Tre anni fa, il 26 febbraio del 2020, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy firmò il decreto con cui si dichiarava il 26 febbraio la Giornata della resistenza all’occupazione della Repubblica autonoma di Crimea e della città di Sebastopoli. Il 26 febbraio scorso, a un anno dall’inizio dell’invasione russa e in concomitanza con la data di celebrazione per ricordare quanto accadde nel 2014 (ciò che la Russia ritiene una regolare annessione mentre l’Ucraina e la comunità internazionale solo un’occupazione illegale), Kiev è tornata a parlare della penisola del Mar Nero. E lo ha fatto ribadendo un principio su cui da tempo esiste ampio dibattito: la volontà di riprendere completamente il territorio della Crimea una volta terminata la guerra in corso.
I progetti di Kiev
“Quella è la nostra terra, il nostro popolo. Riporteremo la nostra bandiera in ogni angolo dell’Ucraina” ha detto Zelensky. “Ci fermeremo solo quando ripristineremo il Paese entro i limiti del 1991”, ha detto il vice capo dell’intelligence della Difesa ucraina, Vadym Skibitskyi. Dello stesso avviso Andriy Yermak, il capo dell’ufficio del presidente ucraino, che ha confermato che le intenzioni di Kiev sono quelle di tornare in Crimea. Per molti già in primavera, con la controffensiva ucraina che potrebbe riprendere vigore e che potrebbe puntare direttamente alla penisola del Mar Nero o ai territori occupati che uniscono la Crimea al Donbass, come per esempio la città di Mariupol e la regione circostante.
Sul punto, il dibattito è acceso da diverso tempo e coinvolge non solo Kiev, ma anche il principale alleato dell’Ucraina, gli Stati Uniti. Da Oltreoceano, le dichiarazioni giunte in concomitanza con le dichiarazioni ucraina sulla Crimea sono state improntate sulla diplomazia. Il portavoce del dipartimento di Stato, Ned Price, ha ribadito che “gli Stati Uniti non riconoscono e non riconosceranno mai la presunta annessione della penisola da parte della Russia”. Più cauto il consigliere per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, che a una domanda sul sostegno di Washington in caso di riconquista della Crimea ha risposto che ciò che succederà in quella regione, al pari di un eventuale accordo con Mosca, “è qualcosa che spetta agli ucraini (decidere n.d.r.)”. Sulla stessa linea il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, che pur confermando l’idea che la Crimea debba essere restituita a Kiev, ha sottolineato come quella decisione non spettasse a Berlino.
La Russia ha ovviamente ribadito la sua linea: il territorio annesso nel 2014 rappresenta parte della Federazione e non si torna indietro. Lo ha fatto capire Vladimir Putin e lo ha reso evidente anche tutto il cerchio di potere del Cremlino, che ha ribadito più volte di considerare la Crimea una linea rossa invalicabile e una regione da cui le forze russe non andranno più via. Una posizione che viene ritenuta granitica anche dai comandi occidentali e da molti analisti, i quali hanno spesso sottolineato che rispetto ai territori invasi a febbraio, la percezione che si ha riguardo la Crimea è quella di un’area ormai impossibile da togliere a Mosca a meno di clamorosi rovesciamenti di fronte o di sconfitte totali e dai confini ancora oscuri.
Il nodo dell’appoggio alla riconquista
È proprio su questo punto che si concentrano anche molte dichiarazioni e dibattiti in seno agli alleati di Kiev. Se infatti tutti concordano nel ritenere legittima l’aspirazione ucraina nel riconquistare la Crimea, la divisione è nel considerare realistica o meno la riconquista della penisola e soprattutto se essa debba avvenire con il pieno sostegno occidentale. Molti frenano sulle possibilità concrete di vittoria. Molti fanno comprendere che sia più utile colpire la Russia nel territorio che unisce la Crimea al Donbass, senza andare a incunearsi nella penisola. Altri segmenti ritengono invece che la Crimea sarebbe il colpo forse del ko definitivo per Putin, che risulterebbe profondamente ferito dal dover ripiegare in quella che era stata la sua più importante operazione bellica nella lunga stagione di potere. Altri osservatori, invece, sostengono che questo non dovrebbe avvenire per evitare una potenziale escalation da parte di Mosca.
La possibile controffensiva
Tutto dipende da numerosi fattori che non possono essere sottovalutati. Da un lato c’è l’offensiva russa a est, specialmente nell’area di Bakhmut, che per Zelensky rappresenta un problema enorme sotto il profilo strategico. L’avanzata delle truppe di Putin appare lenta, sanguinosa, ma graduale, e questo implica un arretramento in un’area molto importante per i piani di entrambi gli schieramenti. Puntare la Crimea potrebbe essere un diversivo particolarmente incisivo, soprattutto per costringere i russi a distogliere forze da Bakhmut e villaggi limitrofi, ma le truppe ucraine al momento non sembrano in grado di proporre una controffensiva come quella che mesi fa sorprese i russi a est. Dall’altro lato, resta il nodo delle armi e dei tank occidentali diretti verso il fronte ucraino. Come sottolineato da Skibitsky, Kiev attende quelle forniture anche per capire la possibilità di far partire la nuova avanzata primaverile. E la Crimea o i territori limitrofi potrebbero essere il vero grande obiettivo dei comandi ucraini, come del resto già osservato con i numerosi sabotaggi e attacchi che hanno coinvolto le basi russe in quella regione.
L’impressione, almeno in questa fase del conflitto, è che al momento la diplomazia non riesca a fare breccia nemmeno su come orientare i possibili sviluppi della guerra. Le armi si confermano l’unico verso strumento di comunicazione tra le parti e il futuro della guerra è sostanzialmente delegato esclusivamente alle vittorie sul campo e alle forniture di mezzi e armi ai due eserciti. Washington ha bocciato il velleitario (e decisamente fumoso) “piano di pace” cinese per l’Ucraina e ha anche accusato pubblicamente Pechino di voler sostenere militarmente Mosca. E se la Casa Bianca al momento frena sull’invio di F-16 ai piloti ucraini, è il Congresso, soprattutto attraverso il presidente della commissione per gli affari esteri della Camera, Michael McCaul, a premere sull’amministrazione Biden affinché invii ancora più armi, carri e caccia agli uomini di Zelensky.