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Guerra

La guerra invisibile: perché il conflitto con l’Iran passa anche dall’acqua

Nel contesto del conflitto con l’Iran, l’acqua sta emergendo come una risorsa strategica tanto quanto il petrolio, anche se meno visibile.

Nel conflitto che coinvolge l’Iran e i Paesi del Golfo, accanto alle tradizionali dimensioni militari ed energetiche, sta emergendo con crescente evidenza un fronte meno visibile ma altamente strategico: quello dell’acqua. In Medio Oriente la scarsità idrica è da decenni un fattore di tensione, ma oggi, complice il cambiamento climatico, l’aumento della popolazione e la forte dipendenza da infrastrutture artificiali, l’accesso all’acqua è diventato un elemento centrale della sicurezza nazionale. In particolare, la diffusione degli impianti di desalinizzazione ha reso l’approvvigionamento idrico della regione tecnologicamente avanzato ma anche estremamente vulnerabile.

Gli Stati del Golfo, in particolare, sono desertici e privi di fiumi permanenti. Pur essendo sprovvisti di fiumi, possiedono corsi d’acqua stagionali chiamati wadi, che trasportano acqua durante le rare piogge. Queste nazioni si affidano principalmente alle acque sotterranee e alla desalinizzazione per rifornire d’acqua le loro città, zone industriali e aree agricole in rapida espansione.

Ad oggi, il diritto internazionale umanitario e quello idrico non hanno tutelato le infrastrutture idriche civili. Lo stesso Golfo Persico ha subito in passato attacchi contro impianti di desalinizzazione. Durante l’invasione del Kuwait nel 1990, ad esempio, l’Iraq prese di mira proprio queste strutture. Ci vollero anni perché il Kuwait ripristinasse le infrastrutture. Più recentemente, nel 2022 , anche gli Houthi in Yemen hanno attaccato impianti in Arabia Saudita.

L’Iran e la crisi idrica strutturale

L’Iran è uno dei Paesi più colpiti dalla crisi idrica. Studi recenti indicano che il livello delle falde sotterranee è in forte calo, molti bacini artificiali sono sotto la soglia critica e diversi fiumi non raggiungono più il mare per gran parte dell’anno. La combinazione di siccità prolungata, agricoltura intensiva e gestione inefficiente ha trasformato la carenza d’acqua in un problema politico, con proteste locali scoppiate più volte negli ultimi anni proprio per la distribuzione delle risorse idriche. In questo contesto, la disponibilità di acqua non è solo una questione ambientale, ma un fattore che influisce direttamente sulla stabilità interna e sulla postura strategica del Paese.

Se l’Iran soffre per la scarsità naturale, i Paesi del Golfo dipendono invece in modo massiccio dalla desalinizzazione, il processo industriale che consente di trasformare l’acqua marina in acqua potabile. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Bahrain producono attraverso impianti di desalinizzazione la grande maggioranza dell’acqua destinata al consumo civile e industriale. In alcuni casi, oltre l’80-90% dell’acqua utilizzata nelle città proviene direttamente dal mare. La regione del Golfo ospita da sola una quota molto elevata della capacità mondiale di desalinizzazione, concentrata in grandi impianti costieri collegati alle reti elettriche e agli impianti petrolchimici.

Dal punto di vista tecnico, la maggior parte degli impianti moderni utilizza il sistema dell’osmosi inversa. L’acqua marina viene aspirata dalla costa e sottoposta a una prima filtrazione per eliminare sabbia e sedimenti. Successivamente viene spinta ad alta pressione attraverso membrane semipermeabili che trattengono i sali e lasciano passare l’acqua dolce. Il processo richiede grandi quantità di energia elettrica, motivo per cui molti impianti sono costruiti accanto a centrali termoelettriche o a complessi industriali. Esistono anche impianti a distillazione termica, nei quali l’acqua viene fatta evaporare e poi condensata, una tecnologia molto usata negli impianti più grandi del Golfo ma ancora più energivora.

Senza questa tecnologia, che rimuove il sale tramite osmosi inversa, circa 100 milioni di persone in Medio Oriente non avrebbero accesso regolare all’acqua potabile. In Medio Oriente si contano circa cinquemila impianti di desalinizzazione, di cui oltre quattrocento nel Golfo Persico. Un numero limitato di impianti è responsabile di gran parte della produzione. Oltre il 90% dell’acqua desalinizzata del Golfo, ad esempio, proviene da soli cinquantasei impianti .

L’acqua potabile come bersaglio strategico

Questa dipendenza energetica e la concentrazione in pochi siti rendono la desalinizzazione un punto debole dal punto di vista militare. A differenza delle falde naturali o dei fiumi, che sono diffusi sul territorio, l’acqua potabile nel Golfo proviene spesso da un numero limitato di strutture di grandi dimensioni, collocate lungo la costa e difficili da difendere completamente. Un singolo impianto può fornire acqua a milioni di persone, e un’interruzione anche temporanea può provocare effetti immediati su ospedali, industrie, basi militari e sistemi urbani.

Negli ultimi anni, gli analisti avevano più volte segnalato che gli impianti di desalinizzazione sarebbero potuti diventare bersagli strategici in caso di escalation regionale. Episodi recenti di attacchi e sabotaggi contro infrastrutture energetiche e industriali nel Golfo hanno rafforzato questi timori, e strutture legate alla produzione di acqua sono state danneggiate o minacciate durante le tensioni più recenti. Colpire un impianto di desalinizzazione non significa solo interrompere la fornitura idrica, ma mettere sotto pressione un intero sistema economico e sociale senza dover ricorrere a operazioni militari su larga scala.

Il problema è aggravato dal fatto che la produzione di acqua e quella di energia sono spesso integrate. In molti Paesi del Golfo gli impianti di desalinizzazione sono collegati a centrali elettriche che utilizzano gas o petrolio. Un attacco contro una di queste strutture può quindi avere un doppio effetto: ridurre la disponibilità di elettricità e allo stesso tempo interrompere l’approvvigionamento idrico. Questo rende tali infrastrutture particolarmente sensibili in un contesto di conflitto, perché il loro danneggiamento può paralizzare intere aree urbane in tempi molto rapidi.

Gli attacchi sulle infrastrutture

La vulnerabilità della desalinizzazione spiega perché l’acqua stia assumendo un ruolo sempre più importante nella competizione strategica regionale. L’Iran, che dispone di meno capacità di desalinizzazione rispetto ai suoi rivali del Golfo, soffre maggiormente la scarsità naturale, ma allo stesso tempo può considerare queste infrastrutture come punti di pressione nei confronti dei Paesi vicini. Dall’altra parte, gli Stati arabi del Golfo vedono nella protezione degli impianti idrici una priorità di sicurezza nazionale, al pari della difesa dei terminal petroliferi.

Un segnale concreto della crescente centralità dell’acqua nel conflitto è arrivato dagli attacchi diretti contro impianti di desalinizzazione avvenuti nei primi giorni del conflitto. Il 7 marzo Teheran ha accusato gli Stati Uniti di aver colpito un impianto sull’isola di Qeshm, nello stretto di Hormuz, struttura considerata critica per l’approvvigionamento idrico locale: secondo il governo iraniano, il danneggiamento ha interrotto la fornitura di acqua potabile a circa trenta villaggi della zona. Il giorno successivo il Bahrain ha denunciato che un drone lanciato dall’Iran ha danneggiato un impianto di desalinizzazione vicino a Manama, confermando che l’attacco ha colpito infrastrutture civili destinate alla produzione di acqua. Episodi simili sono stati segnalati anche in altri Paesi del Golfo, con danni minori a installazioni idriche negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait, aumentando il timore che la guerra possa estendersi alle reti che garantiscono la sopravvivenza quotidiana della popolazione.

Secondo analisi dell’Atlantic Council e di altri centri di sicurezza, questi attacchi sono particolarmente pericolosi perché il Golfo produce circa il 40% dell’acqua desalinizzata mondiale e dipende da poche centinaia di grandi impianti costieri, spesso integrati con centrali elettriche: colpirne anche solo alcuni può ridurre rapidamente la disponibilità di acqua per milioni di persone e paralizzare interi sistemi urbani e industriali.

L’allargamento del conflitto

Dal 2006, i paesi del Golfo hanno investito almeno 53,4 miliardi di dollari nello sviluppo di infrastrutture per la desalinizzazione. Attualmente, le capacità di resilienza strategica dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti sono significativamente superiori a quelle di Bahrein, Qatar e Kuwait. La vulnerabilità di queste infrastrutture è legata anche alla loro concentrazione geografica e alla scala industriale degli impianti. In Arabia Saudita, che è il più grande produttore mondiale di acqua desalinizzata, strutture come Ras Al-Khair, Jubail e Shuaiba forniscono milioni di metri cubi di acqua al giorno e alimentano vaste aree urbane e industriali della costa orientale. Negli Emirati Arabi Uniti impianti come Taweelah e Jebel Ali riforniscono Dubai e Abu Dhabi, mentre in Kuwait e Qatar la quasi totalità dell’acqua potabile proviene da pochi grandi complessi costieri collegati a centrali elettriche. Questa configurazione rende il sistema efficiente ma fragile: un singolo impianto può servire centinaia di migliaia di persone e la sua interruzione, anche temporanea, può costringere i governi a razionamenti immediati perché le riserve di acqua dolce sono limitate e il trasporto via terra o via nave non è sufficiente a compensare una perdita prolungata della produzione.

Con il protrarsi della guerra con l’Iran, cresce il pericolo che attacchi mirati agli impianti di desalinizzazione aggravino l’instabilità della regione, innescando nuove emergenze umanitarie o crisi migratorie nel Golfo, con il rischio di trasformare un conflitto già regionale in una disputa ancora più ampia per il controllo delle risorse idriche.

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