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Il conflitto in Ucraina passa anche per la fame. Un male eterno, impossibile da sradicare, che può decidere non solo le sorti delle battaglie, ma anche delle guerre. In quel ritorno all’essenza più dura e “semplice” che provoca la guerra, dove i bisogni primari diventano fondamentali anche in società con standard di certo superiori alla sopravvivenza, il cibo può così diventare non solo un elemento decisivo per condurre un esercito alla vittoria, ma anche un fattore che può incidere notevolmente sulle sorti di un Paese, sulla possibilità di un sistema di sopravvivere a un isolamento internazionale o alle difficoltà economiche. Un’arma per ledere le certezze del nemico, a tal punto da diventare oggetto di razzia.

Il granaio d’Europa in crisi

Sul punto, l’Ucraina non fa eccezione. Granaio d’Europa e centro di partenza dei cargo che si dirigono in diverse parti del mondo alimentando persone e filiera agroalimentare, il Paese, invaso dalle forze russe, è stato al centro di molte analisi proprio per quanto riguarda il grano e i cereali. L’impossibilità di garantire la produzione e l’approvvigionamento dei clienti internazionali ha infatti acceso numerosi punti interrogativi sulle conseguenze della guerra sul settore primario. E tanti hanno posto il problema del rischio che questo conflitto possa andare a affamare, indirettamente, i principali clienti dell’export ucraino e russo, a partire da quei Paesi nordafricani che proprio a causa delle cattive condizioni economiche furono colpiti dalle note Primavere arabe. Ma se la crisi dei cereali è letta in ottica internazionale e sistemica, c’è anche un’altra chiave su cui adesso vale la pena riflettere: quella interna all’Ucraina. Perché il Paese, assediato nei suoi centri più importanti, bombardato e soprattutto invaso da forze avverse, paga anche lo scotto di avere un problema di soddisfare il proprio fabbisogno.

Le accuse di Kiev ai russi

Il governo di Kiev e le autorità locali da tempo accusano le truppe russe di essersi lasciate andare a vere e proprie razzie sul suolo ucraino. Ma queste accuse, che di solito venivano inserite nella cornice di unità disperate o isolate in preda all’euforia della distruzione, adesso non riguardano solo fatti singoli, ma una vera e propria strategia sistemica.

Secondo il governatore ucraino di Luhanks, i russi hanno bombardato un complesso di silos a Rubizhne della capacità di 30mila tonnellate di grano. Distruzione che è stata confermata dalle immagini satellitari. Citato dal Kyev Indipendent, il vice ministro dell’Agricoltura, Taras Vysotsky, ha detto che la Russia avrebbe rubato 400mila tonnellate di grano dai territori occupati. Sempre secondo il viceministro, la quantità rubata di grano sarebbe pari a un terzo di tutte le scorte degli oblast di Zaporizhzhia, Kherson, Donetsk e Lugansk. Il rischio carestie, a detta del governo di Kiev, sarebbe dietro l’angolo. Su Repubblica, l’inviata Brunella Giovara racconta da Odessa che molti cittadini sono consapevoli di questo tipo di furti e in tanti ricollegano la scelta russa di portare via i raccolti alla tragedia dell’Holodomor. Mentre La Stampa ha scritto che altri osservatori, sempre di parte ucraina, hanno sottolineato che dopo la conquista della provincia di Kherson, in Crimea starebbero arrivando carichi di ortaggi e prodotti che, sempre secondo le autorità dei territorio invasi, sarebbero il frutto di occupazioni, saccheggi e lavoro coatto. Con l’ulteriore accusa all’esercito di Mosca di avere ordinato di requisire agli agricoltori locali il 70% del futuro raccolto.

Il Cremlino nega i furti di grano

Il Cremlino, alle accuse rivolte da Kiev sui furti di grano, ha risposto di non avere informazioni a riguardo. L’agenzia Reuters ha chiesto al governo russo se potesse dare delle indicazioni in merito, ma il portavoce Dmitry Peskov, su Telegram, ha dichiarato di non sapere “da dove provengano queste informazioni”. Mosca quindi nega – e del resto non avrebbe potuto dire il contrario – di essere coinvolta in questo tipo di azioni. Ma c’è da dire che la stessa agenzia di stampa, non certo accusabile di essere vicina al governo russo, ha detto che non era riuscita a verificare alcune notizie, come quella del furto di 61 tonnellate di grano da un’azienda di Kherson. Anche in questo caso quindi è impossibile al momento verificare in modo definitivo la veridicità delle accuse ucraine nei confronti delle forze di invasione.

La grave crisi alimentare

Certo, alcune immagini trapelate dai campi di battaglia fanno ritenere possibile che la situazione delle truppe russe, almeno su alcuni fronti, non sia affatto delle migliori. Alcune immagini già delle prime settimane di conflitto mostravano i soldati di Mosca entrare nei negozi delle città assediate prendendo tutto quello che potevano. Altre notizie, invece, parlavano di alimenti scaduti distribuiti ai soldati, mentre la Cnn già a marzo diceva che la Russia avrebbe chiesto razioni alimentari alla Cina. A Yangde, ad esempio, le persone avevano raccontato all’inviato dell’Ansa che i soldati russi davano ai civili le loro razioni alimentari rubando invece il cibo nelle case.  Bisogna sempre distinguere le informazioni verificate da quelle scaturite nella logica della “infowar”, la guerra che si combatte nel mondo dell’informazione e della propaganda. Tuttavia, vista la devastazione del conflitto e la lenta (e farraginosa) avanzata delle truppe di Mosca, non si può affatto escludere che le razzie, come in ogni guerra, abbiano rappresentato e rappresentino ancora oggi una tragica realtà abbattutasi sulla popolazione civile.

Quello che è certo, è l’effetto della guerra sui raccolti. Secondo diverse fonti, la semina del grano sarebbe già stata completata in diversi oblast dell’Ucraina, ma è già possibile supporre che il totale del raccolto ammonti al massimo alla metà di quello dell’anno scorso. Un crollo nella produzione che non porterà solo alla crisi alimentare per gli acquirenti internazionali dei cereali ucraini, ma in particolare della popolazione, costretta a subire non solo il disastro infrastrutturale che blocca i trasporti, ma anche la morte di molti uomini, la distruzione dei terreni e delle aziende e l’impossibilità di tornare a lavoro.

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