Nel corso della cerimonia di insediamento di giovedì scorso del nuovo Chief of Naval Operations (ovvero il capo di Stato Maggiore della Marina degli Stati Uniti) all’ammiraglio Mike Gilday è stato affidato il compito di continuare nell’opera di modernizzazione della flotta e delle strategie operative, seguendo la strada già percorsa dall’uscente ammiraglio John Richardson. Il compito per Gilday non sarà semplice, soprattutto per via dell’incremento dei programmi di ammodernamento dei sistemi di bordo e degli armamenti portato avanti dalla maggior parte dei Paesi al mondo, soprattutto dalla Cina. Più che la Russia, infatti, la vera controparte ipotetica sarà proprio la marina dell’Esercito Popolare di Liberazione che sta vivendo una fase di ampliamento e di modernizzazione sotto la spinta del governo di Pechino, intenzionato a creare una flotta capace di sostenere l’espansionismo politico ed economico, specialmente, nell’area del Pacifico. L’Estremo e il Medio Oriente, ivi compreso il Golfo Persico, saranno per il nuovo Chief of Naval Operations (Cno) le principali zone di attenzione nei prossimi anni, dove rimarrà forte e consistente la presenza della flotta della Marina sostenuta dai mezzi e dalle truppe del Corpo dei Marines, assicurando così la deterrenza nei confronti di ogni possibile aggressione convenzionale o non.

Le nuove minacce

Gli sforzi dell’ammiraglio Gilday non dovranno essere orientati solamente ad aspetti teorici, ma dovranno essere volti anche a far sì che possano essere stanziati fondi per la difesa fisica delle navi e degli uomini della Marina. I missili balistici antinave in sviluppo nella maggior parte dei Paesi al mondo saranno una concreta minaccia per le portaerei e per le navi di grandi dimensioni, che potrebbero essere colpite da attacchi lanciati da distanze massime di circa 4.000 km. Gli attuali sistemi di difesa attiva e passiva in dotazione alle portaerei e a tutte le navi dei vari gruppi da battaglia potrebbero essere insufficienti, motivo per cui tra i vari punti chiave delle politiche del nuovo Cno ci dovrà essere l’implementazione e la messa definitiva in operazioni dei RIM-161 SM-3 Block IIA, utilizzati dal sistema Aegis Ashore e necessari per intercettare e distruggere missili balistici. Non ci sarà però solamente la difesa strategica, perché per garantire in futuro l’effettiva sicurezza delle navi è cruciale migliorare ulteriormente i sistemi per la difesa di punto, ovvero il cannone a canne rotanti Phalanx CIWS e il laser AN/SEQ-3. Mentre il Phalanx è operativo dal 1978, l’arma laser è ancora nella fase di test e dal 2020 dovrebbe diventare operativa sul cacciatorpediniere USS Arleigh Burke. Passi avanti importanti ai quali si aggiungerà anche la cyber security; possibile sfruttando anche l’esperienza maturata dall’ammiraglio Gilday nel corso del suo comando della Decima Flotta degli Stati Uniti, parte integrante del Comando Cyber unificato. Gilday è il primo Cno ad avere un passato al vertice del comando cibernetico della Marina, a cui aggiunge anche l’esperienza maturata nella guerra di superficie, a differenza del suo predecessore Richardson che proveniva invece dai sottomarini. Gli aspetti relativi alla cyber security sono centrali nella politica e nella programmazione futura del Pentagono e la scelta di Gilday non sembra essere casuale, specialmente perché l’obiettivo per i prossimi anni è quello di far sì che tutte le forze armate siano perfettamente integrate in una rete sicura e che abbiano la capacità di esercitare una deterrenza anche in questo ambito. L’aspettativa è di affiancare alla presenza nelle acque di tutto il mondo dei sottomarini lanciamissili balistici equipaggiati con gli Slbm (Submarine-launched ballistic missile) Trident II, anche la possibilità di dissuadere potenziali aggressori tramite l’impiego operativo di strumenti informatici per colpire i sistemi di comunicazione e di controllo e le infrastrutture fisiche e non.

Il programma di modernizzazione della flotta

Questo, ovviamente, non significa la fine del principio cardine della strategia marittima degli Stati Uniti, ovvero la presenza in ogni parte del globo di forze che possano intervenire in maniera rapida in ogni tipologia di conflitto. Anche l’ammiraglio Gilday proseguirà il suo lavoro per assicurare che venga seguito il dettame “Costruisci una forza più letale” espressa dal documento della strategia di difesa nazionale (Nds, National Defense Strategy). Nella pubblicazione del 2018 dal Pentagono viene sottolineata la necessità di aumentare le già elevatissime capacità militari degli Stati Uniti per prevenire ogni minaccia e aggressione in tutto il mondo. La Marina, in quest’ottica, si inserisce con un programma di modernizzazione e ampliamento della flotta che prevede la costruzione di 55 nuove navi da guerra, sottomarini e navi logistiche, a cui saranno aggiunte 10 imbarcazioni autonome a controllo remoto (Usv, Unmanned surface vessel) che fungeranno da “prima linea” nel futuro.

Una programmazione ambiziosa ma considerata necessaria a Washington per mantenere il dominio e la superiorità marittima per tutto il 21° secolo, aumentando ancora di più il dislivello nei confronti delle principali competitor. Nei prossimi anni nei diversi cantieri navali statunitensi inizierà la costruzione di 3 sottomarini SSN-774 della classe Virginia, 3 cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, 1 fregata, 2 navi da rifornimento, 2 da rimorchio, 4 da sbarco, 2 senza pilota e, soprattutto, 1 portaerei (CVN-81). Quest’ultima dovrebbe entrare in servizio tra il 2025 e il 2030 diventando la quarta portaerei della classe Gerald R. Ford a essere costruita, continuando così il lunghissimo programma di modernizzazione delle superportaerei rappresentate, al momento, da quelle datate della classe Nimitz. Ma prima della CVN-81 che ancora è senza nome, la CVN-80 USS Enterprise dovrebbe essere completata a breve termine ed entrerà in servizio nei prossimi 5 anni. Le superportaerei, e i rispettivi gruppi di attacco, rimarranno il centro della politica navale statunitense e il loro impiego non sarà certamente ridimensionato nel futuro. Anzi grazie alle nuove tecnologie di bordo e agli investimenti continui nei sistemi di difesa antimissile, le portaerei della classe Ford saranno impiegate in misura maggiore in Europa, Pacifico e Medio Oriente.

Non solo le portaerei…

Al servizio del nuovo Chief of Naval Operations non ci saranno solamente le nuove superportaerei, perché tra i programmi “ereditati” dall’ammiraglio Gilday c’è quello dei sottomarini lanciamissili balistici della classe Columbia, che a partire dal 2028, inizieranno a rimpiazzare i datati classe Ohio. Oltre alle tecnologie e ai sistemi di nuova generazione, la principale caratteristica dei nuovi sottomarini sarà il nuovo compartimento missilistico per il lancio dei Trident II sviluppato insieme alla marina del Regno Unito per il programma della classe Dreadnought. Al fianco dello sviluppo dei nuovi sottomarini lanciamissili continuerà la produzione e l’aggiornamento dei cacciatorpedinieri classe Arleigh Burke, affiancati da quelli della classe Zumwalt che segneranno il passo avanti nel futuro delle capacità lanciamissili della Marina statunitense. Nel programma di modernizzazione che sarà proseguito sotto la guida dell’ammiraglio Gilday vi sarà un numero elevato, come riportato da National Interest, di nuove fregate lanciamissili, ma soprattutto importanti saranno le navi a controllo remoto che potranno essere impiegate per supportare le operazioni della flotta in ogni parte del mondo.

Una scelta cyber oriented?

La principale sfida per l’ammiraglio Gilday, però, rimarrà quella posta dall’aumentate minacce internazionali poste dalle politiche cinesi verso il mar Cinese meridionale e orientale, dalla Russia, dall’Iran e dalla Corea del Nord, oltre a quella del terrorismo. Per fronteggiarle al meglio, nel primo discorso come Chief of Naval Operations, Gilday ha rimarcato l’importanza che avrà continuare il processo di modernizzazione della flotta, delle tecnologie di bordo e delle strategie operative. Di certo scegliere Gilday, rispetto ad altri potenziali candidati, sottolinea nuovamente la volontà del Pentagono di aumentare gli investimenti e le capacità di cyber security, oltre che di orientare la bussola maggiormente verso la modernizzazione della flotta di superficie per contrastare le potenziali minacce su scala globale.