Era il 1999 e, mentre volgeva al termine l’ultimo capitolo delle guerre iugoslave, la politologa Mary Kaldor acquistava notorietà internazionale attraverso il libro “New and Old Wars”, in Italia edito come “Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale”. Secondo la Kaldor, i Balcani occidentali erano stati il terreno di sperimentazione di una forma di guerra post-clausewitziana, destinata a plasmare gli affari bellici nel nuovo secolo, e sostanzialmente basata sui seguenti elementi: scontro fra Stati ed entità non-statali, forte enfasi da parte dei belligeranti sulla questione dell’identità, coinvolgimento di gruppi criminali, mercenari, ultrà ed estremisti per creare milizie paramilitari di supporto agli eserciti regolari, e finanziamento del conflitto attraverso traffici illeciti e reti di donazione transnazionali alimentate da magnati, privati, cittadini ordinari interessati alla causa.

La lunga strada verso la legione straniera nera

A 20 anni esatti di distanza dalla pubblicazione di quel libro, si può affermare che la previsione della Kaldor era accurata e la prova di ciò è quanto sta accadendo nel Donbass. Nell’Ucraina orientale ufficialmente non si combatte più, anche se le violazioni del cessate il fuoco, gli sconfinamenti, e le operazioni belliche su piccola scala sono all’ordine del giorno. La Russia è parzialmente riuscita nel suo obiettivo: frenare l’inglobamento del paese nell’orbita euroamericana attraverso la creazione di un conflitto a bassa intensità alternante fasi di riavvio e congelamento a seconda dell’interesse contingente.

Si tratta di una strategia già sperimentata con successo in altri paesi storicamente sotto influenza russa divenuti oggetto delle mire occidentali nel post-guerra fredda. Lo è stato in particolare in Moldavia e Georgia, al cui interno si trovano delle realtà virtualmente indipendenti, largamente supportate da Mosca, che sono rispettivamente la Transnistria, l’Abcasia e l’Ossezia del Sud.

Ma ci sono forze seriamente intenzionate a riaprire la questione del Donbass e chiuderla in favore di Kiev, veri e propri protagonisti delle nuove guerre. Il battaglione Azov – nato come formazione militare composta da volontari provenienti da ogni parte del mondo ed in seguito inquadrato nella Guardia Nazionale – e Settore Destro -l’espressione politica dell’avversione verso Mosca dilagante negli ambienti paramilitari – non hanno mai nascosto l’importanza dei legami transnazionali, promuovendo attivamente l’arruolamento di volontari (e mercenari). E ora starebbero lavorando alla creazione di una sorta di “legione straniera nera“.

Si discuterà di questo progetto a Zagabria a settembre, durante la conferenza annuale del Gruppo di Supporto Intermarium. E la scelta del luogo non è casuale. Sin dallo scoppio della guerra nell’Ucraina orientale, la Croazia si è confermata come uno dei principali bacini di reclutamento di volontari filoucraini – almeno 30 avrebbero combattuto per il battaglione Azov nei primi due anni del conflitto. Sono proprio i reduci delle guerre iugoslave accomunati da un passato antiserbo e dalla fede in un cattolicesimo belligerante e velatamente anti-ortodosso che hanno alimentato le partenze di giovani volontari e stabilito reti di cooperazione tanto impegnate nella difesa dei confini quanto nella lotta per comuni denominatori, come ad esempio il suprematismo bianco e l’odio antirusso.

Ora, questi sentimenti potranno essere meglio sfruttati nel campo di battaglia. Potrebbero essere potenzialmente decine di migliaia i simpatizzanti dell’estrema destra, europea ma non solo, interessati a passare all’azione ma che non dispongono dei mezzi necessari e non hanno “strutture” a cui rivolgersi. L’obiettivo degli organizzatori è proprio quello di realizzare una piattaforma comunicativa a livello transeuropeo che sappia andare incontro alle esigenze di ogni possibile recluta.

Le condizioni per il successo ci sono tutte: dal 2014 ad oggi nel battaglione Azov hanno combattuto migliaia di persone provenienti da numerosi paesi, fra cui Brasile, Francia, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Italia, Norvegia, Spagna, Stati Uniti, Svezia. Alcuni partono di propria iniziativa, ma la maggior parte viene avvicinata in rete da reclutatori. Per capacità e modo di attrarre combattenti stranieri, semplicemente motivati dal desiderio di uccidere nel nome dell’ideologia, si potrebbe sostenere che Avoz è l’omologo europeo del Daesh.

L’estrema destra europea in subbuglio

Era nell’aria da tempo l’idea di dar vita ad una legione straniera di estremisti di destra accomunati dall’odio verso la Russia, poiché ritenuta una minaccia alla civiltà europea maggiore dell’islam radicale e del nichilismo antioccidentale liberale. Intermarium sarà l’occasione perfetta per discutere di come affrontare il Donbass, ed anche il dopo-Donbass, perché l’obiettivo finale è la rigenerazione dell’intero Vecchio Continente.

Intermarium è una piattaforma civica fondata a Kiev nel 2016 ufficialmente per proporre alternative all’attuale progetto europeo, ma è rapidamente divenuta la voce degli estremisti di destra dell’Europa ex comunista, provenienti soprattutto dai paesi Visegrad e dai Baltici. Il nome riecheggia la dottrina di sicurezza nazionale della Polonia interguerra elaborata da Józef Piłsudski, il padre della nazione rinata.

Alla conferenza di Zagabria parteciperanno delegazioni da Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania, Norvegia, Polonia, Svezia, ed altri paesi, che non saranno solo espressioni di nostalgici della guerra fredda, ma anche e soprattutto di forze politiche nazionalmente rilevanti, come ad esempio l’alleanza Sovranisti croati, che ha ottenuto l’8,5% alle recenti europee trasformandosi nel terzo partito più votato del paese.

Una soluzione balcanica per un problema balcanico

La Russia è a conoscenza delle mosse del battaglione Azov e del fatto che la maggior parte dei volontari di stanza nel Donbass provengano dai Balcani occidentali. I rapporti tra Mosca e Zagabria si sono raffreddati ad un anno dallo scoppio della guerra nell’Ucraina orientale proprio a causa di questo motivo: il governo russo aveva chiesto alla Croazia di contrastare le partenze dal paese di combattenti, per non incendiare ulteriormente il clima conflittuale, ma secondo l’allora ministro degli interni Ranko Ostojic ciò non era possibile, dato che le azioni dei cittadini in questione non infrangevano le leggi nazionali e, comunque, erano dirette a difendere il legittimo governo ucraino.

Anche la Russia si è adoperata per rispolverare una vecchia e storica alleanza, quella con la Serbia, reclutando con successo centinaia di combattenti che oggi difendono l’auto-proclamata indipendenza delle repubbliche di Donetsk e Lugansk. Ma non è solo da Belgrado che è stata tesa la mano, sono state segnalate anche cospicue presenze da Bulgaria, Bielorussia, Bosnia, Georgia, Macedonia del Nord. Così come ha fatto l’Ucraina, anche la Russia ha rivolto lo sguardo sui Balcani, forte di un’eredità storica molto più duratura e significativa, dall’impegno nella cacciata dell’impero ottomano al supporto delle lotte di liberazione nazionale, fino al più recente ruolo in chiave filoserba durante le guerre iugoslave.

Nell’Ucraina orientale si stanno quindi riproponendo vecchi schemi, come lo storico scontro tra cattolici (a guida croata) e ortodossi (a guida russo-serba) dei Balcani, e se ne creano di nuovi, come la frammentazione della galassia neofascista e neonazista euroamericana in una fazione pro-occidentale e una pro-russa.

Il rischio degli eserciti paralleli

Mentre il battaglione Azov utilizza le sue capacità di pressione per spingere i partner occidentali a formare una legione straniera paneuropea, nel Donbass si sta assistendo al consolidamento di unità paramilitari quasi completamente composte da europei, in cui russi e ucraini svolgono ruoli di guida e interpretariato, come la Brigata Internazionale Pyatnashka o l’Unité Continentale, che sono teoricamente equiparabili a delle legioni straniere.

Il rischio, molto concreto, è che, con lo stemperarsi del conflitto, queste due realtà possano essere utilizzate in altri teatri bellici o per creare disordini nelle aree più sensibili e vulnerabili al pericolo dell’instabilità, come i Balcani. Entrambe le fazioni si auto-alimentano dell’energia dell’identitarismo, del senso di fratellanza religioso, del nazionalismo etnico, tre forze che negli ultimi anni si sono riaffacciate con dirompenza nel Vecchio Continente, cogliendo di sorpresa chi credeva fosse segnata la destinazione verso la fine della storia evocata da Francis Fukuyama, a base di omologazione annullante, secolarizzazione, cosmopolitismo e apatia anazionale.

L’indicazione che il progetto del battaglione Azov piace anche nelle stanze dei bottoni è stata lanciata proprio dal neoeletto presidente Volodymyr Zelensky, che il mese scorso ha firmato una legge per facilitare la concessione della cittadinanza ai combattenti stranieri. Tale legge, non potrà che concorrere alla legittimazione dei progetti fascisti paneuropei di Azov e Settore Destro, spingendo la Russia a reagire simmetricamente.