserci pace tra Terra e Mare, tra l’Atlantico e l’Eurasia. E perché le guerre russo-americane non sono che l’inestirpabile e più sofisticata prosecuzione dell’antica rivalità russo-britannica.

L’Europa, succosa e fertile appendice occidentale dell’Eurasia, è ancora una volta terra di frontiera, contesa e conquista. Lo è da quando è terminata la grande guerra civile europea del Novecento, durata dal 1914 al 1945, che ne ha determinato l’uscita dalla storia, consacrando l’ascesa definitiva dell’Impero americano e riaccendendo le ambizioni imperiali del Cremlino – rinato a nuova forma, nel frattempo, e per la prima volta nella sua storia guidato da una missione universale. E dopo un breve periodo di tregua, durato all’incirca un ventennio, è di nuovo al centro al palcoscenico, parte di uno spettacolo che sa di ritorno al passato.

Il peso dell’assenza dell’Europa

Come ai tempi delle guerre iugoslave, ma con la grave colpa di essere oggi una potenza matura, l’Unione Europea ha perduto l’occasione irripetibile di trovare una soluzione europea ad un problema europeo: l’Ucraina. Prima testimone inerme del progressivo collasso dei protocolli di Minsk e dopo zombi al seguito di Stati Uniti e Regno Unito, il che ha significato la completa esternalizzazione del dossier ucraino all’Alleanza Atlantica, l’Ue non è stata in grado di cavalcare gli eventi, dai quali è stata travolta, perché dimentica di un prezioso vangelo: ogni sfida è anche un’opportunità.

Tanti sono i giocatori, di varie dimensioni, che hanno saputo capitalizzare la complessità della crisi ucraina e trarne profitto – quando diplomatico e quando economico –, ma l’UE non figura tra loro. Un po’ per mancanza di lungimiranza. Un po’ per assenza di  intraprendenza. Un po’ per la presenza di diversità, mai del tutto appiattite, che in tempi di crisi diventano animosità a uso e consumo del rivale esterno più acuto. L’Ue non ha figurato tra i grandi protagonisti della guerra in Ucraina, lasciando a terzi l’onere-onore di trattare sia l’apertura di corridoi sia la pace, perché, in sintesi, i suoi decisori – con le eccezioni di Emmanuel Macron e Viktor Orban – non ne hanno capito la posta in palio.

Vincono tutti, tranne l’Ue

Causa e complice l’immobilismo dell’Ue, vittima del fuoco incrociato dei suoi due sequestratori, i giocatori dallo sguardo più aquilino e dalla mentalità più levantina sono entrati nel conflitto per estrarre profitto nei limiti del possibile. Chi ha guadagnato nell’immediato, od operato una semina ingente con la prospettiva di un raccolto abbondante, sono stati primariamente gli Stati Uniti, la Russia, il Regno Unito, la Turchia, la Polonia, la Chiesa cattolica e la Repubblica Popolare Cinese.

Gli Stati Uniti hanno intravisto la possibilità di impantanare la Russia in una guerra per procura in parte già vista, perché simil-afghana, e in parte innovativa, perché senza limiti, con la bussola puntata saldamente verso una direzione: il disaccoppiamento tra Ue e Russia, parte di un più ampio disegno intelligente mirante alla neutralizzazione dell’autonomia strategica. Inoltre, a causa delle turbolenze nel Vecchio Continente, della crisi multisettoriale scaturita dalla guerra e (non meno importante) della speculazione, il dollaro ha raggiunto la parità e poi superato l’euro – non accadeva dall’inizio del Duemila –, assestando un ulteriore scossone alla Weltpolitik 2.0 della Germania.

Il Regno Unito, nell’ottica della post-brexitiana Global Britain, ha ripreso gli antichi e mai logori panni di contenitore delle potenze telluriche del Vecchio Continente, “consumandone la forza nella periferia per poi creare le condizioni di uno scontro tra queste e la Russia” – come insegna il politologo Salvatore Santangelo ne Il volo dell’aquila. L’epopea di Napoleone in 50 istantanee. Fuori dall’Ue, ma dentro la NATO, Londra ha piegato la lobby della distensione guidata dall’asse Parigi-Berlino, che poi ha accerchiato grazie a degli antichi alleati – in primis Roma, Varsavia e Lisbona. Una vendetta per il (mal)trattamento subito durante la Brexit. Una semina che ha già dato frutto, ossia l’indebolimento della Frangermania, e che si colloca sulla scia degli insegnamenti di Sir Halford Mackinder: impedire la nascita di un gemellaggio eurorusso.

La Polonia, superato definitivamente il complesso di Cristo d’Europa, ha fatto del supporto incondizionato alla causa ucraina la colonna portante del suo micro-sistema egemonico in divenire, plasmato a immagine e somiglianza dell’Intermarium, forgiato nel ricordo della Repubblica delle due nazioni e poggiante sull’amicizia indistruttibile con l’Anglosfera, che di essa abbisogna per creare una parete in cemento armato che separi Germania e Russia. Il duplice obiettivo è stato conseguito: accelerare lo spostamento della cortina di ferro da Berlino a Varsavia, aumentare la presa sull’Ucraina (occidentale). L’orizzonte spaziotemporale sembra più vicino: mostrare ai bielorussi il valore effettivo della Polonia qualora decidessero di riaprire la battaglia contro Aleksandr Lukashenko.

La Turchia è stata in grado di continuare la politica dell’equilibrismo pragmatico – in un contesto eccezionale come la prima guerra tra NATO e Russia –, armando il Marinskij e trattando col Cremlino, sottraendo all’UE lo scettro dell’aspirante negoziatore e guadagnando ulteriore influenza in due settori vitali per l’Occidente: sicurezza ed energia. Due rubinetti che l’abile Recep Tayyip Erdoğan potrebbe chiudere a piacimento, perché in combutta con l’Anglosfera per il logoramento dell’Europa franco-tedesca, e che lo aiuteranno ad aumentare le probabilità di una rielezione nel 2023.

Vi sono, infine, Vaticano e Cina, capifila della transizione multipolare e della de-americanizzazione del sistema internazionale, che hanno scelto di portare avanti il dialogo e la cooperazione sia con la Russia sia con l’Ucraina, sfidando in mondovisione la narrazione occidentale dei fatti e lavorando nel dietro le quinte ad una ricomposizione delle differenze tra i due belligeranti. Entrambe le potenze hanno agito nella speranza-aspettativa di essere un domani scelti dall’Occidente come pontieri verso la Russia, dalla cui sopravvivenza dipende in definitiva il superamento del momento unipolare, e di incrementare la loro sfera d’influenza in Ucraina.

L’asse Parigi-Berlino sul filo del rasoio

Il vicolo cielo in cui è entrato l’asse franco-tedesco, prima impedendo lo scoppio del conflitto e dopo adeguandosi alla linea dettata da Washington e Londra, rischia di far deflagrare il fragile equilibrio su cui si regge l’euromercato, di accentuare sino a livelli conflittuali le differenze nell’Europa a più velocità e di rendere l’Ue un ostaggio nelle mani, a fasi alterne e/o talora concomitanti, di Russia, Stati Uniti, Regno Unito, Turchia e altri rivali latenti, dalla Cina all’Algeria. L’involuzione dell’Ue da potenziale attore di primo piano negli affari e nelle relazioni internazionali ad una realtà latinoamericaneggiante: cronicamente in crisi – anche sociali –, lacerata da antagonismi interni e incapace di costruire una propria egemonia.

Dal modo in cui l’asse Parigi-Berlino gestirà l’annoso fascicolo del disaccoppiamento, se a vantaggio della sicurezza energetica (e non solo) dell’Ue o se a beneficio di Washington, dipenderanno il benessere nell’euromercato – anticamera della stabilità sociale (e politica) – e le sorti dell’autonomia strategica – propedeutica ad una maggiore emancipazione da Washington e garanzia di sicurezza contro operazioni di disturbo di concorrenti e rivali.

Ma non sarà possibile recuperare il terreno perduto nel corso della guerra a meno di un coordinamento con Roma, balcone con doppia vista – Washington e Mediterraneo – e pontiere sottoutilizzato e trascurato, di un ricalibramento delle relazioni con Ankara, peso massimo dai piedi di creta, e di un complessivo esame introspettivo che dia una risposta alla più importante delle domande: “cos’è l’Europa e qual è il suo posto del mondo?“. Domanda la cui risposta ha storicamente plasmato i destini dell’umanità. E che continuerà a plasmarli.

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