I piloti da caccia di Kiev non si arrendono. Nonostante la drammatica inferiorità numerica, e la promessa non onorata dalla Nato dell’invio di nuovi aerei per tornare a combattere, continuano ad alzarsi in volo per ricordare alle Forze Aereospaziali Russe che non possiedono la completa superiorità aerea nel cieli dell’Ucraina.

Se è vero che gli analisti hanno sempre preventivato la completa distruzione della componente aerea Ucraina nelle prime battute di un conflitto con la Russia; è altrettanto vero che dopo ben 27 giorni di combattimenti, piloti ventenni come Andriy sono ancora vivi; e hanno ancora velivoli su cui decollare per dare la caccia ai bombardieri di Mosca. Che non appena vengono individuati a sganciare i loro carichi di morte sulle città e le postazioni difensive ucraine, vengono inquadrati nel mirino dei “pochi” caccia ucraini rimasti. Ha raccontarlo al New York Times sono stati i piloti in prima persona. Che, secondo quanto riportato, attendono il nemico in hangar nascosti e ben mimetizzati, ogni notte, ogni giorno aspettano, fino quando non arriva l’ordine di alzarsi in volo. Poi il famigerato “scramble“, come lo chiamavano i piloti della Raf impegnati durante il secondo conflitto mondiale nella stessa identica tattica di risposta.



È allora che piloti come Andriy, che vivono, mangiano e perfino dormono con la tuta da volo e l’imbracatura anti-g indosso, corrono ai loro jet supersonici Su-27; si infilano il casco e imboccano la pista dando manetta alla massima potenza; per staccarsi dal suolo il prima possibile e non rendersi facile preda per quei cacciabombardieri nemici che stanno per diventare loro il “bersaglio”.

Una durissima battaglia aerea

Se la missione dei cacciabombardieri di Mosca è sempre stata quella di bombardare ogni base aerea, ogni pista utile, ogni deposito di munizioni e ogni difesa antiaerea, fin dai primi giorni della guerra; la missione della Forza Aerea Ucraina è sempre stata quella di dislocare e ridislocare le sue risorse e le sue batterie missilistiche anti-aeree in modo da resistere il più possibile.  Nascondendo in hangar segreti gli aerei superstiti per continuare a portare la battaglia nei cieli.

“Quando sento urlare “Aria!”, parto senza fare alcun controllo”, ha confessato Andriy (riferendosi ai controlli pre-volo, ndr) “Me ne vado e basta”, continua il pilota da caccia ucraino, che come condizione per il rilascio dell’intervista al New York Times non ha fornito né grado né nominativo completo.

Se non possono decollare su una vera pista, utilizzano un tratto di autostrada. Si alzano in volo da siti o settori sicuri, o almeno non facilmente raggiungibili dai missili da crociera di Mosca. Soprattutto nell’Ucraina occidentale. E dopo un bang sonico che li porta fino a mach 2, raggiungono i settori designati per intercettare il nemico. Secondo le dichiarazioni del Cremlino, le forze aeree russe conducono quasi duecento sortite al giorno. Le forze aere di Kiev ne possono condurre meno di dieci: ma spesso vanno a segno. Perché secondo le fonti militari ucraine, dall’inizio dell’invasione sono stati  97 gli aerei russi abbattuti, un numero molto alto (se confermato).

“Il nemico che vola nel nostro spazio aereo sta volando nei radar dei nostri sistemi di difesa”, “L’Ucraina è stata efficace nel cielo perché operiamo sulla nostra stessa terra”, ha affermato il portavoce dell’aviazione ucraina Yuriy Ihnat. È forse quello, come ai tempi nella battaglia d’Inghilterra, l’asso nella manica nel difensore: la tenacia e la profonda conoscenza del territorio.


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Uno scontro impari, fino all’ultimo jet

“In ogni combattimento con i jet russi, non c’è alcuna parità. Hanno sempre cinque volte di più” in aria, ha riferito il pilota da caccia di Kiev. Ma questa è una cosa che gli analisti e la Nato hanno sempre saputo. Il decano della Mitchell Institute for Aerospace Studies Dave Deptula, principale pianificatore di attacchi per la campagna aerea Desert Storm in Iraq, sostiene che la Forza Aerea Ucraina sia ancora in grado di schierare 55 aerei da combattimento. Un numero insufficiente, ma anche completamente inaspettato rispetto agli scoraggianti scenari che erano stati ipotizzati prima dell’escalation.

Il problema è che questi velivoli operativi ogni giorno diminuiscono: abbattuto o costretti a terra per guasti meccanici. E con loro diminuiscono anche i piloti in grado di portarli in aria. Si stanno “stressando per ottenere le massime prestazioni“, ma l’uomo non è una macchina, e quando si manovra a quelle velocità, con i post-bruciatori agganciati da un missile, la vita o la morte è decisa di frazioni di millisecondo. La stanchezza è un’avversaria tanto quanto lo sono aerei nemici, l’assenza di munizioni o carburate. Per questo motivo a lungo Kiev a chiesto alla Nato dei nuovi aerei su cui mettere più piloti. Anche secondo Deptula il trasferimento di nuovi jet in Ucraina sarebbe fondamentale. “Senza rifornimento rimarranno a corto di aeroplani prima di esaurire i piloti”. Ma la Polonia teme la ritorsione di Mosca, e i famosi MiG-29 polacchi, sono rimasti dov’erano.



La missione di un pilota nei cieli ucraini

La missione di piloti come Andriy si basa sull’intercettazione dei velivoli nemici che hanno condotto raid su obiettivi ucraini. Si tratta sopratutto di missioni notturne, quando i piloti avversari si sentono meno vulnerabili ai sistemi di difese aerea, ha raccontato al Nyt, spiegando quanto affidamento sia necessario fare sugli studenti per la visione notturna. “Ho principalmente il compito di colpire bersagli aerei, di intercettare i jet nemici”, ha riferito. “Aspetto che il missile punti sul mio bersaglio. Dopo di che premo [il bottone] fuoco”.  Spiega che quando abbatte un jet russo è “felice”. Un’emozione che chi vivo in tempo pace non può capire. Un’emozione che tutti i piloti da combattimento hanno provato. “Sono felice che questo aereo non bombarderà più le mie città –  questo è esattamente ciò che fanno i jet russi”. Un concetto complesso che solo un uomo in guerra può spiegare. Un atto giornaliero, con il quale i piloti che volano sui jet prodotti dalla Sukhoi – un’azienda aerospaziale russa – come il Su-30, il Su-34 e il Su-35, devono fare i conti tutti giorni, fin dal 24 febbraio, fino a quando la guerra non finirà. “Devo solo usare le mie capacità per vincere”, ha concluso Andriy. “Le mie capacità sono migliori dei russi”, si convince, e forse dato il numero degli abbattimenti, potrebbe anche avere ragione. Ma un velo di amarezza deve essere sceso sul volto del giovane pilota, quando di fronte al giornalista ha aggiunto: “Ma d’altra parte, molti dei miei amici, e anche quelli più esperti di me, sono già morti”

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