In tutto il mondo è conosciuta come Guerra di Corea. In Corea del Nord, uno dei Paesi coinvolti direttamente nel conflitto, si chiama “Guerra patriottica di liberazione”, mentre in Cina, altro attore protagonista dello scontro armato, “Guerra di resistenza contro l’aggressione americana”. La guerra che ha devastato la penisola coreana dal 1950 al 1953 – di fatto ancora in corso, visto che è stato firmato un armistizio ma non un trattato di pace – è l’unica cicatrice della Guerra Fredda che non si è ancora rimarginata.

I nordcoreani sono soliti celebrare annualmente quella che loro considerano una “vittoria” contro l'”assalto” avanzato dall’esercito americano. Ma se Pyongyang è riuscita a non cedere di fronte a un esercito più moderno e meglio organizzato come quello americano, gran parte del merito va alla Cina. Nei giorni scorsi, tanto in Cina quanto in Corea del Nord, si sono tenute importanti celebrazioni per commemorare il 70esimo anniversario dell’intervento di Pechino nella Guerra di Corea, avvenuto il 19 ottobre 1950.

Le sorti della Guerra di Corea – con la coalizione delle Nazioni Unite che nel giro di pochi mesi aveva capovolto la situazione, respingendo l’avanzata comunista in Corea del Sud e conquistando quasi tutto il Nord, fino ad arrivare ad un passo dal confine con la Cina – cambiarono infatti non appena Mao Zedong decise di inviare le truppe cinesi a sostegno delle forze armate di Kim Il Sung, nonno dell’attuale presidente nordcoreano Kim Jong Un. Gli americani, guidati dal generale Douglas McArthur, furono colti di sorpresa. Washington pensava che le truppe cinesi fossero indebolite dalla fresca guerra civile combattuta oltre la Muraglia e ritenevano che mai avessero preso parte al conflitto coreano. Non andò così, visto che Mao inviò in Corea del Nord centinaia di migliaia di soldati.

Il ruolo della Cina

I numeri sono discordanti, anche se alcuni parlano di 56 divisioni formate da 500mila uomini. La CIA sottostimò invece la prima onda d’urto cinese, immaginando appena 60mila unità. Pechino aveva valutato attentamente se entrare o meno in guerra al fianco della Corea del Nord. Alla fine fu una decisione quasi inevitabile, visto che gli americani avrebbero conquistato l’intera penisola piazzandosi in pianta stabile nella regione.

Mao sapeva che gli americani avrebbero potuto bombardare le città cinesi situate lungo il confine sino-coreano – un rischio da correre pur di scacciare Washington dal proprio “cortile” di casa– ma non immaginava affatto che McArthur aveva chiesto a Harry Truman di poter replicare a un’ipotetica invasione cinese con un attacco atomico sulla Cina. La richiesta del generale fu tuttavia respinta dall’allora presidente americano. In ogni caso, grazie al supporto cinese e in seguito a logoranti battaglie, le forze nordcoreane riconquistarono il terreno perduto. Il 27 luglio 1953 fu firmato l’armistizio.

Il messaggio di Xi Jinping

L’attuale presidente cinese, Xi Jinping, ha rispolverato l’esito della Guerra di Corea per lanciare un chiaro messaggio agli Stati Uniti (pur senza mai nominarli esplicitamente). Il confronto con il passato usato nel 70esimo anniversario dell’unica occasione in cui i cinesi hanno combattuto contro gli americani è semplice: così come l’esercito cinese è stato in grado di respingervi una volta durante il conflitto coreano, se mai doveste attaccarci saremo pronti a sconfiggervi di nuovo.

Xi ha attivato la leva del nazionalismo con parole calibrate al dettaglio: la Cina non si piegherà contro gli “invasori” né permetterà danni alla sua “sovranità nazionale”, alla sua “sicurezza” e ai suoi “interessi di sviluppo”. La Cina, insomma, “non ha paura” di Washington. Il discorso di Xi è arrivato, tra l’altro, all’indomani del via libera degli Stati Uniti alla vendita di armamenti a Taiwan, che Pechino considera una “provincia ribelle”. Nel suo intervento, Xi ha infine sottolineato come “si debba usare il linguaggio che gli invasori possono comprendere: combattere una guerra con una guerra e fermare un’invasione con la forza, conquistare pace e rispetto con la vittoria”.

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