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Il conflitto tra Israele e l’Iran che si sta facendo sempre più intenso e complesso in questi ultimi mesi potrebbe avere dei risvolti negativi per la politica degli Stati Uniti in Medio Oriente e contribuire a sconvolgere i piani della Casa Bianca per una pax americana nell’area. In particolare la decisione di Tel Aviv di colpire direttamente obiettivi in territorio iracheno riconducibili alle milizie sciite filoiraniane che stanno combattendo i resti del sedicente Stato Islamico, rischia seriamente di mettere in crisi i rapporti tra il governo di Baghdad e Washington.

L’estensione del conflitto regionale

Il premier Netanyahu, che il prossimo settembre dovrà affrontare la seconda tornata elettorale per eleggere i rappresentati alla Knesset dopo non essere riuscito a raccogliere una maggioranza di governo alle elezioni di aprile, ha lanciato una campagna di bombardamenti per colpire obiettivi iraniani in tutto il Medio Oriente come non avveniva da tempo, forse con l’intento di raccogliere più consensi alle urne.

Oltre all’assoluta novità dei raid in Iraq – almeno dal 1981 -, che tra luglio ed agosto hanno colpito diversi obiettivi nei pressi di Baghdad e del confine con l’Iran, la Idf ha messo nel mirino, dopo anni, il Libano arrivando a tentare quella che è sembrata un’incursione per decapitare il gotha delle forze iraniane e sciite riunite a Beirut nella notte tra il 24 ed il 25 agosto scorso.

Parallelamente sono continuati i bombardamenti in Siria, effettuati ormai con cadenza quasi regolare da quando è iniziato il conflitto in quel Paese, e che in occasione dell’abbattimento del velivolo da ricognizione elettronica russo Il-20M – con la perdita dell’intero equipaggio – hanno rischiato di far precipitare la situazione nonostante i buoni rapporti che intercorrono tra Tel Aviv e Mosca, che da quando è presente con le proprie forze armate nella base di Khmeimim, non è mai intervenuta per contrastare i raid israeliani coi propri sistemi di difesa.

Israele, oltre alle necessità elettorali, ha comunque cambiato il proprio modo di contrastare la penetrazione iraniana in quel settore del Medio Oriente capitalizzando proprio il mutato atteggiamento del nuovo inquilino della Casa Bianca nei confronti dell’Iran: la denuncia unilaterale di Washington del trattato Jcpoa sul nucleare, da sempre inviso a Tel Aviv perché ritenuto non sufficiente per eliminare la minaccia atomica e missilistica degli Ayatollah, ha aperto nuove prospettive di intervento che sono immediatamente state sfruttate.

I rapporti tra i due Paesi sono stati ampiamente recuperati rispetto ai tempi di Obama – firmatario del Jcpoa – proprio grazie alla nuova politica di Washington che ha compiuto un importante gesto simbolico di appoggio alla politica israeliana: lo spostamento della sede diplomatica da Tel Aviv a Gerusalemme.

I malumori di Washington

La Casa Bianca, però, sebbene abbia dimostrato di sostenere Israele nella sua politica anti-iraniana e di contrasto al terrorismo arabo (tra cui Hezbollah), si è trovata nelle condizioni di dover redarguire Tel Aviv proprio in occasione della recente campagna di bombardamenti.

In particolare il caso diplomatico è stato sollevato proprio per i raid in Iraq, che hanno fatto letteralmente perdere la pazienza a Washington, che sulle prime li aveva minimizzati cercando di farli passare sotto silenzio tanto da attirarsi sospetti sulla loro possibile paternità. Adesso gli Stati Uniti hanno condannato apertamente Israele affermando che non sono disposti più a tollerare questo tipo di operazioni in quanto mettono in serio rischio i rapporti tra Washington e Baghdad.

A spingere la diplomazia Usa a prendere questa decisione sicuramente c’è stata la considerazione del rischio di perdere un alleato fondamentale nel Medio Oriente in funzione anti-iraniana e stabilizzante nelle complesse geometrie politiche nate dalla lotta al sedicente Stato Islamico, oltre che le considerazioni di tipo strategico date dalla forte presenza militare americana in Iraq.

Baghdad, che ha sul suo territorio ben 13 basi – da Falluja a Balad, da Baghdad a Ninive – rappresenta il fulcro della strategia americana in Medio Oriente e gli Stati Uniti non possono permettersi che il governo iracheno, a maggioranza sciita, decida di porre fine alla presenza militare Usa sul proprio territorio.

Gli interessi in gioco sono troppo alti, soprattutto in questo momento storico che vede il confronto acceso tra Usa e Iran, e spaziano dalla lotta al terrorismo di matrice islamica (Is) al controllo del Kurdistan dove gli Usa sostengono i Peshmerga in lotta contro al Assad, la Turchia e il Califfato. Senza considerare che, dopo la lunga e sanguinosa guerra sostenuta per abbattere Saddam Hussein, ora gli Stati Uniti vogliono passare all’incasso ed assicurarsi la stabilità del Paese e del suo libero mercato per controllare le politiche di ricostruzione e quelle economiche, fortemente basate sul commercio del greggio.

Esiste un fronte antiamericano in Iraq

C’è davvero il pericolo che Baghdad possa decidere di liberarsi della presenza militare americana? Se ci risulta difficile ipotizzare che l’Iraq abbia davvero la forza politica e militare per potersi permettere di “cacciare” gli americani e “fare da sé”, bisogna prendere atto che esiste un’opposizione interna che vede, ed ha sempre visto, di cattivo occhio la presenza degli Stati Uniti nel Paese, che per questo viene ancora percepito “occupato” nonostante il disimpegno Usa ed il passaggio di poteri alle autorità irachene.

Il fronte antiamericano comprende diverse anime, più o meno moderate, tra cui – da non sottovalutare – quella religiosa. Proprio in occasione dei raid israeliani, visti da Baghdad come avallati da Washington forse non a torto, si è levata la voce dell’Ayatollah Ali al Sistani, la massima carica religiosa sciita del Paese, che in una dichiarazione ha riferito che aspira che si possano avere “buone e bilanciate relazioni” con tutti i vicini dell’Iraq “basate su mutui interessi e senza interventi (esterni n.d.r.) in affari interni”. Durante un colloquio avuto con l’inviata dell’Onu Jeanine Hennis-Plasschaert a Najaf, al-Sistani ha ribadito che l’Iraq “rifiuta di essere un trampolino di lancio per colpire qualsiasi altro Paese”.

In una nazione a maggioranza sciita dove le autorità religiose, nonostante il laicismo formale delle istituzioni, hanno sempre un peso notevole, sono parole che devono essere lette come qualcosa di più di un semplice augurio, bensì come una vera e propria agenda politica che potrebbe essere percorsa dal governo di Baghdad.

Sebbene, come detto, risulti difficile credere che vengano chiuse le basi americane in Iraq, è possibile che la presenza militare americana venga tollerata in futuro solo in forza di clausole limitanti, come appunto quella di non essere di appoggio a possibili operazioni militari nell’area; una volontà dettata da un sentimento antiamericano che sonnecchiava come le braci di un fuoco sotto la cenere e che i raid di Israele potrebbero aver contribuito a ravviare.