Nel caos in Libia che perdura dal 2011, dalla caduta cioè di Muammar Gheddafi, a un certo punto emerge sempre una figura che prova a sovrastare le altre. Un attore politico o militare cioè che, dopo aver per anni convissuto con altre forze sul campo, decide per il colpo di mano e per l’azzardo finale in grado di proiettarlo quale nuovo unico rais di Tripoli. Ma l’azzardo, in questi 14 anni di disordine e guerra latente, si è sempre poi rivelato un boomerang per chi lo prova. Una lezione che è valsa per il generale (e uomo forte dell’Est della Libia) Khalifa Haftar nel 2019 e che, puntualmente, adesso sta emergendo in tutta la sua drammaticità per il premier Abdul Hamid Ddeibah.
L’azzardo di martedì 13 maggio rivelatosi (quasi) fatale
Tutto è iniziato nella serata di lunedì 12 maggio, quando membri della Brigata 444 hanno ucciso in una base a Sud di Tripoli Abdel Ghani Al Kikli, noto anche con il nome di Gheniwa. Quest’ultimo era il leader della milizia che, fino a quel momento, controllava lo strategico quartiere di Abu Salim. Una persona di troppo ormai per Ddeibah e non solo, capace di agire (come altri capi milizia) come boss e figura in grado di minacciare con le armi altre figure di spicco. Dopo la morte di Al Kikli, la Brigata 444 ha preso il controllo di Abu Salim e ha chiuso quindi i conti con il gruppo rimasto orfano del suo leader.
Questo successo, maturato nel giro di poche ore e con appena pochi colpi sparati dalla Brigata 444, ha convinto Ddeibah che era forse giunto il momento dell’azzardo. Il premier contava di sbarazzarsi in poco tempo di molte altre milizie potenti e di affidare il controllo unicamente alla Brigata 444, gruppo di sicurezza a lui più vicino, e agli altri alleati. Nella serata del 13 maggio è così partito il blitz contro la Rada, una delle forze di sicurezza meglio equipaggiate della capitale e fedele ad altri capi milizia. L’effetto sorpresa, svanito con l’operazione della sera precedente contro Al Kikli, non si è verificato: la Rada ha risposto, ha richiamato altri alleati da fuori Tripoli e mercoledì mattina la Brigata 444 era già in fase di indietreggiamento. Soltanto un precario cessate il fuoco ha salvato, per adesso, la testa di Ddeibah.
Così Tripoli ora rischia il caos
La strada per il premier è drammaticamente tracciata: le sue forze difficilmente, nel momento in cui dovessero ripartire gli scontri, potranno tenere contro la Rada e gli alleati di Zintan e Zawiya, due cittadine a Ovest della capitale che hanno inviato combattenti a Tripoli. Ma già anche in assenza di combattimenti, il futuro di Ddeibah appare appeso a un filo. E questo per due motivi: in primis, perché le sue forze si sono disunite e quanto accaduto la settimana scorsa ha pesato nel sostegno politico e militare nei suoi confronti. In secondo luogo, perché gli stessi abitanti di Tripoli adesso appaiono contro il premier, accusato con la sua mossa di aver portato la città molto vicina al caos e al disastro. Occorre infatti ricordare che il centro della capitale libica è sempre stato solo marginalmente interessato dagli scontri degli ultimi 14 anni, con i vari fronti di guerra fermatisi lungo gli assi della periferia.
Per questo motivo, il Governo di Ddeibah sta perdendo i suoi pezzi. Almeno dieci ministri hanno rassegnato le dimissioni e hanno lasciato. Il premier appare circondato tanto a livello politico quanto militare. Fuori Tripoli, la situazione è di gran lunga peggiore: molte cittadine della costa ovest hanno disconosciuto la legittimità delle istituzioni tripoline, con diversi capi milizia che si sono detti pronti a marciare verso la capitale.
E Haftar?
Molte milizie dell’Ovest della Tripolitania risultano vicine o, quanto meno, non ostili al generale Haftar. Circostanza che potrebbe far pensare a una nuova sortita dell’uomo forte dell’Est in quel di Tripoli. Ma forse il generale quella lezione a lui impartita nel 2019, e oggi quasi fatale per l’avventura politica di Ddeibah, l’ha imparata: Haftar è consapevole che, paradossalmente, un suo intervento contro l’attuale premier potrebbe rinsaldare le milizie di Tripoli. Molti gruppi hanno il dente avvelenato contro il generale per quanto accaduto sei anni fa e non vedono la sua presenza di buon occhio. Ad ogni modo, l’unica cosa certa è che il caos in Libia è destinato a durare ancora per diverso tempo.
Da quattordici anni, cioè dal crollo del regimedi Muammar Gheddafi, la Libia vive nel caos e nella divisione, sempre sull’orlo della guerra civile. Gli esperti di InsideOver monitorano la situazione e sono in grandi di fornirti prospettive originali e illuminanti. Segui InsideOver, unisciti a noi, abbonati oggi!

