Sono passati 25 anni da quando la NATO decise di colpire la Serbia, entrando di fatto a gamba tesa nelle sanguinose guerre jugoslave. Con un lungo e approfondito intervento, pubblicato dal Ron Paul Institute il 9 aprile, James George Jatras ha raccontato la sua versione dei fatti al Bundestag, proprio in occasione della ricorrenza dell’intervento NATO. Jatras fu testimone per la difesa al processo contro Slobodan Milošević, che all’epoca era il presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia. Il leader serbo fu incolpato di aver dato avvio a una pulizia etnica ai danni dei musulmani del Kosovo nell’ambito del conflitto che opponeva Belgrado ai ribelli dell’Uck, che ne chiedevano l’indipendenza. Eppure, come ricorda Jatras nel suo intervento, l’accusa contro Milošević non poggiava su alcuna prova. Nessun documento, nessun testimone che provasse che egli avesse mai dato un ordine del genere.
A tal proposito Jatras riavvolge il nastro fino al 12 agosto 1998, data in cui, in qualità di analista presso il Comitato per la politica dei repubblicani del Senato USA, rese pubblico un documento che titolava così: “Bosnia II: l’amministrazione Clinton imposta la rotta per l’intervento NATO in Kosovo”. Nel documento, antecedente di due mesi all’asserito inizio della pulizia etnica a opera di Milošević, veniva menzionata la pianificazione di un intervento della NATO nella regione contesa. Si legge ancora: “L’unico elemento mancante [all’intervento] sembra un evento – che abbia una copertura mediatica sufficientemente efficace – che lo renda politicamente spendibile, addirittura imperativo, come quando l’Amministrazione [statunitense] decise di intervenire in Bosnia nel 1995 dopo una serie di ‘colpi di mortaio serbi’”, che, come si seppe in seguito, potevano invece esser stati sparati dai loro nemici.
Facendo sempre riferimento alle carte rammentate da Jatras, si legge che “un alto funzionario del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti – come riportato nel Washington Post, il 4 agosto 1998 – disse che ‘non siamo prossimi a decidere per un intervento in Kosovo, ma credo che se si registrassero particolari livelli di atrocità, ciò potrebbe essere un fattore scatenante”.
Il fattore scatenante: il massacro di Račak
E dunque, il casus belli non tardò ad arrivare. Passò alla storia come il “massacro di Račak’, avvenuto nel gennaio del 1999 nell’omonimo villaggio. Un sopralluogo frettoloso fece da cassa di risonanza per Račak, e un ruolo cruciale fu ricoperto da William Walker, allora capo della Missione di verifica del Kosovo. Fu proprio lui a dire al mondo intero – ma soprattutto a Washington che “stava cercando un pretesto per l’aggressione” come afferma Jatras – che i 40 civili di etnia albanese i cui cadaveri erano stati trovati a Račak erano stati freddati a bruciapelo dalle forze serbe. Su questo punto Jatras menziona uno scritto di Mark Ames e Matt Taibbi, pubblicato su The Exile nel 2000: “Recatosi a Račak, con un nutrito seguito di cronisti per esaminare i 40 cadaveri rinvenuti, Walker cercò la telecamera più vicina e, di fatto, sparò il primo colpo della guerra. Da quello che ho visto, non esito a definire questo crimine un massacro, un crimine contro l’umanità, disse Walker”.
Nessuna inchiesta prima di tale sentenza, e la miccia della guerra si accese.
Il “valzer delle autopsie”
In questa disamina trova spazio anche la voce di Tiziana Boari, giornalista e all’epoca dei fatti membro della missione OSCE, che era sul luogo del massacro con Walker e altri giornalisti. In un’intervista a Panorama rammenta come la scena del crimine fu letteralmente violata: tutto fu calpestato e “inquinato”. E come, il pomeriggio stesso, senza alcuna indagine professionale e scientifica, Walker additò la Serbia come unica responsabile.
La Boari prosegue la narrazione, rammentando come i ribelli dell’Uck abbiano preso in consegna i corpi delle vittime per portarli in un villaggio poco distante da Račak. E qui la storia si complicò ulteriormente perché Danika Marinkovic, magistrato del tribunale di Pristina che avrebbe dovuto procedere a un esame autoptico, rifiutò di raggiungere il villaggio perché la Missione di verifica del Kosovo, con a capo lo stesso Walker, le declinò la scorta armata.
Iniziò così il valzer delle autopsie: tutto il mondo puntava il dito contro la Serbia, eppure mancavano all’appello delle indagini medico-legali.
Due giorni dopo il fatto, i soldati serbi presero i corpi in questione e li portarono a Belgrado con la forza. Lì vennero analizzati da medici serbi, supervisionati da professionisti bielorussi. I risultati dell’ispezione cadaverica non furono resi noti. Tuttavia, nel 2000, la stessa Boari riuscì ad averli e a renderli pubblici: le 15 analisi da lei visionate escludevano che si fosse trattato di esecuzioni sommarie e, in aggiunta, che le mutilazioni dei corpi erano state causate probabilmente da animali e non dagli assassini.
In più, la giornalista ricorda che Dusan Dunjjc, patologo dell’istituto di medicina forense di Pristina, eseguì il test del guanto di paraffina, che risultò positivo per 37 cadaveri su 40. Una scoperta che porta a una conclusione: si trattava di guerriglieri, e non di civili.
Certo, tutto ciò poteva essere frutto di un’analisi di parte, ma la Boari ricorda che i corpi furono successivamente presi in consegna da analisti finlandesi per un’indagine indipendente. Ed ecco un nuovo colpo di scena: su 40 autopsie, 39 “esclusero l’ipotesi dell’esecuzione sommaria”.
Ma Helena Ranta, a capo del team finlandese, non ufficializzò mai quei risultati. Nel suo rapporto ufficioso, confuso e contraddittorio, venivano smentite alcune tesi dei serbi, ma confermata la natura delle mutilazioni dei corpi. Ma molto più, come riportava il Guardian, vi si leggeva: “Le indagini medico-legali non possono dare una risposta definitiva alla domanda se ci sia stata una battaglia o se le vittime siano morte in altre circostanze”, cioè assassinate.
La Ranta, in un’intervista postuma, affermò che subì forti pressioni da parte di Walker e tanti altri perché accusasse i serbi, ma di aver resistito. Resta, però, che in una conferenza stampa tenuta a Pristina in quei giorni cruciali, pur in mancanza di prove, affermò di fronte al mondo che, da essere umano, riteneva che a Račak si fosse consumato un “crimine contro l’umanità”.
Una frase mal interpretata, affermò l’esperta finlandese nell’intervista succitata, e per la quale disse di provare “rammarico”. Ma ciò anni dopo, dopo cioè che la sua affermazione fosse usata come conferma delle accuse di Walker. Fu il casus belli. Di lì a poco le bombe Nato iniziarono a piovere sulla Serbia.