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“Alcuni eminenti figure della Nato hanno parlato della possibilità di utilizzare contro la Russia armi di distruzione di massa. A loro ricordo quanto segue: anche il nostro Paese possiede queste armi”, ha tuonato Vladimir Putin. Nel caso in cui il presidente russo considerasse di usare armi chimiche o nucleari “il volto del conflitto cambierebbe come non accadeva dalla Seconda guerra mondiale”, ha invece dichiarato Joe Biden. Tra gli avvertimenti della Russia e le repliche degli Stati Uniti troviamo le provocazioni di Dmitry Medvedev, ex presidente russo nonché attuale vice presidente del Consiglio di sicurezza nazionale della Federazione Russa. “Si terranno referendum e le repubbliche del Donbass e altri territori saranno annessi alla Russia. La protezione di tutti i territori che hanno aderito sarà significativamente rafforzata dalle Forze Armate russe. La Russia ha annunciato che non solo le capacità di mobilitazione, ma anche qualsiasi arma russa, comprese le armi nucleari strategiche e le armi basate su nuovi principi, potranno essere utilizzate per tale protezione”, ha scritto Medvedev su Telegram.

L’ombra nucleare

Il minimo comun denominatore di questi tre interventi coincide con il possibile utilizzo di armi nucleari. Si tratta di un bluff, di messaggi propagandistici per ingannarsi a vicenda, oppure c’è davvero il rischio che l’Europa possa essere teatro di un conflitto atomico? Era dai tempi della Guerra Fredda che il Vecchio Continente non correva un pericolo del genere. Dallo scorso 24 febbraio, inizio della cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina, il pericolo è cresciuto giorno dopo giorno, fino a raggiungere l’attuale quasi punto di non ritorno.

Dagli anni ’60 agli anni ’80, Washington e Mosca hanno schierato ciascuna decine di migliaia di testate nucleari puntate contro praticamente ogni grande città e risorsa industriale situata all’interno dei rispettivi confini rivali. Ciò che ha tenuto sotto controllo le due superpotenze – e ciò che in fondo continua a farlo ancora adesso – è l’aspettativa che se una delle parti avesse lanciato un attacco nucleare, avrebbe poi dovuto affrontare ripercussioni devastanti. Da decenni, insomma, i governi si sono affidano a questa teoria soprannominata distruzione mutua assicurata (MAD).

Un’ulteriore garanzia è figlia della graduale riduzione del numero di armi, realizzata attraverso vari trattati volti a limitare la diffusione delle citate armi nucleari. Il più importante, il Nuovo Trattato per la riduzione delle armi strategiche (START), limita gli arsenali di Stati Uniti e Russia a 1.550 testate nucleari. Attenzione però, perché il trattato non viene applicato alle cosiddette testate “non strategiche”. Dunque, entrambe le nazioni sono libere di accumulare tutte le armi tattiche – questo il loro nome – che vogliono.

Le testate “non strategiche”

Le armi nucleari tattiche, a differenza delle armi nucleari strategiche, possono essere impiegate su distanze relativamente brevi. Secondo alcune stime, Mosca dovrebbe possedere circa 2.000 armi nucleari tattiche. Queste possono essere posizionate su vari tipi di missili, che vengono normalmente utilizzati per lanciare esplosivi convenzionali. Possono inoltre anche essere sparate come proiettili di artiglieria su un determinato campo di battaglia. Le loro dimensioni variano in termini di potenza. Generalmente, si va da un kiloton o meno (l’equivalente di mille tonnellate di TNT esplosivo) ai 100 kilotoni. Gli effetti di un eventuale utilizzo, insomma, dipendono da molteplici fattori, in primis dalle dimensioni della testata impiegata. Giusto per fare un confronto con la bomba atomica che, nel 1945, ha ucciso circa 146.000 persone a Hiroshima, in Giappone, era di 15 kilotoni.

Esperti e analisi ritengono ancora altamente improbabile che Putin possa lanciare un ordigno nucleare sull’Ucraina. Il timore, tuttavia, è che possa farlo qualora la guerra sul territorio ucraino dovesse, nell’ottica russa, subire ulteriori e debilitanti battute d’arresto. A quel punto, nel worst case scenario, il capo del Cremlino potrebbe lanciare un attacco nucleare limitato. In questo modo, lasciando intendere che un olocausto nucleare potrebbe incombere sul mondo intero a fronte di eventuali risposte atomiche, Mosca potrebbe intimidire il governo ucraino e costringere gli Stati Uniti e i loro alleati a ritirarsi dal conflitto.

Il worst case scenario

La teoria sposata dalla Russia è chiara: nessuno è in grado di vincere una guerra nucleare. Allo stesso tempo, una singola detonazione più piccola potrebbe risultare abbastanza devastante da mettere in ginocchio un avversario come l’Ucraina. E abbastanza spaventosa da dissuadere gli Usa dal lanciare una risposta che potrebbe disintegrare migliaia, se non milioni, di persone.

Ragionando sempre in termini di worst case scenario, quali bersagli sceglierebbe di colpire Putin? Il targeting, ovvero la scelta dei bersagli, abbraccia una valutazione complessa, una sorta di summa tra potenziali ritorsioni e danni inflitti.

Circolano varie ipotesi. Due le più calde: l’Isola dei Serpenti o una città nella regione di Leopoli. Nel primo caso, al netto dell’utilizzo dell’arma nucleare, non ci sarebbero vittime e i danni sarebbero irrisori, visto che stiamo parlando di uno scoglio disabitato in mezzo al Mar Nero. Nel secondo, il discorso cambierebbe eccome, visto che Mosca andrebbe a distruggere un centro abitato in quella regione, a pochi passi dall’Europa. L’azione, poi, provocherebbe migliaia di morti, oltre ad una nuvola radioattiva minacciosa per l’Europa Orientale.

Ci si potrebbe infine chiedere come potrebbe reagire la Nato. Una risposta diretta appare teoricamente molto difficile, visto che Kiev non è un membro dell’Alleanza Atlantica. La nebbia è tuttavia fitta su quali potrebbero essere le sue effettive risposte. Certo è che l’Italia ospita le basi atlantiche più vicine all’epicentro del conflitto…

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