A Tripoli la calma non è poi nemmeno così apparente. Se da un lato è vero che il cessate il fuoco dello scorso 14 maggio al momento sembra reggere, dall’altro però la capitale libica è attraversata da un clima di forte tensione tanto militare quanto politica. La posizione del premier Abdul Hamid Ddeibah, in questo contesto, appare sempre più precaria e il rischio di una ripresa degli scontri non è così remoto. Nel frattempo, a peggiorare il quadro, sono intervenuti anche i dati dell’Oim (l’Organizzazione Internazionale per i Migranti) secondo cui mai come adesso in Libia il numero di migranti irregolari risulta particolarmente alto.
Il nuovo aeroporto a disposizione di Ddeibah
In un contesto come quello libico, spesso basta solo qualche dettaglio per spiegare al meglio la situazione. Come quello ad esempio della riapertura dell’aeroporto di Qasr Bin Gashir, situato a 30 km più a Sud del centro di Tripoli. Fino al 2014 era lo scalo internazionale principale della Libia, poi gli scontri accaduti in quell’anno ne hanno decretato una lunga chiusura e lo spostamenti dei voli nel più piccolo e centrale aeroporto di Mitiga. Oggetto di lavori di ricostruzione in anni più recenti, peraltro in un primo momento affidati al consorzio italiano Aeneas salvo poi essere dirottati verso aziende più vicine al premier Ddeibah, lo scalo è stato riaperto la scorsa settimana. Ma non perché i lavori siano effettivamente finiti.
Al contrario, anche le più recenti foto mostrano come dell’hangar non esiste quasi nulla e la pista altro non è che una lingua di asfalto rattoppata alla meglio. Forse è attiva una torre di controllo mobile e poco più. Proclamare però aperta la struttura potrebbe avere un duplice valore: “L’aeroporto di Mitiga – afferma su InsideOver una fonte diplomatica – è sotto il controllo della milizia Rada, il gruppo rivale della Brigata 444, quella vicino al Governo. Con la riapertura di Bin Gashir, Ddeibah ha voluto dimostrare che anche lui ha un aeroporto”. Non è però solo una questione di conta degli aeroporti: “C’è anche il sospetto – ha proseguito la fonte – che Ddeibah voglia assicurarsi una sicura via di uscita in caso di degenerazione definitiva della situazione”.
Le proteste nel centro di Tripoli
Il Governo deve adesso anche fare i conti con le manifestazioni da parte di numerosi cittadini. Subito dopo gli scontri maturati tra il 12 e il 14 maggio, in tanti sono scesi in strada per chiedere le dimissioni di Ddeibah. Da un lato c’è chi protesta per le condizioni economiche disastrose in cui versa Tripoli, assieme per la verità all’intera Libia. Dall’altro, c’è chi ha iniziato ad andare contro il premier per via del timore che, finita la tregua tra le milizie, il conflitto arrivi nel centro della città. Barricate e blocchi stradali hanno caratterizzato lo scenario di Tripoli degli ultimi giorni, al momento però il Governo rimane formalmente in sella.
La questione migratoria
Le tensioni stanno colpendo una Libia che, sotto il profilo umanitario, rappresenta un’autentica polveriera. Secondo l’Oim, sarebbero almeno 850.000 i migranti presenti nel Paese, segnando un record dal 2016, anno in cui l’agenzia Onu per i migranti ha iniziato a censire il numero di irregolari in Libia. Occorre specificare che la stragrande maggioranza di loro non ha intenzione di partire verso l’Europa e solo l’11% si è detto pronto ad attendere la traversata del Mediterraneo. Il dato però è ugualmente importante perché certifica una situazione molto grave e in grado, potenzialmente, di destabilizzare ulteriormente il quadro libico.