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Recentemente sulle colonne di InsideOver Roberto Vivaldelli ha, con puntualità, descritto le principali caratteristiche della guerra cibernetica partendo dalle importanti riflessioni contenute nel saggio Intelligence economica di Paolo Savona e Carlo Jeansecondo i quali la cyberwar “può costituire una forma sia autonoma sia ausiliaria di lotta. Ha finalità sia politico-strategiche che economiche. In entrambi i settori, le reti informatiche agiscono come moltiplicatori – e anche come generatori – di potenza economica e militare”.

La definizione di cyberwar è importante per comprendere cosa sia l’arte della guerra nell’era della globalizzazione. L’idea dell’azione coperta, dello sfruttamento della tecnologia come moltiplicatore e cassa di risonanza e, soprattutto, la duplice natura dei fini strategici delle operazioni sono i minimi comuni determinatori delle forme di conflitto asimmetrico in via di definizione negli ultimi decenni. Forme asimmetriche che includono lo sdoganamento dell’intelligence come uno dei centri elaborativi strategici di maggior rilevanza e un proliferare di operazioni coperte e non convenzionali.

L’insorgenza del fenomeno terroristico dalla fine degli Anni Novanta a oggi non è che una, nonchè la più esposta mediaticamente, delle forme in questione. Anche gli attori statali sono sempre più impegnati nella ricerca di modalità d’azione di nuova elaborazione, capaci di portare avanti la guerra anche lontano dai campi di battaglia.

A capire le implicazioni dei nuovi scenari mondiali erano stati, sul finire degli Anni Novanta, due ufficiali cinesi, Qiao Liang e Wang Xiangsui, a teorizzare nell’omonimo saggio il concetto di Guerra senza limiti. “Nella maggior parte dei casi” di conflitto nell’era contemporanea, notano i due autori, “la parte più debole sceglie come asse principale della battaglia quelle zone o quelle linee operative dove il suo avversario non si aspetta di essere colpito e il centro di gravità dell’assalto è sempre un punto che provocherà un profondo shock psicologico”. Di simile avviso anche il generale Fabio Mini, che prevede per effetto dello sdoganamento di queste forme di conflitto una forma di “instabilità permanente”.

Oltre al terrorismo e alla cyberwar si possono identificare strumenti di conflitto, in certi casi adoperabili anche da attori non statali o, nei casi estremi, non formalmente politici, che l’evidenza contemporanea ha dimostrato essere diventati sempre più importanti. La guerra economica, in questo contesto, sta avendo sempre maggiore notorietà specie per il proliferare degli studi in area francese e francofona, di cui nel nostro Paese il maggior interprete è il professor Giuseppe Gagliano, autore di diversi saggi in materia. Come più volte segnalato da Gagliano a compiere azioni di guerra economica possono essere Stati (magistrale come caso di studi il conflitto “freddo” Usa-Turchia del 2018), multinazionali (come la condotta di Amazon in diversi settori geografici ha dimostrato), Ong (e Grenpeace, in questo contesto, ha più volte fatto gli interessi delle industrie anglo-americane screditandone gli avversari). Ovviamente in funzione dell’interesse nazionale di dati attori, che possono apparire evidenti o in filigrana.

Ma non finisce qui. Oltre a queste forme, fa notare Aldo Giannuli su Osservatorio Globalizzazione, “occorre considerarne altre parzialmente intrecciate come il conflitto cognitivo, o quello del cosiddetto soft power, a cui più recentemente si è aggiunta la teorizzazione dello sharp power” di cui ha scritto Paolo Messa. Per quanto riguarda il piano militare assistiamo ad una forte graduazione delle forme di lotta che in parte riprendono e sviluppano forme classiche come l’uso di forme di guerra non ortodossa (appoggio a guerriglie e terrorismi), in parte sviluppano nuove forme come la “guerra catalitica” cioè tesa a sviluppare uno scontro fra un determinato paese ed un terzo, simulando attacchi come provenienti da esso”. L’attacco alle raffinerie saudite dello scorso settembre ha portato in emersione una serie di dure accuse incrociate tra gli attori mediorientali per quanto riguarda quest’ultimo tipo di conflitto.

La guerra evolve e aumenta le sue dimensioni. Diventa immateriale nel cyber, si proietta oltre l’atmosfera terrestre nel contesto della crescita dell’interesse militare per lo spazio. Viene combattuta dalle intelligence e dai “guastatori” attivi sui social. Usa la forza del diritto, per i benpensanti determinante dei rapporti di forza, per gli studiosi più attenti sua conseguenza: Washington si è dimostrata in tal senso spregiudicata tentando di ampliare il raggio d’azione del Dipartimento di Giustizia a tutte le transizioni denominate in dollari.

Fair is foul and foul is fair. La guerra non si dichiara e non è più raccontata nella narrazione quotidiana (se non in riferimento a teatri lontani) ma è quotidiana e continua. Il riflesso nelle vite quotidiane delle popolazioni occidentali e non è la svolta costituzionale che ha reso diffuse le norme di “stato d’emergenza” nelle carte di diversi Paesi o nel loro ordinamento interno. Dal Patriot Act americano alle disposizioni francesi antiterrorismo la giurisdizione ha voluto dotarsi di poteri straordinari, mentre numerose riforme costituzionali (Turchia, Russia, Ungheria, Venezuela ad esempio) hanno aumentato le prerogative nel campo. Lo stato d’emergenza permanente, forse, è la globalizzazione stessa. Fonte di un’accelerazione delle dinamiche geopolitiche, strategiche ed economiche tale da produrre anche un’instabilità continua e logorante. Mentre il perimetro di ciò che è da definire “guerra” si fa sempre più indistinto e, per questo, forse anche più pericoloso.

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