La geopolitica della corsa allo spazio
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Un po’ di soppiatto, con un crescendo di operazioni molto discrete le varie potenze occidentali si addentrano nel Paese nordafricano.

La strategia di contenimento del terrore in questi anni è stata quella di intervenire militarmente in aree geografiche piuttosto precise e delineate, come l’Iraq, la Siria, il Golfo e ora la Libia.

Ma l’intervento di terra, tanto temuto dai politici europei, ben consci che centinaia o anche migliaia di morti non sarebbero accettabili per le fragili opinioni pubbliche del vecchio continente, è davvero l’unica opzione?

L’Isis ha ormai stabilito una presenza geografica e militare molto significativa, una presenza effettiva, tangibile, non più basata solo sull’appoggio morale o religioso, come accade in vari Paesi del mondo.

Aprire un nuovo fronte militare contro lo Stato Islamico appare essere ancora legato al concetto strategico di inviare truppe dove si trovano un conflitto o attività bellica, cioè quello che in gergo NATO si chiama “Kinetic”.  Questa strategia, però, sembra perpetuare una concezione , che i fatti dimostrano essere errata, di antiterrorismo basata sulla tattica di attuare offensive militari contro una qualunque presenza sul territorio creata da un qualsivoglia gruppo terroristico armato, ed è quanto stiamo vedendo anche in Africa, con la presenza di truppe europee in Mali, Nigeria ecc.

Questo concetto è fallato dall’idea che acquisire il controllo di un territorio distante migliaia di chilometri, con tutte le necessità e conseguenze logistiche di tenere corpi di spedizione oltremare, equivalga a contrastare le minacce di terrorismo contro l’Occidente e in particolare contro gli Stati Uniti.

Ma ammesso e non concesso che vi sia un collegamento effettivo fra un certo territorio e il terrorismo locale, c’è da chiedersi se, e perché,  quel territorio che in questo momento gode dell’attenzione dei media e dei politici internazionali rivesta più importanza di altre aree che sono state nel mirino dell’opinione pubblica e della stampa nel passato o di altri che potranno esserci nel futuro.

Il caso della Libia dimostra esattamente questo corollario: le enclavi dell’Isis in Iraq e Siria non risultano particolarmente speciali nell’ambito dell’antiterrorismo o dello stesso Daesh di quanto ci è stato fatto credere negli ultimi due anni.

La creazione di simili territori controllati da terroristi smaschera la falsa,ed esagerata, importanza data nel passato alla presenza di Al Qaeda in Afghanistan, che non era evidentemente una situazione geopolitica “speciale”.

Tant’è che da al Qaeda si è effettivamente generato e staccato l’isis e altri gruppi nati dalla stessa madre, e gli Houti nello Yemen, ce lo dimostrano.

Il risultato sembra quello del gioco in cui devi colpire in testa con una mazzetta la talpa meccanica, moltiplicato però per un numero enorme di Stati instabili, in una sequela di operazioni militari potenzialmente senza fine, dato che fino ad ora, dalla fine del colonialismo, non c’è stata carenza di Paesi  ad alto tenore di instabilità politica e sociale.

Questo atteggiamento occidentale è potenzialmente virale e compulsivo: la percezione delle possibili minacce porta a non sostituirne una con un’altra, anzi.

Il coinvolgimento militare in Siria e Iraq  non ha certo provveduto a far chiudere la missione in Afghanistan, cacciarsi nel ginepraio libico non permetterà certo di dimenticarsi di Siria e Iraq.

Questo modus operandi ci dimostra come l’antiterrorismo militarizzato, cioè con le truppe sul territorio, è  controproducente, e lo vediamo con l’antagonismo che si è creato in Siria fra USA, Russia, Francia, Inghilterra e Turchia, e anche con lo stesso antagonismo fra i gruppi anti Assad.

Il risultato sono i danni collaterali alle popolazioni civili, che creano proselitismo a favore dei terroristi e danno ancora più credibilità al messaggio mediatico dei terroristi.

Il vero problema di un territorio come la Libia del dopo Gheddafi è la totale mancanza di una positiva, efficace ed energica azione di un governo, o meglio, la mancanza effettiva, di un governo.

L’assenza di un governo efficace genera una serie di effetti dannosi, incluso il caos sociale e politico che i gruppi estremisti sfruttano, e lo vediamo tutti i giorni nelle nostre ex colonie, la  Somalia prima fra tutte e senza dimenticare l’Eritrea dove decenni si combattono guerre fratricide.

In Libia, in particolare, non c’è un problema di governo del territorio perché c’è l’Isis, ma esattamente il contrario, l’Isis e lì perché manca un governo efficace.

Altro errore dell’opinione pubblica e di alcuni strateghi,  è quello di pensare che colpire e annientare un gruppo terroristico in un determinato territorio sia un progresso nella lotta al terrore islamico, perché se dopo la vittoria si lascia, come già successo molte volte, quell’area senza un governo efficace i terroristi riprenderanno a breve il potere.

Le probabilità di creare un governo stabile ed efficiente in Libia in un prossimo futuro continuano a essere al minimo. Stiamo continuando ad assistere allo spettacolo increscioso di coalizioni in competizione fra loro, all’est e all’ovest del Paese, senza contare i gruppuscoli sparsi per il territorio.

La tregua e il tentativo di riconciliare le parti voluto dall’ONU ha avuto progressi lenti e di scarso successo, vista la frammentazione del governo ad interim e la possibilità di una presidenza collettiva, prodromo di una possibile federalizzazione del paese africano, nostro antichissimo dominio.

L’intervento armato anti Isis nella situazione attuale rischia di non essere coordinato con le forze locali, infatti assistiamo a molteplici attività militari disseminate senza un apparente logica.

Si rischia anzi concretamente che le varie fazioni combattenti si sentano ancora più libere di continuare le schermaglie fra di loro piuttosto che combattere l’Isis, che forse neanche percepiscono come una minaccia reale, quanto un eventuale concorrente nella gestione del petrolio.

La stessa sequenza degli interventi militari che si sono succeduti in questi anni suona ancora più stonata se si pensa che tutte queste attività non solo hanno fallito nello sradicare il terrorismo ma, anzi, gli hanno dato ancor più linfa vitale, come per l’attacco di Parigi o i numerosi attentati che si sono verificati anche in Paesi islamici, come il Pakistan.

Questo è particolarmente vero con la guerra in Iraq, dove, con buona evidenza, l’isis ha gettato le basi per la sua esistenza, è cresciuto, si è rafforzato, anche attraverso la predicazione religiosa, avversa all’occidente e a quanto rappresentino i suoi simboli.

La situazione in Libia era differente in quanto una rivolta contro il regime di Gheddafi era già in corso, e l’intervento militare è stato spinto da Francia e Inghilterra con l’appoggio logistico italiano, e l’assenso americano.

Ma con quale nefasto risultato è sotto i nostri occhi. Abbattere un dittatore odiato è stato in realtà eliminare un leader che si era allontanato, dopo una serie di negoziati, dal precedente coinvolgimento con il terrorismo internazionale e aveva cominciato a collaborare fattivamente nella lotta contro il terrorismo islamico radicale. Ora il vuoto creato dalla prematura fine di Gheddafi suona come un monito all’Occidente.

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