Interessi russi, rinnovato attivismo francese, immigrazione e rapporti con il Sahel: tanto basta per fare della Libia, ancora oggi un Paese spaccato e frammentato senza un governo unitario, una polveriera pronta ad esplodere. E la cui deflagrazione potrebbe essere ben avvertita soprattutto in Italia, lì dove tra interessi energetici e legati al contrasto all’immigrazione irregolare si guarda con molta attenzione e con non poca preoccupazione a cosa sta accadendo.
InsideOver ha parlato del dossier libico con Michela Mercuri, docente e analista militare, e Alessandro Scipione, il quale con AgenziaNova segue da tempo la situazione a Tripoli e Bengasi. Ad emergere è un quadro che vede nuovamente la Libia al centro di molti interessi internazionali, tanto politici quanto economici. Un contesto in cui appare molto lontana ogni ipotesi di riappacificazione tra le varie componenti interne al Paese nordafricano.
Mosca preme per una nuova base in Cirenaica
Sotto il profilo prettamente politico, la Libia è frammentata in più parti. C’è un governo internazionalmente riconosciuto stanziato a Tripoli, guidato dall’uomo d’affari misuratino Abdel Hamid Ddeibah. Il suo esecutivo però non riesce ad avere il controllo del Paese, a dire il vero a malapena riesce ad imporsi nella stessa capitale libica. L’ovest infatti, è controllato da una serie di milizie che a volte rispondono al premier e altre volte invece, a seconda degli interessi in gioco, agiscono in modo autonomo.
Di certo, la sfera di influenza di Ddeibah non va oltre Sirte: l’est della Libia è infatti controllato dalle forze fedeli al generale Haftar, uomo forte della Cirenaica il quale da almeno un decennio ha esteso il proprio potere a quasi tutta la parte orientale del Paese. A complicare ulteriormente il quadro è la presenza di due camere parlamentari incluse, con gli accordi di Skhirat del 2015, tra le istituzioni ufficialmente riconosciute: a Tripoli ha sede il Consiglio di Stato, eletto nel 2012 e considerato oggi una sorta di Senato libico, a Tobruck invece è situata la Camera dei rappresentanti, eletta nel 2014. Due parlamenti spesso in contrapposizione e dalla dubbia legittimità politica visto che le elezioni si sono svolte più di dieci anni fa.
Michela Mercuri, da anni impegnata nel seguire da vicino il dossier, non ha dubbi: “La frammentazione della Libia – ha dichiarato su InsideOver – favorisce gli appetiti di tutti quegli attori, interni ed esterni, che vogliono mettere le mani su questo territorio strategico”. Avere un posto al sole in Libia, vorrebbe dire avere un posto in primo piano in un Paese affacciato sul Mediterraneo e ricco di risorse naturali, petrolio e gas in primis. L’impossibilità per Italia e Francia, duellanti ancor prima che alleati in Libia, ha favorito l’emersione di altre potenze. La Turchia ad esempio appoggia il premier Ddeibah, mentre la Russia già dal 2015 risulta molto vicina ad Haftar.
“Mosca adesso vuole approfittare della distrazione dettata dalla guerra in Ucraina – ha sottolineato Mercuri – per stringere ulteriori accordi con Haftar”. Il primo obiettivo del Cremlino, sarebbe quello di impiantare in Cirenaica una base navale: “Questo andrebbe a rinforzare la postura politica e militare della Russia nel Mediterraneo e nel medio oriente – ha dichiarato la docente – circostanza in grado di alterare non pochi equilibri”. Anche perché, ha ricordato ancora Michela Mercuri, Mosca nel continente africano è molto presente e vorrebbe espandere ulteriormente la propria influenza: “Non dobbiamo dimenticare – ha aggiunto Mercuri – che la Russia vuole costruire anche una base nel cuore dell’Africa”. Un investimento quindi a tutto tondo, in grado di catturare i timori dei Paesi occidentali. Italia in testa.
Il ritrovato attivismo della Francia
Alla domanda su cosa Roma può fare per ridimensionare la portata dell’attivismo russo, Michela Mercuri non ha dubbi nella sua risposta: “Bisogna intensificare, per quanto possibile, i contatti anche con l’est della Libia e dunque anche con Haftar”, ha dichiarato. L’Italia, è bene ricordare, ha rapporti ufficiali con il governo di Ddeibah, unico esecutivo riconosciuto dal nostro Paese. Con Haftar i canali sono avviati da tempo, ma sono ufficiosi.
Avere rapporti più stretti anche con chi controlla la Cirenaica, secondo Michela Mercuri garantirebbe a Roma anche la possibilità di parare i potenziali colpi inferti da un “alleato”. Il riferimento è alla Francia: “Parigi sta tornando a essere nuovamente attiva in Libia – ha rimarcato la docente – Negli ultimi giorni Paul Soler, inviato del presidente Macron, ha incontrato una trentina di leader politici e locali libici. Ufficialmente, il governo francese dichiara di voler stabilizzare la Libia e di voler lavorare in quella direzione, ma ritengo che invece si tratti di un modo per disturbare l’Italia. Forse anche per rimanere con dei contatti in Africa, viste le recenti difficoltà di Parigi nell’Africa francofona”.
“A mio avviso – ha aggiunto Mercuri – si tratta di tentativi opinabili, specie in un momento in cui l’Italia ha presentato il progetto politico relativo al piano Mattei. Piuttosto che collaborare per una comune visione europea, Parigi continua ad anteporre i propri interessi nazionali”. Difficile però dire se il giro di consultazioni ordinato dall’Eliseo avrà o meno concreti effetti. Del resto, un piano per ritornare a essere influenti in un dossier così delicato non si progetta nel giro di pochi giorni. Né tanto meno possono bastare una serie di incontro bilaterali per attuarlo. L’unica cosa certa da registrare in questa fase è il ritorno dell’attivismo francese, scomparso o comunque ridimensionato negli ultimi anni.
Lo scontro in Libia rischia di spostarsi in Niger?
Ci sono poi preoccupazioni legate anche alle conseguenze che il caos in Libia potrebbe avere sui Paesi vicini e, in particolare, su quelli del Sahel. Sta destando ad esempio particolare attenzione, a Tripoli e non solo, l’asse venutosi a creare tra il generale Haftar e la giunta militare al potere in Niger. Un asse che ha come perno la Russia: Mosca appoggia l’uomo forte della Cirenaica, così come appoggia la giunta golpista insediata a Niamey. Così come spiegato su AgenziaNova da Alessandro Scipione, da settimane sono in corso importanti contatto tra Haftar e i leader nigerini. Circostanza che ha portato il premier libico Ddeibah a inviare una delegazione a Niamey, con l’intento di ostacolare l’asse filorusso tra Bengasi e il Niger.
“Il Niger e la Libia condividono un tratto di confine di 324 chilometri nel deserto del Sahara – è il commento di Scipione su InsideOver – rappresentando un punto strategico sulle rotte del Sahel. Le tribù e i gruppi etnici presenti in entrambi i Paesi, come i Tebu e i Tuareg, sono da anni coinvolti in contese per il controllo delle rotte del contrabbando e del traffico di esseri umani”. È evidente quindi l’importanza assunta dal Niger agli occhi dei due principali attori impegnato nello scacchiere libico. Importanza che potrebbe portare Ddeibah e Haftar a contendersi il Niger. Anche perché la presenza russa nel Paese preoccupa e non poco gli Stati Uniti e l’Europa, Italia in primis.
“Il colpo di Stato a Niamey dello scorso luglio – ha concluso il giornalista – che ha portato al potere una giunta militare sostenuta dalla Russia, ha già avuto rilevanti ripercussioni sui flussi migratori illegali nell’area. È significativo notare che il governo di Niamey ha abrogato la legge che criminalizzava il traffico di migranti attraverso il Sahel. È da sottolineare che l’instabilità si sta diffondendo in tutta la regione”. Ulteriore motivo per temere un allargamento delle tensioni dalla Libia ai Paesi subsahariani.