Niente linea telefonica, niente internet. Un blackout completo sta attraversando il nord dello Stato Arakan (o Rakhine), nell’est della Birmania. Questa volta i musulmani Rohingya, tornati alla ribalta dei media dopo le atroci violenze perpetrate dai militari birmani e degli estremisti buddisti nell’agosto del 2017, non c’entrano. Nel mirino delle truppe governative del Tatmadaw ci sono i guerriglieri dell’Arakan Army (Aa). Uno dei tanti gruppi ribelli che richiede l’autonomia da Naypyidaw e che, dopo un lungo periodo di calma apparente e dopo essersi addestrato nello Stato Shan e Khacin, è tornato ad imbracciare di nuovo le armi, determinato a combattere per la propria terra.

La direttiva di sospendere tutti i servizi internet è arrivata il 21 giugno scorso, quando il ministero dei Trasporti e delle Comunicazioni ha ordinato a tutti e quattro i fornitori di servizi del Paese di bloccare la linea telefonica. Una di queste, Telenor – un’azienda di telecomunicazioni norvegese – ha dichiarato che il governo ha ordinato a tutte le compagnie di chiudere “temporaneamente” internet in nove comuni. Nella direttiva si legge che questa azione è giustificata a causa dell’uso dei social network da parte dei ribelli per “coordinare attività illegali e mettere così a rischio la pace nel Paese”.

Le altre società fornitrici non hanno rilasciato nessun commento. Ma questo non stupisce, sono tutte gestite dai militari, in joint venture con aziende giapponesi e arabe.

La condanna delle Nazioni Unite

Di tutt’altro avviso numerosi gruppi umanitari. “Con questo blackout l’esercito birmano sta coprendo le gravi violazioni dei diritti umani che sta commettendo contro la popolazione civile”, ha dichiarato in una recente conferenza stampa Yanghee Lee, relatore speciale delle Nazioni Unite nel Paese. “Nove province sono state oscurate. E oltre all’impossibilità di accedere ad internet, sono state emanate gravi restrizioni alle organizzazioni di solidarietà, che così non possono portare aiuto ai civili che stanno scappando dai combattimenti”, ha aggiunto.

Il conflitto si sta intensificando

Gli abitanti dei villaggi locali in una vasta area della regione settentrionale Arakan e meridionale dello Stato Chin, sono stati costretti a fuggire dalle loro case, mentre le forze dell’esercito birmano stanno intensificando la loro offensiva contro i ribelli dell’Aa con l’uso di elicotteri da combattimento e artiglieria pesante.

Secondo fonti locali, intensi scontri a fuoco sarebbero scoppiati mercoledì scorso nella provincia di Buthitaung Township, provocando numerosi feriti. “Gli abitanti dei villaggi stanno fuggendo dai combattimenti”, ha dichiarato Aung Thaung Shwe, deputato del distretto, aggiungendo che “è stato impossibile fornire soccorso a causa delle restrizioni del governo sull’accesso all’area”.

Fino ad ora si contano centinaia di morti e oltre 45mila sfollati. Ma nonostante l’aggravarsi del conflitto le notizie che ci arrivano sono praticamente nulle, impossibilitate a venir fuori, sia per il blackout, sia per il fatto che a nessun giornalista è concesso l’accesso in queste zone.

“Un pantano militare per l’esercito”

Secondo l’analista Anthony Davis, questo conflitto si starebbe trasformando in un “pantano militare” per il Tatmadaw. “La portata dei combattimenti è quasi alla pari della guerra molto più grande e sanguinosa che abbiamo visto in Vietnam”, scrive l’esperto su Asia Time. E aggiunge: “Sebbene si verifica in uno spazio di battaglia molto più piccolo, la guerra nello stato Arakan sta emergendo come un palude militare senza fine per il governo, con ripercussioni sociali, economiche e politiche”.

Nelle prime ore del 22 giugno scorso, i ribelli hanno portato a termine un attacco nella città di Sittwe. L’Aa ha utilizzato tre razzi da 107 mm prodotti in Cina, molto probabilmente comprati grazie all’etnia Wa, che controlla il proprio Stato ad Est. Un colpo ha centrato una nave della marina militare, uccidendo due persone. Si tratta di un’azione senza precedenti, che ha dimostrato le enormi capacità della guerriglia, in grado di operare anche in ambienti urbani.

Sulla chiusura delle linee telefoniche Davis è convinto che sia stata una scelta dettata da “problemi di sicurezza militare e dall’uso dell’Aa di applicazioni di messaggistica crittografate” per mettersi in contatto e coordinarsi con “la loro ampia base di supporto locale”.

Grande supporto della popolazione

I ribelli dell’Arakan, sono ben addestrati ed equipaggiati, in grado di portare a termine attacchi ben più grandi di quelli visti fin ora negli altri conflitti etnici attivi nel Paese. Ma, soprattutto, godono di un ampio consenso popolare, ricevendo l’appoggio anche di molti giovani universitari che stanno tornando nel loro Stato combattere contro l’esercito governativo. Una situazione che, molto probabilmente, i vertici del Tatmadaw non avevano calcolato. E che li sta mettendo in seria difficoltà.