Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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Il presidente del Kazakistan Qasym-Jomart Tokayev lo ha detto in modo esplicito. Le truppe della Csto, l’alleanza a guida russa, hanno “completato con successo” la missione e lasceranno il Paese nei prossimi giorni. Secondo il governo di Nur Sultan, le forze dell’ex blocco sovietico procederanno a un “ritiro graduale” che potrebbe durare “non più di dieci giorni”. E per la Russia è (almeno formalmente) arrivato il momento in cui si può dare il via al ritorno delle truppe nelle basi.

Il ministro della Difesa russo, Sergej Shoigu, lo aveva già detto chiarito giorni: i contingenti del Csto avrebbero considerato terminata la missione una volta giunto il via libera della leadership kazaka. E per adesso tutto sembra far propendere per un progressivo e rapido ritiro delle truppe, iniziato, come confermato anche dai militari russi, alle prime ore di questa mattina.

Mentre il Kazakistan prova a ristabilire una strana normalità e ricucire le sue ferite umane e fisiche – fatti di sangue, morti, incendi e saccheggi – è la Russia in questo momento a raccogliere il frutto di un’operazione che può essere utile per capire il nuovo corso della leadership di Vladimir Putin. Una missione in cui gli elementi che hanno caratterizzato lo sforzo diplomatico ma soprattutto bellico russo indicano quale potrebbe essere la nuova strategia dello “zar” con questi nuovi conflitti. Lezione tattica che può servire per comprendere eventuali ulteriori azioni militari da parte del Cremlino.

La scelta di invocare il blocco

Primo elemento di particolare rilevanza è la scelta di muovere l’alleanza. La Csto, per la prima volta, ha attivato l’articolo 4 su richiesta di un Paese e ha fatto seguito un intervento militare da parte della Federazione Russa e di altri alleati di Mosca. Un messaggio che indica il desiderio di Putin di dare l’immagine di un blocco e non di un Paese contro tutti, in modo da promuovere l’idea di una potenza leader e non di una superpotenza sostanzialmente isolata che gioca la sua partita nel territorio di un vecchio impero che rischia di sfuggirle di mano.

Il fatto che questo sia avvenuto in Kazakistan e non in altre circostanze – altri Paesi richiesero a suo tempo l’intervento dell’alleanze senza ottenere il placet di Mosca – è frutto di una combinazione di fattori. Da un lato le condizioni più rischiose di altri interventi militari (vedi il caso armeno), dall’altro lato le tempistiche, in pieno periodo di negoziati con gli Stati Uniti per il destino dell’Ucraina, che hanno aiutato il Cremlino nella decisione di mostrare i muscoli. Quello che però sembra possibile prevedere è l’inizio di un nuovo modo di condurre la diplomazia da parte di Putin: evidenziando un salto di qualità anche rispetto al rapporto con gli alleati dello spazio post-sovietico.

Un blitz repentino con truppe d’élite

Altro elemento fondamentale è il tempo. La mossa russa di intervenire a sostegno del governo kazako contro i rivoltosi è stata repentina, quasi istintiva (almeno nell’immagine), e il dispiegamento dei soldati altrettanto rapido. In poche ore, le basi russe di Orenburg, Pskov, Ivanovo, Seshsha e Chkalovsky hanno attivato un piano di azione che ha visto forze d’élite e i migliori mezzi blindati sbarcare nei centri nevralgici del Kazakistan. Dagli aeroporti sono decollate decine di cargo Il-76 e An-124, e Mosca ha dimostrato di saper mobilitare truppe aviotrasportate in grado di blindare nel giro di un brevissimo arco temporale tutte le infrastrutture strategiche per la sicurezza del Paese e della Russia. Un segnale di capacità tattiche interessante anche in ottica di possibili blitz in altri territori.

La scelta di utilizzare gli Spetsnaz della 45esima brigata aviotrasportata e in generale parà impiegati nelle azioni in Crimea – così come quella di dare il comando al generale Andrei Serdyukov – si iscrive in questa metodologia di blitz rapido e immediatamente efficace. Elementi da tenere particolarmente sotto osservazione soprattutto se messi in parallelo con le più recenti esercitazioni delle forze armate russe: tutte campagne addestrative largamente orientate all’intervento di paracadutisti, cecchini e schieramento di mezzi per la conquista di piccole porzioni di territorio da difendere. Un qualcosa avvenuto, pur con modalità peculiari, anche nella crisi kazaka.

La via russa alla guerra contro-insurrezionale

L’utilizzo di forze armate in un conflitto sostanzialmente contro-insurrezionale pone poi un ulteriore spunto di riflessione. Qui la lezione russa è soprattutto tesa a far comprendere che Mosca non è solo capace di condurre una guerra ibrida o irregolare, ma anche a condurre una guerra “contro-irregolare”. Elemento come l’antiterrorismo, la stabilizzazione di un alleato in pericolo e la capacità di contrastare delle rivolte vengono mosse non sul piano della guerra ibrida né con l’utilizzo di regolamenti internazionali di più ampio respiro né tantomeno sul piano sistemico o politico, come può essere ad esempio una tipica operazione di peacekeeping occidentale.

La Russia ha dimostrato che in un conflitto di questo genere interviene in modo rapido per eliminare il problema nella sua manifestazione reale, cioè la guerriglia, e non ha una matrice contro-insurrezionale. L’obiettivo della campagna russa non è stato quello di sradicare il male per cui è esplosa la protesta, né si è cercato di chiarirlo in modo netto: lo scopo è stato quello di evitare che l’incendio deflagrasse, a mostrare le capacità russe di contrasto fisico di qualsiasi forma di insurrezione e dare modo agli avversari strategici di orientarsi di conseguenza. E in questo, forse, è la vera lezione che si può trarre da questa operazione in Kazakistan.

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