A dimostrazione di quanto le relazioni tra l’Occidente e Mosca siano deteriorate, il 75º anniversario della NATO è stato utilizzato dai suoi membri per promuovere una capacità di attacco a lungo raggio mai vista in Europa dai tempi della Guerra Fredda. Se al vertice di Washington non sono emerse novità rilevanti sullo status dell’Ucraina, rispetto agli indirizzi strategici già assunti a Madrid (2022) e a Vilnius (2023), vale a dire che a Kyiv è promesso un ingresso nella NATO, prima o poi, e nel frattempo c’è chiusura totale ai negoziati, è stato intanto compiuto dall’Alleanza un notevole “passo in avanti” nella costruzione di un sistema di difesa avanzato contro la Russia.
Uno degli annunci dei più carichi di simbolismo, e di possibili rischi, è quello relativo all’annuncio del Pentagono che, a partire dal 2026, gli Stati Uniti schiereranno in Germania sistemi di attacco a lungo raggio, con missili ipersonici, “prima in modo episodico e poi duraturo“.
La reazione russa è consistita nella denuncia da parte del Cremlino di “un ritorno alla Guerra fredda” e nella promessa una “risposta militare”, avvertendo che l’iniziativa americana autorizza la Russia a designare come “potenziali” obiettivi di ritorsione le capitali del Vecchio Continente. Il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, ha però ostentato sicurezza, spiegando che la Russia ha già dimostrato in passato capacità di deterrenza sui missili statunitensi in Europa.
A fare da contraltare ai comunicati aggressivi della NATO e della Russia è giunta la notizia della telefonata, la settimana scorsa, tra il ministro della Difesa Andreij Belousov e il capo del Pentagono Lloyd Austin. Non sappiamo cosa si siano detti, ma entrambe le parti hanno commentato che è importante mantenere aperti i canali di comunicazione diretti per discutere su “come ridurre il rischio di una possibile escalation”. È la seconda volta dall’inizio del mese che i due si sentono, dopo che per più di un anno non c’erano stati contatti ad alto livello tra Mosca e Washington.
Nonostante la diplomazia prosegua dietro le quinte, si è tornati a parlare dei famigerati euromissili, che ci riporta alla memoria quel palcoscenico europeo che quarant’anni fa veniva considerato il teatro delle operazioni belliche in caso di conflitto nucleare fra la Nato e il Patto di Varsavia. All’epoca, i vettori a corto e medio raggio dispiegati nel Vecchio Continente si chiamavano Pershing e Cruise, con testata nucleare e gittata superiore a 500 chilometri, schierati dall’Alleanza Atlantica di fronte agli SS-20 sovietici. In quel teatro c’era anche l’Italia, campo di battaglia dove Unione Sovietica e Stati Uniti regolavano i loro conti indirettamente, sovvenzionando partiti e galassie intellettuali, mentre nel Terzo mondo si moriva nelle guerre per procura.
Se il piano statunitense scatterà non prima del 2026 e in modo episodico e aleatorio, con i missili ipersonici al momento ancora nemmeno operativi, il solo balenare della parola “euromissili” nel dibattito ha scatenato la reazione dell’opinione pubblica pacifista.”Il rischio di una guerra nucleare è serio e sta bruscamente crescendo. È necessario che le voci più illuminate si alzino”, si legge in un appello fatto circolare, tra gli altri, dal fisico Carlo Rovelli, il missionario Alex Zanotelli e dall’attivista Alessandro Marescotti, che invitano a “prendere posizione” contro la decisione della NATO, che contribuisce – si legge nel testo – “ad avvicinare in maniera sconsiderata il rischio di una catastrofe”.
Il testo NATO di fatto segnala, ci dice lo storico Edoardo Fontana, storico e analista militare, che si occupa del conflitto russo-ucraino sul suo blog, Acta Bellica, la fine del sistema di controllo degli armamenti che ci portiamo dietro dalla Guerra Fredda. È quello che riguarda le forze nucleari a medio raggio (INF), considerate quelle più rischiose per l’Europa, perché permettono uno scontro nucleare tra Washington e Mosca senza la distruzione totale reciproca delle superpotenze.
Come ricorda Fontana, dopo il ritiro dal Trattato sui missili antibalistici (ABM) nel 2002, l’uscita nel 2019 dal Trattato INF – che dal 1987 bandiva lo sviluppo e lo schieramento da parte di Stati Uniti, Russia e stati successori di missili terrestri tra i 500 e i 5500 km – ha visto gli Stati Uniti nuovamente protagonista di un gesto unilaterale volto a rilanciarne la preminenza militare. La dipartita del Trattato INF si è trascinata per diversi anni: nel 2014, poco dopo la crisi ucraina, la presidenza Obama ha formalmente accusato Mosca di avere sviluppato un missile da crociera terrestre a raggio intermedio, in violazione del Trattato.
Nonostante le offerte di verifica reciproca da parte russa, gli Stati Uniti hanno sempre rifiutato, sfruttando al tempo della prima presidenza Trump l’uscita dal Trattato per contrastare l’arsenale intermedio cinese. I nuovi missili permetteranno agli Stati Uniti, infatti, di colpire la Cina con armi terrestri meno costose. La Russia ha limitato il suo arsenale, ma l’uscita dall’INF permette ora anche all’Ucraina di sviluppare armi intermedie, destabilizzando ulteriormente i rapporti. La situazione attuale indica, insomma, una nuova corsa agli armamenti senza un ritorno al controllo precedente.
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