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Ritirare Unifil dal Libano, oggigiorno, rappresenterebbe un grave smacco per la comunità internazionale. Lo ha sottolineato ai nostri microfoni il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato Maggiore della Difesa, lo ribadiamo con forza ponendo in evidenza i rischi per il Paese dei Cedri in caso di fine della missione internazionale delle Nazioni Unite.

Il ritiro di Unifil rischia, infatti, di creare una tragedia di più ampia portata dell’attuale guerra in corso in Libano, che ha causato 2mila vittime in poche settimane. E questo va ribadito con forza. Con buona pace dei commentatori che, in Italia, stanno cercando giustificazionismi e riduzionismi di sorta all’attacco israeliano al contingente di 10mila uomini di cui oltre un militare su dieci è del Belpaese, inventando addirittura un presunto favoreggiamento dell’Unifil a Hezbollah.

Un sinistro precedente invita a pensare a cosa può succedere quando una missione internazionale viene meno ai suoi doveri: il massacro di Srebrenica. Gli 8.372 civili musulmani bosniaci massacrati dalle truppe dell’Esercito della Serbia Bosniaca guidato da Ratko Mladic furono sostanzialmente condannati a morte dall’ignavia del comando dei Caschi Blu olandesi che tra il 6 e l’11 luglio 1995 contribuirono a consegnare la città agli assedianti. Rendendo sostanzialmente inutile la presenza sul terreno dell’Unprofor, la forza di sicurezza dell’Onu ivi schierata. E macchiando le Nazioni Unite della peggiore delle colpe: la volontaria sottrazione ai propri compiti.

Ora, uno scenario “alla Srebrenica” nel Libano odierno, ovvero lo scoppio di un massacro settario o del collasso dello Stato, non si può escludere. Troppo calda la conflittualità regionale e troppo virulenta la contrapposizione tra Israele e i suoi nemici per escludere scenari estremi. Unifil è il filo sottile che separa il Libano dalla sorte della Striscia di Gaza? Escludere questa eventualità sarebbe da irresponsabili.

Secondo Marco Carnelos, ex ambasciatore d’Italia in Iraq e studioso di geopolitica, non si può escludere che Israele “non voglia testimoni” nella sua campagna libanese.

Del resto, Benjamin Netanyahu l’ha detto: il Libano rischia una distruzione “paragonabile a Gaza”. Il primo ministro di Tel Aviv non ha fatto mistero del fatto di essere in all-in. Il giornale italiano Il Manifesto ha sottolineato che l’intento di Israele sia far togliere di mezzo Unifil per procedere attivamente contro Hezbollah senza restrizioni, incurante di conseguenze per i civili che nei raid sulla capitale Beirut si stanno dimostrando già molto gravi.

La giornalista Rula Jebreal ha postato su X la copertina del numero odierno, a dir poco emblematico, della testata. Aggiungendo che il richiamo porta anche al massacro di Sabra e Chatila del 1982.

A ciò si aggiunge il rischio di una deriva settaria del Libano in caso di ritiro di Unifil. Lo Stato libanese esiste solo sulla carta, l’esercito è debole e privo di possibilità di imporsi come legittimo titolare della sovranità, oltre a Hezbollah c’è il rischio del proliferare di sigle militanti e un ritorno ai tristi tempi della guerra civile. Il giornalista di Ispi Francesco Petronella ha ricordato che Netanyahu, invitando i libanesi a sollevarsi contro Hezbollah, ha scelto di “soffiare sul fuoco delle divisioni settarie” in forma a dir poco irresponsabile nell’ottica della sicurezza pubblica del Paese dei Cedri.

Una manovra analoga a quella compiuta riguardo l’Iran con il rilancio del mito della “nazione persiana”, ma che in Libano assume cogenza ancora maggiore e il ruolo di una minaccia più concreta. Unifil appare il fragile, ma ultimo potere frenante contro questo deragliamento. E andare a vedere le carte di cosa potrebbe succedere dopo il ritiro di questo ultimo garante della residua stabilità del Libano rischia di generare problemi per la regione. I fautori della resa all’aggressività di Netanyahu in Italia ricordino bene tutto ciò quando perorano come forma assoluta di salvezza l’uscita del contingente internazionale.

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