“L’autonomia è la tecnologia di difesa più incisiva di questo secolo”. A dichiararlo alla rivista specializzata IEEE Spectrum non è un generale in pensione, ma Yaroslav Azhnyuk, ex CEO californiano di nazionalità Ucraina tornato in patria per fondare startup militari (come The Fourth Law) che producono moduli di IA per i droni di Kyiv. Le democrazie occidentali, tuttavia, sembrano non aver compreso la portata temporale e letale di questa rivoluzione. La conferma brutale è arrivata a maggio 2025 durante Hedgehog 2025, un’imponente esercitazione in Estonia nata per stressare e sovraccaricare le unità dell’Alleanza. Il risultato
del wargame è stato molto pesante. Mentre i militari alleati si spostavano allo scoperto, montando tende e parcheggiando blindati convinti di operare in sicurezza, gli specialisti di Kyiv li hanno annientati sfruttando Delta. Questo software militare fonde dati di intelligence e droni in tempo reale, usando l’IA per identificare i bersagli e creare una kill chain fulminea. Il bilancio? Diciassette blindati distrutti e trenta attacchi a segno da parte di una singola squadra.
L’esercitazione ha smascherato una faglia insostenibile tra l’Occidente e il conflitto moderno: una lentezza endemica negli apparati e nelle grandi industrie della difesa. Come sottolineato dal generale David Petraeus, continuare a finanziare lenti e pesanti apparati del Novecento senza riscrivere radicalmente dottrina e sistemi di appalto rappresenta uno spreco di risorse pubbliche e un rischio strategico inaccettabile.
Surviving the Kill Web: il collasso logistico
La lezione estone dimostra che l’impatto di questa rete di sensori e algoritmi (Kill Web) sulla dottrina tradizionale è spietato, specialmente nelle retrovie. In uno spazio saturato da Intelligenze Artificiali che rilevano in tempo reale ogni anomalia, russi e ucraini (e, in teoria, la NATO) non possono più ammassare forze. I vecchi e immensi hub logistici, o le lunghe colonne di camion, vengono individuati e annientati da attacchi di precisione prima ancora di raggiungere il fronte. L’intera rete di rifornimento è costretta a smembrarsi, diventando invisibile e iper-mobile, pena l’annientamento istantaneo.
Guida terminale, UGV e intercettori fisici
Sulla linea di contatto, il vero incubo non è la contraerea, ma il massiccio jamming russo, capace di tranciare i segnali radio e i sistemi di guida GPS. La contromossa ucraina si basa sulla Guida Terminale (Terminal Guidance): se il segnale cade, l’algoritmo incrocia il flusso video con mappe pre-caricate, ingaggiando il bersaglio aereo in totale autonomia grazie a moduli “plug-and-play” da soli 50 dollari. Questa spinta verso l’autonomia si sta estendendo anche al dominio terrestre con gli UGV (Unmanned Ground Vehicles). Sebbene la navigazione autonoma a terra sia molto più complessa a causa del terreno accidentato, l’Ucraina schiera già robot armati in grado di eseguire operazioni autonome di base (come il ritorno alla base o l’aggancio visivo del bersaglio). Li abbiamo visti in azione con ruoli di estrema importanza durante la controffensiva Ucraina a Kupiansk ( dicembre 2025 – gennaio 2026).
Tuttavia, la Russia sta impiegando droni d’attacco IA speculari ai modelli ucraini come i nuovi V2U in grado di navigare senza GPS. Poiché il jamming ha perso molta efficacia contro macchine che “ragionano” da sole, Kyiv è costretta a contromosse cinetiche, sviluppando una letale generazione di “droni intercettori”. L’industria ucraina sta producendo modelli come lo Sting o il P1-SUN, dotati di aggancio automatico del bersaglio tramite IA. Il calcolo tattico è spietatamente economico: questi droni costano appena tra i 1.000 e i 3.000 dollari. Rappresentano un’alternativa vitale per abbattere gli sciami russi senza sprecare missili intercettori occidentali Patriot da 4 milioni di dollari. Per massimizzare questa rete, aziende come MaXon Systems stanno persino studiando l’impiego di palloni aerostatici a elio: piattaforme stazionarie d’alta quota per far decollare i droni intercettori da posizioni più elevate, estendendone il raggio d’azione.
Eppure, proprio sulla massificazione degli sciami (drone swarming) emerge il cortocircuito della guerra autonoma. Il software per far volare decine di droni coordinati esiste già, ma il collo di bottiglia è l’hardware. L’IA ha bisogno di dati puliti da sensori costosi per non commettere errori fatali. Montare un’ottica da migliaia di dollari su un drone economico ne distrugge il senso tattico; usare ottiche scadenti, di contro, manda in confusione la rete neurale, bloccando i vertici militari dal dare il via libera all’impiego massiccio degli sciami, per evitare errori fatali.
Calore e radar passivi: la caccia tra terra e cielo
Il problema dell’individuazione si biforca nettamente tra i domini. Sul terreno, l’impiego degli UGV robotici si scontra con la dura termodinamica: motori e batterie emettono un’impronta termica fortissima. Per individuarli non servono tecnologie complesse; bastano le normali ottiche termiche, che accendono questi asset come fari sui monitor nemici, rendendo l’invisibilità terrestre quasi impossibile o estremamente costosa.
Nel cielo, la difesa anti-drone affronta il problema opposto. Come individuare gli sciami aerei avversari senza accendere un radar attivo? A ridosso della linea di contatto, nel raggio di 50-100 chilometri, emettere un segnale radar significa rivelare la propria posizione e attirare istantaneamente una pioggia di artiglieria o lo schianto di munizioni circuitanti nemiche. La soluzione difensiva su cui lavorano startup ucraine come Falcons è l’impiego di radar passivi che utilizzano infrastrutture civili come le frequenze delle antenne TV. Invece di emettere proprie onde, questi sistemi si limitano ad “ascoltare” in silenzio le alterazioni che i droni avversari creano quando attraversano le onde elettromagnetiche già presenti nell’ambiente.
La catena di approvvigionamento degli algoritmi
Questa accelerazione hardware ha generato un problema dottrinale e di sicurezza inedito, ben evidenziato dagli analisti di War on the Rocks: la vulnerabilità della catena di approvvigionamento degli algoritmi. In una guerra algoritmica, l’arma non è solo il drone, ma il software. Per mantenere ritmi forsennati, gli sviluppatori si affidano a strumenti IA per generare codice (come Claude Code o Copilot). Il risultato è che la macchina scrive codice più velocemente di quanto qualsiasi revisione umana possa assorbire. Una backdoor introdotta tramite un aggiornamento il lunedì mattina si trova già nel codice militare il lunedì pomeriggio, integrata da programmatori ignari. Non serve più un attacco hacker lungo anni: basterebbe un “avvelenamento dei dati” (data poisoning) con poco più di 150 file alterati per infettare un intero modello. La superficie di attacco diventa l’intera infrastruttura, piantando una pericolosissima “monocoltura del codice” pronta a collassare simultaneamente al primo difetto di sistema.
L’iterazione come arma strategica
La guerra in Ucraina certifica un cambio di paradigma irreversibile. Il campo di battaglia fisico si è fuso definitivamente con la catena di sviluppo software, dimostrando che l’autonomia letale non è un’apocalisse fantascientifica di macchine coscienti, ma la spietata ricerca di soluzioni economiche, rapide e scalabili a problemi tattici complessi. È un ecosistema basato sull’iterazione pura: un loop continuo in cui il codice perfetto di oggi è già la vulnerabilità di domani. L’Occidente, imbrigliato in tempistiche di approvvigionamento decennali e dottrine macchinose, è avvisato. I colossi corazzati del Novecento non
basteranno a difendere l’Europa: senza la supremazia negli algoritmi, si trasformeranno semplicemente in bersagli facili per macchine da poche centinaia di dollari.
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