La U.S. Navy, la Marina Militare degli Stati Uniti, sta considerando, anche se provvisoriamente per il momento, la volontà di sostituire alcune delle sue portaerei maggiori a propulsione nucleare esistenti con portaerei leggere più piccole, di tipo convenzionale. Queste unità portaeromobili leggere, o Cvl, per ora rimangono per lo più solo a livello teorico.
La Marina per anni ha accarezzato l’idea di unità più piccole, che non hanno l’autonomia, la velocità e la capacità delle superportaerei a propulsione nucleare (Cvn) che, mediamente, costano 13 miliardi di dollari ai contribuenti. Leggiamo su Forbes che in uno studio del 2017 il think tank californiano Rand aveva raccomandato alla Marina di prendere in considerazione la possibilità di sostituire alcune delle sue 11 portaerei maggiori da 100mila tonnellate di dislocamento con unità più leggere, da 40mila tonnellate, sulla base di due per una.
Sebbene sia rimasta, e sia ancora, praticamente solo un’idea, la dicitura “Cvl” è apparsa per la prima volta nel piano di costruzione navale trentennale della Marina, ma solo come voce nell’elenco delle unità navali.
Nella tabella “Force Structure Comparison” (confronto della struttura delle forze), si legge che per il 2045, nell’inventario della U.S. Navy, si potrebbe prendere in considerazione di ridurre il numero di Cvn da 11 ad 8 e parallelamente dotarsi di sei unità leggere tipo Cvl. Eventualità che però, come leggiamo nella nota a margine, prevede l’ulteriore studio delle capacità delle Cvl e relativo impatto economico richiesto.
A ben vedere il piano di costruzioni navali che l’amministrazione del presidente Donald Trump ha rilasciato la scorsa settimana, è un documento esclusivamente di indirizzo, non un piano programmatico, e pertanto passibile di modifiche, anche incisive. L’amministrazione del neo presidente Joe Biden, che entrerà in carica il 20 gennaio, quasi certamente metterà mano al documento: eventualità piuttosto comune nella storia e messa in atto anche dalla stessa U.S. Navy o dal Congresso statunitense.
Tuttavia il piano presidenziale riflette il consenso di cui gode, negli ambienti della Marina, l’idea che la flotta dovrebbe crescere, raggiungendo le famose 530 unità, aggiungendo navi più piccole, che potrebbero più efficacemente sfuggire ad eventuali attacchi cinesi. Il progetto di ampliamento della flotta, che abbiamo già ampiamente trattato compreso delle difficoltà oggettive che incontrerebbe, prevede due strade per il futuro dell’aviazione imbarcata.
La Marina potrebbe mantenere 11 superportaerei, come già accennato, o ridurre gradualmente la loro consistenza numerica in favore dell’acquisizione di unità leggere Cvl. Non è ancora però chiaro come saranno queste nuove portaerei leggere né come si integreranno nella Flotta, quindi occorreranno studi approfonditi per capirne il potenziale e la reale efficacia alla luce dell’attività delle marine avversarie.
Si può cercare però di usare l’immaginazione considerando che la U.S. Navy ha in servizio navi da assalto anfibio portaeromobili di grosse dimensioni (Lha e Lhd) utilizzate dal Corpo dei Marines e dai suoi cacciabombardieri Stovl F-35B. Una Cvl, pertanto, potrebbe essere progettata in modo similare, essendo di dislocamento paragonabile, ma, ovviamente, con un’impronta esclusivamente “aeronautica” e quindi eliminando tutte quelle strutture e spazi interni utilizzati per la guerra anfibia, come il bacino allagabile.
Resta un interrogativo, oltre all’architettura finale (magari vedremo portaerei Usa con ski jump a prua come la nostra nave Cavour o come la Kuznetsov russa), quale tipo di aeromobili utilizzeranno: una Cvl potrebbe non avere una catapulta per lanci convenzionali, nemmeno di nuovo tipo (le catapulte elettromagnetiche Emals) che abbisognano di potenza notevole, o forse potrebbe montarne solo una o due, ma vorrebbe dire condurre operazioni di volo molto più lunghe rispetto al normale, per via del tempo necessario tra un lancio e l’altro. Utilizzare uno ski jump significherebbe obbligatoriamente imbarcare gli F-35B (quindi comprarne di più) e implica comunque una capacità di proiezione di forza limitata in quanto un velivolo che usa questa soluzione per decollare dal ponte di una nave non può farlo a pieno carico ma deve sacrificare o il carburante o l’armamento.
Al di là di queste possibilità, che sono solo speculazioni per il momento, la considerazione da parte dell’U.S. Navy di usare in futuro unità portaeromobili più piccole impone una riflessione sul ruolo di questa unità navale. La domanda principale è: hanno ancora un futuro?
Guardando a quello che fanno le altre nazioni a vocazione “marinara” sembrerebbe di sì. Il Regno Unito, dopo più di un lustro, è tornato ad avere in linea unità di questo tipo: la Hms Queen Elizabeth che presto sarà affiancata dalla Hms Prince of Wales. La Francia sta pensando al momento in cui dovrà radiare la Charles de Gaulle e, recentemente, ha ufficializzato la costruzione di una nuova unità, anch’essa a propulsione nucleare come la precedente.
La stessa Italia ha in servizio due unità portaeromobili: nave Cavour e nave Garibaldi, a cui si aggiungerà nave Trieste, un’unità leggermente più grande dell’ammiraglia della flotta e che sarà in grado di utilizzare gli F-35B. Dall’altro capo del mondo, in Estremo Oriente, la Cina, che ha in servizio due unità “minori”, la Liaoning (considerata però “nave per esperienze”) e la Shandong, ha in progetto di varare portaerei più grandi, sul modello di quelle statunitensi, ma a propulsione convenzionale (Cv). Il Giappone ha in servizio due unità che utilizzeranno sempre i caccia di quinta generazione della Lockheed Martin, i due “cacciatorpediniere portaeromobili” classe Izumo, mentre la stessa Corea del Sud vorrebbe dotarsi di unità simili proprio per usare i medesimi velivoli.
Cambiando ancora settore del globo, è notizia recente che la stessa Russia sta spingendo sull’acceleratore per ultimare prima del previsto i lavori di modernizzazione (e riparazione a causa degli incidenti in cantiere) della sua unica unità di questo tipo, la Admiral Kuznetsov, e non è escluso che in futuro possa considerare di riesumare i progetti di un’altra unità portaerei ma di tipo più grande, non necessariamente a propulsione atomica anche se ne avrebbe le capacità tecniche (questione di costi). Perfino il Brasile ha cambiato denominazione dell’unità da assalto anfibio “Atlantico”, in nave portaerei.
Sembra quindi che, nonostante le unità navali di questo tipo siano costose, e a quanto pare, molto più soggette a essere colpite e messe fuori combattimento – per motivi che vedremo a breve – rispetto al passato, tutti le vogliano. Del resto, anche tra gli analisti, si levano voci dissonanti rispetto alla narrazione che va di moda ora che vorrebbe le portaerei maggiori “superate”: secondo Eric Wertheim, autore di Combat Fleets of the World, “non sono significativamente più costose delle navi da guerra più piccole” aggiungendo anche che le unità a propulsione nucleare “sono intrinsecamente più adattabili per nuove tecnologie, capacità e missioni durante la lunga durata di vita di una nave”.
Poche parole ma che nascondono una grande verità: una nave, più è grande e “potente” più è adattabile a nuovi scenari di conflitto. La minaccia delle bolle A2/Ad, che, ad esempio la Cina, sta disseminando nel Pacifico Occidentale, è affrontabile meglio da una unità più grande e potente, perché può imbarcare con più semplicità nuovi sistemi d’arma in grado di contrastare gli ultimi ritrovati del nemico, come i temutissimi missili da crociera ipersonici o i nuovi missili balistici “killer di portaerei” che Pechino ha schierato, ma che non sono ancora stati visti in azione, nemmeno in esercitazione su bersagli naviganti, quindi la loro efficacia nel contrasto ai Csg (Carrier Strike Group) statunitensi è ancora tutta da verificare.
Sulle unità minori è molto più difficile – se non impossibile a meno di enormi lavori di ristrutturazione – diventare “adattabili” alle nuove minacce: basti pensare ai cacciatorpediniere Arleigh Burke che sono praticamente costruiti intorno al sistema missilistico Aegis. Immaginiamo quindi cosa significherebbe, se si trovasse un sistema missilistico di nuovo tipo in grado di contrastare i vettori ipersonici, imbarcarlo su una unità da 40mila tonnellate: gli spazi ristretti comporterebbero dover sacrificare qualcos’altro, che siano serbatoi di carburante, parte del ponte hangar, locali tattici o dell’equipaggio, senza considerare i radicali lavori di trasformazione, che costerebbero parecchio.
Insomma, se la dispersione delle forze, con unità più piccole e più spendibili – portaerei comprese – può essere una soluzione per far fronte a nuovi tipi di minacce e nuove tattiche, di certo questa nuova filosofia non segnerà la fine delle unità portaerei maggiori, che rappresenteranno ancora, per i motivi qui elencati, il fulcro della capacità di proiezione di forza dal mare.
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