Le cronache di Damasco riportano come i due siano cresciuti assieme legati sempre da un profondo affetto, già dall’infanzia: il riferimento è al presidente siriano Bashar Al Assad ed al cugino Rami Makhlouf, fino a qualche settimana fa l’uomo più ricco della Siria. Quest’ultimo è nipote di Anisa Makhlouf, moglie del padre e predecessore di Bashar, Hafez Al Assad. Uno stretto rapporto di parentela, che negli anni della presidenza di Hafez è diventato anche di natura politica. Quando all’inizio degli anni ’90 il fondatore della Siria attuale ha aperto alle privatizzazioni in economia, ha dato ampio spazio alla famiglia Makhlouf. Il cui rampollo, Rami per l’appunto, è stato nelle condizioni di prendere in mano tutti i settori più nevralgici. In Siria tutti sanno che non passa affare, dal più grosso al più piccolo, che non cada nelle mani di Rami Makhlouf. Ma oggi il quadro è cambiato: da alcuni mesi a questa parte Bashar ha iniziato una vera e propria guerra al cugino, con tanto di confische, divieti di lasciare il Paese e provvedimenti di varia natura, anche penale.

Il nuovo colpo sferrato a Rami Makhlouf

Che qualcosa non stesse andando per il verso giusto, lo si era capito già nel corso della scorsa estate. Infatti, il governo di Damasco ha improvvisamente chiuso la società benefica “Bustan“, riconducibile al cugino del presidente. Poi però, sono arrivate le accuse di mancato versamento di miliardi di Lire siriane di tasse, confische e congelamento dei beni. Infine, nello scorso mese di maggio, le autorità giudiziarie hanno imposto a Rami Makhlouf il divieto di lasciare la Siria. Una caduta repentina per quello che è sempre stato considerato come l’uomo più potente del Paese arabo sotto il profilo economico e non solo. Lui, dal canto suo, ha risposto a queste azioni comparendo più volte sui propri profili social difendendosi dalle accuse di corruzione e dichiarando di essere disposto a dare i soldi direttamente al cugino presidente ma non allo Stato. Un modo per esprimere la propria contrarietà alle ultime mosse della autorità, senza al contempo schierarsi contro la sua famiglia in un momento delicato della guerra civile.

Negli ultimi giorni il governo di Damasco ha sferrato un altro colpo al rampollo dei Makhlouf: così come riportato dal quotidiano panarabo edito a Londra Asharq al Awsat, il ministero delle Finanze ha deciso di porre improvvisamente termine ai contratti di gestione di zone duty free affidate a società aventi, come investitore di riferimento, Rami Makhlouf. Tali zone erano principalmente quelle ricadenti all’interno del perimetro dell’aeroporto internazionale di Damasco ed i valichi di frontiera con Libano e Giordania. Le accuse alla base di questa decisione sono molto gravi: così come comunicato dall’Organizzazione generale per le zone franche in Siria, i contatti sono stati stralciati per via di prove inconfutabili sul “coinvolgimento nel contrabbando di beni e valuta da parte del principale investitore”. Un’altra tegola molto grave per Rami Makhlouf, un altro colpo decisivo contro il suo “impero” economico.

L’affare Syriatel

Cosa c’è dietro un’azione così perentoria contro l’uomo più ricco del Paese? Nel corso di questi mesi sono state fatte varie ipotesi, tanto in Siria quanto all’estero. La prima riguarda la campagna anti corruzione che Damasco vorrebbe intraprendere anche per evitare ulteriori danni di immagine su questo fronte. Critiche sul livello di corruzione delle istituzioni statali erano piovute ad inizio anno persino dalla Russia, il cui governo è alleato fondamentale di Assad ed il cui supporto è stato decisivo per far pendere l’ago della guerra civile a favore del presidente siriano. Dunque, è interesse di Damasco mostrarsi propensa ad una lotta senza quartiere contro il fenomeno corruttivo. C’è poi un’altra ipotesi, di rango maggiormente politico: grazie alla sua potenza economica, Rami Makhlouf poteva diventare una presenza sempre più ingombrante per il cugino presidente.

Ma in realtà, anche se le due ipotesi prima riportate hanno entrambe un fondo di verità, la storia relativa all’attacco contro Makhlouf potrebbe partire da un interesse che in Siria fa gola a tanti, ossia quello della telefonia. Rami possedeva fino a pochi mesi fa la maggioranza delle azioni di Syriatel, la più importante compagnia del Paese impegnata in questo settore. Il governo dall’azienda vanterebbe più di 4.7 miliardi di Dollari di tasse non pagate, da qui la decisione di congelare i beni del principale azionista, per l’appunto il cugino di Assad. In questo modo, Damasco forse aspira ad entrare in possesso diretto della società, liquidando una volta e per tutte la posizione di Rami Makhlouf.

La “guerra” della telefonia

E questo apre le porte per un’altra questione: in Siria potrebbe essere sorto un “conflitto nel conflitto” che riguarda il controllo del mercato della telefonia. Attualmente nel Paese sono due gli operatori che operano in questo settore: oltre Syriatel vi è Mtn Syria. Quest’ultimo è un ramo della multinazionale sudafricana Mtn, al cui interno grazie al controllo di un buon pacchetto di azioni siede l’ex premier libanese Najib Mikati. Anche Mtn è stata oggetto di richieste di restituzione di soldi evasi al fisco siriano. Due mosse, quelle contro la società sudafricana e Syriatel, che celerebbero interessi di altri attori nel campo della telefonia siriana. A partire da quelli di Teheran: alleato strategico di Assad, l’Iran con la società Mci vorrebbe entrare nel mercato siriano del settore, così come del resto dimostrano gli accordi stretti tra Assad ed i vertici della Repubblica Islamica nel settembre del 2019 in cui si sanciva la possibilità dell’acquisizione, da parte di una nuova società siro – iraniana, di quote sia di Syriatel che di Mtn.

Una circostanza del genere però non sarebbe vista di buon occhio dal Cremlino: un Iran con molto più peso economico nella Siria post guerra non è uno scenario che allieterebbe gli umori della Russia. Da qui l’improvvisa frenata negli accordi tra Damasco e Teheran sulla telefonia e l’emersione di un nuovo attore, ossia la società Emmatel, dietro la quale ci sarebbe la moglie di Bashar, Asma Al Assad. Costituita durante l’estate scorsa, la nuova azienda mirerebbe a riportare il mercato quanto più possibile sotto l’orbita dello Stato e di Damasco. L’impressione però è che la guerra per la telefonia sia tutt’altro che conclusa. E nelle prossime settimane potrebbero esserci ulteriori risvolti: di mezzo non ci sono solo contratti economici, ma anche gli equilibri politici futuri all’interno della Siria.

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