La parola embargo in Libia si è sentita nominare per la prima volta nel 2011, quando il Paese stava scivolando nel vortice della guerra tra le forze di Gheddafi ed i cosiddetti “ribelli”. Da allora infatti è in vigore un embargo sulle armi che avrebbe dovuto evitare ulteriori episodi di violenza. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: oggi in Libia circolano almeno venti milioni di armi, considerando che gli abitanti sono 5 milioni, il rapporto è di almeno quattro armi per ogni abitante. L’embargo cioè è rimasto sempre e solo sulla carta da 9 anni a questa parte. E non è nemmeno questo il problema principale: in Libia infatti non solo c’è una grande ed inquietante quantità di armi, la vera insidia è data dal fatto che tutti gli attori impegnati sul campo userebbero il Paese nordafricano per testare nuovi armamenti. In poche parole, la Libia si sarebbe trasformata in un immenso laboratorio di armi.

La denuncia delle Nazioni Unite

A sottolineare quest’ultimo aspetto è stata nei giorni scorsi Stephane Williams, la diplomatica statunitense che al momento guida la missione Onu in Libia dopo le dimissioni di Ghassan Salamé. Nel corso di una conferenza video, Williams ha denunciato la presenza nel Paese nordafricano di nuove armi e di nuove tecnologie militari: “La Libia si sta trasformando in un campo per sperimentare tutti i tipi di nuovi sistemi d’arma”, ha dichiarato la diplomatica americana la quale ha puntato il dito contro tutte le parti in causa nel conflitto, sia interne al Paese e sia internazionali. In poche parole, dall’estero arriverebbero sempre più nuovi armamenti i quali verrebbero testati in un campo di battaglia per la prima volta proprio in Libia.

“Abbiamo qualcosa chiamato il lanciafiamme Rpo-A – ha proseguito Stephane Williams – che è una sorta di sistema termobarico che viene utilizzato nella periferia sud di Tripoli. Abbiamo nuovi droni che vengono introdotti, incluso un velivolo che è essenzialmente come un drone suicida che esplode all’impatto”. E non sarebbero le sole nuove armi i cui utilizzi sono stati riscontrati in Libia: “Questi sono solo due esempi di sistemi spaventosi che vengono implementati in un contesto urbano che è completamente inaccettabile”.

Libia sempre più “caserma d’Africa”

Quanto dichiarato dall’attuale responsabile della missione Onu in Libia, non deve però sorprendere. Quell’embargo accennato ad inizio articolo, non è mai stato applicato e da tutti i vari confini del Paese non hanno mai smesso di entrare e circolare armi. La missione Sophia, sorta nel 2015 proprio per il controllo del traffico d’armi su iniziativa dell’Ue, ha rappresentato da questo punto di vista un grave fallimento. Adesso l’Europa vorrebbe riprovarci con la missione Irini la quale però, come ha dichiarato Michela Mercuri su InsideOver nei giorni scorsi, “sulla carta non ha ancora trovato una sua implementazione pratica”. Anzi, al contrario, ancora oggi non sembrano essere state chiarite le regole d’ingaggio e non sembra essere stata risolta nemmeno la questione legata al comando della missione. 

Intanto le armi in Libia sono continuate ad affluire anche nelle ultime settimane, nonostante le chiusure di porti ed aeroporti decretate in tutte le regioni del Paese per contenere il coronavirus. Alcuni aerei hanno raggiunto Tripoli dalla Turchia, altri invece Bengasi dalla Siria e dagli Emirati Arabi Uniti, segno di come rifornimenti e materiali bellici potrebbero essere arrivati senza problemi a tutte le varie parti in causa nel conflitto. Il vero nodo della questione consiste nel fatto che la Libia è da anni oramai una guerra per procura, con il coinvolgimento di attori esterni che si fronteggiano nel Paese per guadagnare posizioni all’interno dello scacchiere mediorientale. Ed in questo contesto, sempre più governi usano la Libia anche per testare la propria dotazione militare.

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