La lettera aperta di Zelensky a Putin, spacciata come un tentativo di avviare un negoziato, è tutt’altro. Non un’apertura diplomatica, ma una sequela di vanterie, sfide, insulti, intimidazioni, bugie invero inspiegabile.
Non si comprende, infatti, a che scopo una tale missiva, che dice a Putin di prendere atto che la situazione della Russia è disastrosa sotto tutti i punti di vista, che gli accordi di Anchorage sono sepolti, e con essi Trump, e che lui stesso è finito o quasi e che deve affrettarsi ad accettare un negoziato alle condizioni di Kiev.
Queste le condizioni: un incontro tra i due presidenti in un Paese neutrale previo cessate il fuoco sulla linea del fronte con scambio di prigionieri nella formula “tutti per tutti”; un summit al quale deve partecipare una delegazione della Ue, perché ha “realmente la capacità di influenzare la situazione”, e degli Stati Uniti, di fatto solo comprimari inevitabili.
Non fa altro che ribadire le proposte pregresse di Zelensky: incontro tra presidenti senza previo negoziato diplomatico, il cessate il fuoco lungo la linea del fronte, l’irrinunciabile ruolo della Ue nelle trattative.
Proposte che la Russia ha respinto al mittente più volte dichiarando che non può accettare una tregua che serva solo a Kiev per riorganizzarsi e che l’incontro tra i leader può aver luogo solo per firmare un accordo maturato in un negoziato.
Della lettera, riportiamo solo la minaccia conclusiva: “Se personalmente non siete d’accordo sul fatto che sia giunto il momento di porre fine a questa guerra, l’Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Avremo coloro che ci sosterranno”.
“Ma dovrete anche lottare molto di più per la vostra esistenza, non per quella della Russia, ma per la vostra. E questa non è una minaccia da parte mia o dell’Ucraina. Sono fatti della storia russa che conoscete bene: quando la Russia si stanca, avvengono dei cambiamenti. Possiamo lavorare su questo tipo di stanchezza”.
Zelensky si sente forte. Ciò perché l’Ucraina è riuscita a colpire San Pietroburgo alla vigilia alla vigilia dell’apertura del Forum internazionale che si sarebbe tenuto nella città, come rivendica Zelensky nella missiva (attacco che, come gli altri, è made in Nato, che ha fornito l’indispensabile intelligence e altro).
Perché è uscito indenne dal terremoto causato dalle inchieste degli inquirenti di NABU e SAPO, che hanno portato in carcere il suo ex capo di gabinetto Andriy Yermak, il suo consigliere più fidato che gli sponsor occidentali gli avevano messo vicino per controllarlo, uscito subito dal carcere grazie a una irrisoria cauzione.
Inoltre, perché il nuovo premier ungherese aveva di fatto ceduto alle pressioni revocando il veto posto all’adesione dell’Ucraina alla Ue, notizia che oggi ha avuto l’ufficialità e che spiana, in teoria, la strada alla ricomprensione di Kiev nell’ecumene Ue (se andrà in porto, per l’Unione sarà una catastrofe).
Perché, infine, sapeva che negli Stati Uniti il potere che lo aveva sostenuto in passato stava riprendendo forza, come dimostra l’approvazione alla Camera dei deputati di una risoluzione volta a fornire ulteriori aiuti all’Ucraina, avvenuta sostanzialmente nelle stesse ore in cui Zelensky pubblicava la missiva.
Una votazione che non avrà alcun esito, dal momento che deve passare al Senato e non passerà, ma che resta un segnale forte soprattutto in vista delle prossime Midterm che saranno appannaggio dei democratici, i quali hanno votato compatti per la norma e a cui si sono uniti 18 repubblicani trasgredendo la linea del partito e, soprattutto, di Trump (anche se non si è speso per contrastare la proposta dei democratici, la posizione del presidente sul tema è nota e, pur se appannata, è rimasta invariata).
È la prima volta che il Congresso rilancia la politica della presidenza Biden. Simpatico il commento in proposito di Adam Dick sul sito del Ron Paul Institute, il quale, riferendo che nello stesso giorno i democratici hanno votato una risoluzione per frenare la guerra in Iran, scrive: “Con i Democratici della Camera che sembrano unanimemente contrari a una guerra e favorevoli a un’altra, è difficile non vedere le loro posizioni sui rispettivi conflitti come politiche: si trattava di votare contro la guerra in Iran perché è ‘la guerra del Presidente Trump’ e a favore della guerra in Ucraina perché è ‘la guerra del Presidente Biden'” (anche se ormai è diventata giocoforza anche una guerra di Trump, chiosa Dick).
Al di là della digressione, resta appunto che l’attacco a San Pietroburgo – riguardo il quale lo stesso Segretario di Stato Usa Marco Rubio ha allarmato sul rischio di “escalation” – la chiusura della rischiosa finestra giudiziaria, la vittoria sul veto ungherese e il riemergere del sostegno Usa alla guerra hanno galvanizzato Zelensky, da cui la lettera, che peraltro era anche un espediente per tornare sotto i riflettori dopo il lungo oscuramento dovuto alla criticità mediorientale.
Un ritorno in scena utile non solo all’immagine personale di Zelensky, ma anche e soprattutto alla questua presso i suoi sponsor, che negli ultimi tempi hanno ridotto i flussi finanziari verso Kiev.
Quanto allo zar, per ora tace. Il suo portavoce si è limitato a riferire che ha letto la missiva. Stop. D’altronde, c’è ben poco da dire, visti i contenuti e i toni. L’unico aspetto che su cui forse val la pena indugiare è che nelle sue righe Zelensky non fa mai riferimento al Donbass, né per negarlo alla Russia né per rivendicarlo. Ed è sul destino del Donbass che l’Endgame ucraino sta o cade. Ma è arduo sperare. Attendiamo la risposta di Putin, semmai ci sarà.

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