La guerra si sposta ad Ovest: ecco i segnali che Mosca non può sottovalutare

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Quanto accaduto a Mosca il 29 maggio è ancora poco chiaro. L’unica cosa certa è che diversi droni hanno violato lo spazio aereo della capitale russa, sono stati abbattuti dalla contraerea ma alcuni detriti hanno causato danni negli edifici residenziali. Una scena fino a pochi giorni fa ritenuta molto lontana dalla realtà: quasi impossibile infatti poter pensare a Mosca come parte del conflitto. L’episodio si aggiunge a quello relativo ai due droni abbattuti a pochi passi dalle cupole del Cremlino il 3 maggio scorso. Gli echi della guerra quindi sono arrivati quindi fino al cuore della principale metropoli russa. Il problema non riguarda solo Mosca: un blitz dell’Fsb ha sventato, così come reso noto dagli stessi servizi segreti russi, un sabotaggio contro due centrali nucleari non lontane da San Pietroburgo. E poi c’è la questione relativa alle incursioni ucraine in pieno territorio russo, soprattutto nella regione di Belgorod.

La guerra si sta spostando verso est?

A inizio conflitto non era certo un mistero il timore relativo a uno sconfinamento della guerra. Lo spettro più importante, non appena a Kiev sono state udite le prime esplosioni causate dai raid russi, riguardava infatti il coinvolgimento di altri Paesi oltre all’Ucraina. Ma le attenzioni erano puntate soprattutto verso ovest. In primis alla Moldavia: qui c’è la regione della Transnistria formalmente sotto la sovranità di Chisinau, ma nei fatti diventata una repubblica autonoma russofona dove si trova stanziato un contingente dell’esercito di Mosca.

Nelle ipotesi più estreme, si è pensato anche a un coinvolgimento della Polonia e quindi dei Paesi Nato. Quando il 15 novembre scorso un missile per errore è caduto nel villaggio polacco di Przewodow, uccidendo due cittadini locali, per alcune ore lo spettro di un allargamento del conflitto è apparso molto più concreto. Poi la situazione è rientrata quando il governo di Varsavia ha confermato l’ipotesi dell’errore e quindi dell’incidente.

A più di un anno dall’inizio delle operazioni belliche, la situazione sembra invece opposta. Il conflitto ha sì varcato i confini ucraini, ma verso est e non verso ovest. Il camion bomba con cui a ottobre è stato danneggiato il ponte di Kerch, l’infrastruttura che collega la Crimea alla Russia continentale, ha rappresentato un primo segnale in tal senso. I droni su Mosca hanno dato ulteriore impressione di uno sconfinamento in Russia del conflitto. E questo a prescindere dalla matrice dell’attacco. Se cioè si è trattato di un’azione pianificata da Kiev per portare la guerra dentro la capitale russa, oppure se la mano dietro l’attacco è dello stesso Cremlino per compattare l’opinione pubblica e giustificare un’eventuale nuova mobilitazione.

Le incursioni nell’oblast di Belgorod

La situazione appare più difficile nella regione di Belgorod, la più esposta per motivi geografici alle dinamiche belliche in Ucraina. A 40 km dalla frontiera c’è Kharkiv, città che nel febbraio 2022 doveva diventare la prima a essere conquistata dalle forze russe e in cui però a settembre la controffensiva di Kiev ha riportato l’esercito ucraino a riguadagnare i posti di confine. Già dallo scorso anno Belgorod e la sua regione sono esposti ad attacchi di vario tipo, molti villaggi di frontiera convivono con la guerra da diversi mesi.

Il 22 maggio però si è avuto uno sconfinamento di forze vicine a Kiev che ha imposto alle autorità regionali il dispiegamento delle unità anti terrorismo. L’Ucraina non ha rivendicato quell’incursione, durata 24 ore, attribuendo invece la responsabilità a gruppi russi contrari al potere di Putin. Difficile però non vedere quanto meno un aiuto da parte di Kiev. Il mese di giugno si è aperto con un’altra incursione, questa volta nell’area di Sebekino. Quest’ultima è la città russa più grande tra la frontiera ucraina e Belgorod.

Ancora una volta a rivendicare la paternità degli attacchi sono stati i sedicenti gruppi partigiani russi. I combattenti hanno ingaggiato battaglie contro le guardie di frontiera, lanciando inoltre diversi ordigni sul centro cittadino. Uno di questi ha colpito in pieno un edificio. Le immagini di un intero palazzo in fiamme in pieno territorio russo hanno subito fatto il giro del mondo: è la certificazione dello stato di guerra che sta vivendo il sud della Russia.

La guerra ritorna nei luoghi del 1943

Sebekino non è un nome ignoto alle cronache di guerra. Da qui un importante conflitto è già passato, ma quando i confini tra Russia e Ucraina erano interni a uno stesso Stato. Durante la seconda guerra mondiale infatti, la cittadina ha rappresentato un’importante retrovia delle battaglie di Kharkiv, combattute tra il 1941 e il 1943 tra l’armata rossa e l’esercito tedesco. Ma soprattutto, un riferimento a Sebekino compare tra le cronache italiane. Il contesto è quello della battaglia di Nikolaevka, combattuta il 26 gennaio 1943 nell’ambito della ritirata degli alpini e del resto delle nostre truppe dal fronte russo. Pochi giorni prima infatti, un attacco sovietico aveva sfondato il fronte del Don dove operavano gli italiani.

Per loro l’unica via da percorrere è stata costituita da un frettoloso ripiegamento verso ovest, verso cioè i territori ancora controllati dall’asse. La marcia per il rientro ha costituito una delle prove più dure di sempre per l’esercito italiano, inseguito dai nemici e stretto nella morsa del gelo russo. Dopo una marcia lunga più di 200 km, gli alpini hanno incontrato i sovietici appostati nella località di Nikolaevka e pronti e fermare la ritirata e a chiudere gli italiani in una sacca. Ma il 26 gennaio per l’appunto, gli uomini della Tridentina, seguiti poi dagli altri reparti, sono riusciti a sfondare lo sbarramento.

Dopo una feroce battaglia, i sopravvissuti hanno potuto riprendere la marcia. Cinque giorni dopo, come descritto negli archivi della Difesa, gli italiani hanno raggiunto Sebekino: si trattava della prima importante cittadina fuori dal controllo russo dopo il fronte. Qui hanno potuto trovare alloggi e cibo, un primo ristoro dopo settimane di inferno. I feriti gravi sono stati subito rimpatriati via ferrovia, gli altri invece hanno dovuto percorrere altre centinaia di chilometri per dirigersi a Gomel e prendere qui i treni diretti verso l’Italia. Curioso quindi pensare come, a 80 anni esatti di distanza, l’eco di un conflitto sia tornato a farsi sentire in una località che per migliaia di soldati italiani stremati ha rappresentato l’inizio della fine della propria guerra.