Allarme rosso a Aubagne, quartier generale della Legione Straniera, il primo (e forse oggi l’unico) ferro di lancia delle molto smagrite forze terrestri francesi. Dall’inizio della guerra in Ucraina ad oggi un numero importante di volontari ha rotto bruscamente il contratto quinquennale con la Lègion e sono partiti a combattere per le rispettive patrie. Su ogni fronte, su ogni trincea. Ucraini e russofoni. Sino a ieri fratelli d’arme sotto il tricolore francese, oggi tutti si accoppano vicendevolmente, con rara ferocia, molto piacere e tanta professionalità, nelle putride trincee del Donbass.
Un’emorragia di uomini che ha fatto sobbalzare il generale di brigata Alain Lardet, dal 24 giugno 2020 comandante della Lègion. Un veterano (nove campagne, tante decorazioni) ma anche una “testa d’uovo”. Tra una missione oltremare e l’altra, Lardet ha collaborato, in funzioni apicali, con il ministero della Difesa e con il ministero degli Esteri. Dunque, non uno sprovveduto e tanto meno un ottuso.
L’anno scorso, allo scoppiare del conflitto, il generale, molto attento alla composizione etnica dei suoi uomini – oltre un migliaio di ucraini e russi sui 9mila effettivi, suddivisi in undici unità sparse tra la Francia metropolitana e i teatri operativi, una percentuale importante -, concesse con il pieno consenso del ministero e fatto straordinario per la Lègion, una licenza di due settimane per i legionari che volevano rientrare in patria per aiutare le famiglie. Un bel gesto. Peccato che quasi nessuno dei “vacanzieri” sia poi ritornato in caserma. Riposto il basco verde, ognuno di loro ha scelto la propria strada e la propria bandiera. Da allora altri 60 hanno tagliato la corda per raggiungere – ognuno a suo modo – sulla linea del fuoco i propri rispettivi “fratelli d’arme” e sparare, uccidere, forse morire.
Un casino terribile che il ministero della Difesa transalpino ha cercato di minimizzare. Per Parigi i disertori “sono solo delle giovani reclute, senza una completa preparazione militare”, ma intanto la Legione, a scanso d’equivoci e speculazioni mediatiche, ha preferito sospendere, “per ragioni di sicurezza”, l’arruolamento di russi e ucraini.
Altrettanto inquietanti sono i dati forniti dalla Direction général de la sècuritè intèrieure, il servizio di sicurezza interno. Dal febbraio 2022 circa 800 cittadini francesi sono partiti verso Est per combattere chi con gli ucraini (due terzi) chi con i russi (un terzo). Secondo gli analisti risulta un quadro composito in cui si mescolano legami familiari e affettivi, voglia d’avventura, idealismo e, in qualche caso, sete di guadagno. Ciò che maggiormente preoccupa è l’orientamento politico di alcuni “volontari”. Sotto le bandiere di Kiev hanno servito o stanno militando 120 membri dell’ultradestra e 40 gauchistes, mentre dalla parte di Mosca sono stati individuati al momento 25 estremisti d’ogni colore, di cui una decina inquadrati nelle fila della Wagner. Uno spezzone ristretto ma attentamente monitorato dai servizi d’oltralpe.
Va inoltre aggiunto che, a differenza degli aspiranti guerrieri che partivano verso la Siria e l’Iraq per arruolarsi nelle file della Jihad islamica – incappando dal 2014 nelle severe leggi anti terrorismo – i “volontari” al loro ritorno non devono temere alcuna grana legale, al massimo un interrogatorio se richiesto dai servizi di Intelligence. Gli unici ad aver avuto problemi sono stati due militanti destrosi rientrati portandosi dei “souvenir” dal fronte: fucili d’assalto e ottiche militari. Denunciati per detenzione e trasporto d’armi sono stati condannati a 15 mesi di prigione. Al solito, il troppo storpia.

