Il 28 febbraio Raytheon si è aggiudicata un contratto da 32 milioni di dollari per sviluppare un sistema di droni sciame in grado di operare autonomamente secondo il principio delle “munizioni vaganti” per la U.S. Navy. Il contratto prevede la creazione di un nuovo sistema basato sul Coyote Block 3 (Cb3) Autonomous Strike già acquisito dall’U.S. Army, che avrà la capacità di essere lanciato da navi di superficie senza equipaggio (Usv) e sottomarini senza pilota (Uuv). Il concetto alla base previsto per l’utilizzo di questo sistema, potenzialmente rivoluzionario per la guerra navale, è quello di condurre operazioni per fornire dati di intelligence, sorveglianza e ricognizione (Isr) nonché capacità di attacco di precisione da piattaforme marittime.

La particolarità, ma sarebbe meglio dire l’unicità, del progetto è che consiste nell’utilizzo di “munizioni vaganti”, ovvero una categoria di sistemi d’arma in grado di essere lanciati preventivamente e restare in volo “vagando” per un po’ nell’area di operazioni cercando obiettivi e attaccandoli autonomamente una volta individuati.

Si tratta, fondamentalmente, di sciami di piccoli droni “killer”, dotati di intelligenza artificiale, che possono, oltre a colpire e distruggere obiettivi, contribuire ad ampliare il raggio di osservazione e ricognizione sul campo di battaglia, in questo caso sul mare.

Le “munizioni vaganti” vanno a occupare una nicchia compresa tra i missili da crociera e veicoli aerei da combattimento senza pilota (Ucav), condividendo caratteristiche con entrambi. Differiscono dai missili da crociera in quanto sono progettati per restare in volo circuitando in un’area precisa per un tempo relativamente lungo e dagli Ucav in quanto sono destinati ad essere spesi in un attacco avendo una testata bellica incorporata, ovvero non sganciando il munizionamento per poi tornare alla “base”.

L’uso di questo tipo di strumenti potrebbe consentire una maggiore capacità di discriminare tra unità combattenti e non combattenti rispetto ad armi equivalenti come mortai, razzi, artiglierie navali e piccoli missili. La capacità di restare in volo per lungo tempo in attesa di questi sistemi consente di rilevare e monitorare potenziali bersagli per lunghi periodi prima di un attacco, riducendo così il rischio di “danni collaterali”. Inoltre le “munizioni vaganti” potrebbero consentire una maggiore precisione rispetto ad altri armi, in quanto l’intelligenza artificiale li guiderebbe sul bersaglio: sono in grado, come un qualsiasi sciame di drone, di cambiare la loro traiettoria, anche bruscamente, mentre molte munizioni equivalenti non ne hanno la capacità.

Un ulteriore pregio di questo tipo di sistema è che risulta essere più economico di alcuni missili da crociera, che hanno un livello di precisione simile.

Vari modelli di “munizioni vaganti” sono dotati di una sistema di guida che consente agli operatori di annullare un attacco a metà del volo e di abbandonare l’aereo in modo innocuo. Si tratta quindi di sistemi ad intelligenza artificiale basati sul principio human-in-the-loop, ovvero in grado di avere un qualche tipo di intervento dell’uomo nel corso della missione, a differenza, ad esempio, di altri sistemi autonomi attualmente in avanzata fase di sviluppo e prossimi all’ingresso in servizio come il siluro nucleare Poseidon russo. Avere la possibilità di controllo umano permette un elevato grado di sicurezza, in quanto è possibile intervenire, teoricamente, sino all’ultimo secondo prima dell’attacco, ma non è ancora chiaro il grado di controllo che sarà utilizzato in questi nuovi sistemi.

Fino ad oggi la possibilità di utilizzare questi sistemi in ambito navale non era mai stata presa in considerazione, ma i nuovi sviluppi mostrano che molto presto vedremo l’introduzione di “munizioni vaganti” su assetti navali particolari ed indicativi di una nuova strategia. Si parla, infatti, del loro impiego su unità di superficie e sottomarine “senza pilota”, come ad esempio sull’Orca, il progetto americano per un Xluuv, acronimo di Extra-Large Unmanned Underwater Vehicle, un sottomarino senza equipaggio di grandi dimensioni che sarà armato di missili da crociera, siluri, mine e altri piccoli droni subacquei.

L’introduzione di un sistema automatico volante, in grado anche di raccogliere informazioni, aumenterà a dismisura il raggio d’azione dell’U.S. Navy senza mettere a repentaglio le unità maggiori, e quindi gli equipaggi. In particolare, proprio il suo uso su grossi sottomarini senza pilota, aprirà nuove prospettive nella guerra sui mari. Pensiamo alla possibilità, ad esempio, di effettuare operazioni di sea denial restando celati nelle profondità marine, o di supportare un assalto anfibio preparandolo con un attacco di sorpresa con questi sciami di droni killer automatici, che potrebbero anche restare in volo durante lo sbarco in attesa di colpire automaticamente il nemico una volta palesatosi.

Questi sistemi inoltre potrebbero essere integrati nei sistemi di gestione del combattimento delle navi più grandi e venire utilizzati con gli altri sistemi di bordo: potrebbero fornire, ad esempio, la valutazione dei danni inflitti in combattimento dopo un attacco con missili da crociera.

È difficile per gli attuali sistemi navali in uso difendersi dagli attacchi di sciami di piccole imbarcazioni o droni. Le navi hanno canali di controllo del fuoco limitati e difficilmente riuscirebbero a “parare il colpo” di una formazione di piccoli droni, soprattutto se l’attacco venisse effettuato utilizzando sistemi classici come i missili antinave. Ma questi droni possono contribuire anche alla difesa delle unità navali: proprio per questa intrinseca debolezza dei sistemi di controllo del fuoco imbarcati, uno sciame di piccoli droni, mantenuto in volo al di sopra di una nave o di una squadra navale, potrebbe autonomamente colpire le piccole imbarcazioni veloce spesso usate per attacchi “mordi e fuggi” da parte di marine minori, come quella iraniana.