La mobilitazione permanente di un’Europa che si prepara alla guerra

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L’Europa non si limita più a immaginare scenari di crisi: li sta costruendo e istituzionalizzando. La Preparedness Union Strategy, varata dalla Commissione Europea, è il quadro entro cui i governi stanno modellando la vita civile e militare come se il continente fosse già immerso in una guerra di lunga durata. Dietro i sorrisi imbarazzanti della commissaria Hadja Lahbib con il suo “kit di sopravvivenza”, la sostanza è chiara: l’Unione sta preparando i suoi popoli a convivere con la guerra come condizione normale.

Francia e Germania, laboratori della mobilitazione

La circolare del ministero della Sanità francese agli ospedali, che chiede di essere pronti a gestire fino a 15 mila soldati feriti in meno di sei mesi, è molto più di una misura tecnica. È un passo che riporta la sanità pubblica a una logica da trincea, con ospedali trasformati in strutture militari di retrovia. Berlino si spinge oltre: il “Piano quadro per la difesa civile” immagina la capitale sotto assedio, con ospedali civili pronti a funzionare tra esplosioni, combattimenti urbani ed evacuazioni. La società europea non si prepara più alla pace ma al sacrificio.

Parallelamente, la Germania ha approvato la reintroduzione della leva obbligatoria, sotto forma di questionario obbligatorio per i giovani. Uomini e donne sono chiamati a dichiarare disponibilità e competenze, segnale evidente che la Bundeswehr vuole disporre di un bacino di reclute già censito e pronto all’uso. L’obiettivo, 100 mila arruolati entro il 2030, è ambizioso ma coerente con la militarizzazione crescente del Paese.

Economia di guerra e gerarchie militari

Le cifre raccontano il resto: secondo il Sipri, Berlino ha già superato il Regno Unito come principale Paese europeo per spese militari, con 88,5 miliardi di dollari nel 2024. Non si tratta solo di bilanci più gonfi, ma di un cambiamento di sistema: dall’allocazione di fondi al dual use fino al coinvolgimento delle aziende civili nella produzione e logistica militare. La distinzione tra industria civile e industria bellica si assottiglia, avvicinando l’Europa al modello americano di military-industrial complex.

A livello operativo, esercitazioni come Griffin Lightning e Hedgehog cementano questa trasformazione. Ventiseimila soldati Nato schierati tra Baltico e Polonia simulano scenari di invasione russa, mentre solo in Estonia oltre 18 mila uomini operano in un contesto che riproduce un conflitto di larga scala. L’Europa non solo si arma, ma interiorizza l’idea che il nemico sia già alle porte.

Il messaggio strategico è duplice. Da un lato, mostrare a Mosca che l’Europa si sta trasformando in un fronte avanzato della Nato. Dall’altro, rassicurare Washington che la spina dorsale del contenimento sarà garantita dai Paesi europei, con Francia e Germania in prima fila. Ma questa logica alimenta un circolo vizioso: più si prepara lo scenario di guerra, più diventa probabile che esso si materializzi. La “Preparedness Union Strategy” diventa così un’architettura politica che accetta la guerra come destino.

Il costo politico e sociale

C’è però un prezzo che va oltre i bilanci militari. Una società che si abitua a vivere nello stato d’eccezione rinuncia a porre limiti al potere politico e militare. Ospedali, scuole, università, trasporti vengono assorbiti dentro una logica di sicurezza totale, in cui tutto è sacrificabile per la difesa. La cittadinanza si trasforma in manodopera bellica, mentre il dibattito democratico viene ridotto al silenzio in nome dell’emergenza.

È qui che emerge la vera eredità di Ursula von der Leyen e di leader come Kaja Kallas: non solo una guerra militare, ma la costruzione di una società di guerra, un sistema dove paura e mobilitazione permanente diventano strumenti di governo. L’Europa si prepara non tanto a difendersi da un attacco, quanto a vivere in una condizione di assedio mentale e politico che rischia di essere la più duratura delle guerre.