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La Nato si è detta pronta ad espandere la missione di addestramento dell’Alleanza in Iraq una volta che la pandemia di coronavirus si sarà attenuata, rafforzando e ampliando il suo ruolo in Medio Oriente. La decisione definitiva dovrebbe essere presa al vertice dei ministri della Difesa della Nato che si terrà giovedì a Bruxelles. Secondo quanto riportato da Reuters, la missione di supporto delle forze di sicurezza irachene che prevede attività di addestramento impiegante sino ad oggi circa 500 soldati dovrebbe vedere un importante rafforzamento nel numero di uomini impiegati che passerebbero a 4mila o 5mila.

Il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, ha detto ieri di attendersi il via libera dai ministri della Difesa per una missione ampliata, con più personale alleato dispiegato in diverse istituzioni di sicurezza in tutto l’Iraq. “La missione si espanderà gradualmente, in risposta alla situazione”, ha commentato. Lo scopo, dice sempre Stoltenberg, è “sostenere le forze irachene nella lotta al terrorismo e assicurarsi che l’Isis non ritorni”. Il segretario generale ha tenuto a sottolineare che la decisione verrà presa in risposta alle richieste ufficiali del governo iracheno, e sarà realizzata in pieno accordo con Baghdad e nel rispetto “della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Iraq”.

La menzione del rispetto della sovranità irachena non è affatto casuale: il parlamento di Baghdad, a seguito dell’attacco aereo che ha portato all’eliminazione del generale iraniano Qasem Soleimani e della successiva risposta missilistica di Teheran, si era schierato totalmente a favore della possibilità di porre termine alla presenza militare statunitense nel Paese che lo ha trasformato in un terreno di scontro tra i soldati americani e le milizie sciite filoiraniane presenti in Iraq, che operano pressoché liberamente.

Gli Stati Uniti hanno agito quasi sempre in modo unilaterale nel Paese invaso nel lontano 2003, e questo ha creato notevoli attriti all’interno della politica irachena, che mal digerisce la presenza dei militari di Washington così come quella delle milizie sostenute da Teheran. Un maggiore coinvolgimento dell’Alleanza Atlantica, che era stato caldeggiato anche dalla passata amministrazione Trump per “condividere gli oneri” della sicurezza in Iraq, offrirebbe minori appigli alle fazioni più intransigenti all’interno del parlamento e al tempo stesso significherebbe l’assicurazione che le istanze indipendentiste dei curdi non verrebbero prese in esame.

Il vero obiettivo dell’aumento della presenza della Nato, oltre quello della lotta al jihadismo nelle zone di Mosul e Kirkuk, è sempre quello di contrastare la presenze dell’Iran nel Paese.

La Repubblica Islamica ha legami molto stretti con una parte degli sciiti iracheni, che sono la maggioranza nel Paese, e Teheran ha saputo intessere una fitta trama di relazioni e interdipendenze che si sono rivelate molto pervasive, al punto che in Parlamento e nelle forze armate, che hanno inglobato gruppi paramilitari sciiti – come Asa’ib Ahl al-Haq – raccolti sotto l’etichetta delle Forze di Mobilitazione Popolare, ci sono ufficialmente esponenti direttamente collegati agli Ayatollah.

La Nato quindi potrebbe sostituire gli Stati Uniti nel cercare di spezzare queste relazioni – ma occorrerebbe un mandato ad hoc – tra Baghdad e Teheran, cosa che permetterebbe a Washington di liberare un contingente di truppe molto significativo, e giocarsi questa carta diplomatica sul tavolo delle trattative nucleari con l’Iran.

La novità più importante, in seno a questa eventualità, è rappresentata dal fatto che il comando del nuovo contingente dell’Alleanza potrebbe essere affidato proprio all’Italia. Fonti qualificate hanno riferito ad AskaNews che il nostro Paese avrebbe “avanzato ufficialmente la sua candidatura alla guida della missione” Nato in Iraq per l’addestramento delle forze militari nella lotta contro l’Isis, il controllo dei confini e la stabilizzazione del paese mediorientale. La candidatura dell’Italia – spiega sempre AskaNews – non sarebbe stata presentata alla riunione ministeriale dell’Alleanza tenutasi la settimana scorsa, bensì sarebbe stata avanzata in ambienti diplomatici. Del resto il nostro Paese è già attivamente impegnato nell’addestramento delle forze di sicurezza irachene nel nord del Paese, proprio nell’area di Kirkuk dove operatori delle nostre Forze Speciali addestrano gli iracheni in funzione counter terrorism, ed i Peshmerga curdi nell’ambito della missione Inherent Resolve, che vede anche la presenza di assetti dell’Aeronautica Militare in Kuwait impegnati in attività di ricognizione e acquisizione bersagli. Nel complesso, l’impegno consiste, al momento, in 1100 militari, 270 mezzi terrestri e dodici velivoli.

Se quindi gli Stati Uniti sembrano aver deciso di allentare la presa sull’Iraq, senza però aver nessuna intenzione di passare a una smobilitazione generale, resta un’incognita che peserà molto sul futuro della missione Nato; un’incognita che riguarda un altro fronte: l’Afghanistan. L’amministrazione Trump era riuscita a intavolare trattative coi Talebani per il ritiro statunitense, che dovrebbe essere completato entro la fine di maggio. La Casa Bianca però, dopo il passaggio di poteri, tentenna, e non è ancora chiaro se il presidente Biden vorrà restare fedele alla tabella di marcia stabilita dal suo predecessore oppure no: il Pentagono, infatti, sta preparando diversi approcci che prevedono un piano per restare, un piano per partire e uno per ritirarsi molto, molto lentamente, come riferisce il New York Times.

Se gli Stati Uniti dovessero decidere per il ritiro istantaneo, è probabile che la presenza militare in Iraq venga ridotta solo in modo molto parziale. Del resto riteniamo comunque molto improbabile che Washington decida per la chiusura di tutte le sue tredici basi che ancora ha in Iraq, proprio perché sono funzionali al contenimento dell’Iran, pertanto, se la Nato dovesse subentrare in modo così massiccio, la presenza statunitense sarebbe sì ridotta, ma non in modo tale da inficiarne la capacità di azione.