Il 2019 porta con sé un triste anniversario per l’Afghanistan, che entra nel quarantesimo anno consecutivo di conflitto. Invasione sovietica, guerra civile, insorgenza talebana, invasione statunitense, ascesa dell’Isis: in questi quarant’anni il conflitto si è declinato in diverse sfumature dilaniando il Paese centroasiatico arroccato tra le montagne del Pamir e dell’Hindu Kush. Un tempo considerato Paese inespugnabile, “tomba degli imperi” sin dai tempi di Alessandro Magno, abitato da popolazioni fiere e combattive che hanno inflitto alcune tra le peggiori umiliazioni all’Impero Britannico nel corso del celebre “Grande Gioco” del XIX secolo, in questi quattro decenni l’Afghanistan ha, in larga misura, rispettato la sua nomea.

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Ma proprio questo fatto ha portato a uno stato di continua instabilità. Oramai nel Paese vivono due generazioni che non hanno conosciuto altro fuorché un Paese sconvolto dalla guerra di turno, in parte o nella sua interezza. E dato che dal 1979 la popolazione afghana è più che raddoppiata, passando da meno di 15 a 33 milioni di abitanti, stiamo parlando della stragrande maggioranza degli abitanti.

L’inizio della fine: l’invasione sovietica dell’Afghanistan

Il giovane regime repubblicano instaurato in Afghanistan nel 1973 conobbe ben presto un durissimo banco di prova. Guidato sin dalle prime battute dal presidente Mohammed Daoud Khan, ex premier ai tempi della monarchia, il governo di Kabul era fortemente condizionato dalle scelte della locale formazione di ispirazione comunista, il Partito Democratico Popolare Afghano (Pdpa), e dalle istanze dell’etnia pashtun, che causarono scontri di frontiera con il Pakistan, Paese che iniziò a metà anni settanta il suo tradizionale sostegno alla guerriglia islamista nel vicino afghano.

Nel 1978 il Pdpa rovesciò Daoud in un violento colpo di Stato che iniziò il 27 aprile 1978 dopo l’assassinio del suo esponente Mir Akbar Khyber. Daoud fu assassinato, ma sorte migliore non aspettava il suo successore Nur Mohammad Taraki, che circa un anno dopo fu a sua volta estromesso dal potere in un regolamento di conti interno al Pdpa che causò l’ascesa di Hafizullah Amin. Taraki morì in maniera misteriosa il 14 settembre 1979, portando così l’Unione Sovietica ad avversare il suo successore, che riteneva poco controllabile. 

Già nei primi mesi del governo Taraki erano esplose manifestazioni e proteste tra i militari fedeli al vecchio regime. Il governo massimalista e repressivo di Amin esacerbò ulteriormente gli animi. A Mosca si arrivò persino a ipotizzare che Amin avesse legami con la Cia e si iniziò a pensare seriamente a un piano per destituirlo. 

Il 24 dicembre scattò l’invasione: decine di migliaia di truppe sovietiche il confine lungo il fiume Amu Darya, i paracadutisti occuparono le principali basi aeree, guidando l’avanzata fino a Kabul. Amin, rinchiuso nella capitale, cadde sotto i colpi delle forze speciali spetsnaz vestite con uniformi afghane. Il terzo Presidente afghano in un anno e mezzo moriva di morte violenta: un brutto presagio, che inaugurò quarant’anni di sangue.

Dai sovietici alla guerra civile

L’invasione fece da catalizzatore per i movimenti di opposizione al governo di Kabul: se fino ad allora il conflitto era stato una questione interna al popolo afghano, la presenza dei soldati sovietici lo trasformò in una guerra di liberazione dall’occupante straniero, portando molti nazionalisti moderati dalla parte dei mujaheddin. I sovietici imposero all’Afghanistan il nuovo Presidente Babrak Karmal, poco più di un fantoccio in un Paese diviso.

Per nove, lunghi anni le truppe di Mosca dovettero convivere con un ambiente ostile, esposti alle imboscate degli insorti nei valichi montani che le costringevano ad asserragliarsi nelle città. I ribelli, riuniti in diverse sigle di estrazione islamista, fomentati dai predicatori finanziati dall’Arabia Saudita, ebbero forti appoggi da parte dei servizi segreti pakistani e statunitensi, che garantirono loro armi di ultima generazione come i missili antiaerei Stinger, decisivi per respingere in forze i blitz aerei con cui il comando sovietico cercava di stroncare le varie insorgenze locali.

I sovietici, tra il 1979 e il 1988, ebbero 26mila vittime. Quando si ritirarono, dopo l’ascesa al potere di Mikhail Gorbacev e la stipulazione degli accordi di Ginevra nell’aprile 1988, lasciarono alle loro spalle un Paese devastato. Almeno 650mila i morti afghani, contando combattenti e civili. Il regime del Pdpa non cadde, tuttavia, dopo la fine del sostegno dell’Urss e si trincerò nelle sue ultime ridotte attorno a Kabul.

L’ascesa dei talebani

All’invasione sovietica subentrò una guerra civile strisciante. Il governo afghano – che poteva contare su 1500 carri armati, 900 mezzi blindati, 5mila pezzi d’artiglieria, 130 aerei da guerra e 14 elicotteri da combattimento, oltre che l’appoggio di miliziani filogovernativi – sostenne fino al 1992 l’urto dei mujaheddin, tra le cui file era andato in crescendo il numero di combattenti provenienti dal mondo islamico esterno all’Afghanistan. Mohammad Najibullah, ultimo leader dell’Afghanistan socialista, aveva tentato dopo il ritiro sovietico a offrire un compromesso politico agli islamisti, ma nel 1992 fu estromesso definitivamente dal potere, rifugiandosi negli uffici Onu di Kabul.

mujaheddin trionfanti diedero vita allo Stato Islamico dell’Afghanistan. Ma anche con il nuovo assetto istituzionale non si fermò la spirale di violenze. Troppe e troppo grandi erano le contraddizioni tra una galassia insurrezionale tenuta a lungo unita dall’ostilità ai sovietici e ai loro alleati e dai generosi finanziamenti degli Usa e degli alleati. Presto il fronte unito si spaccò: al governo internazionalmente riconosciuto di Burhanuddin Rabbani, sostenuto militarmente dal leggendario “Leone del Panjshir” Ahmad Massoud, si contrappose la formazione Hezb-I-Islami (Partito Islamico) di Gulbuddin Hekmatyar e, dal 1994, il nuovo partito dei Talebani. 

Dotati di armi americane, soldi sauditi e consiglieri militari pakistani, gli esponenti dell’ala radicale della resistenza antisovietica occuparono nel 1994 Kandahar e Herat, arrivando nel 1996 a conquistare Kabul. Najibullah, prelevato dagli uffici Onu di Kabul, fu barbaramente trucidato su ordine del  Mullah Omar, capo politico e religioso, dei Talebani divenuto leader del nuovo Emirato che gli estremisti islamici avevano formato. Le sigle rivali che precedentemente si contendevano il Paese formarono l’Alleanza del Nord, riconosciuta internazionalmente come legittimo governo afghano. Solo Pakistan, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita riconobbero invece l’Emirato Islamico dei Talebani. Tra il 1996 e il 2001 Massoud guidò la guerra di resistenza al dilagare dell’islamismo radicale.

Dopo l’11 settembre entrano in scena gli Stati Uniti

Il 9 settembre 2001 Massoud cadde vittima di un attentato suicida: l’Alleanza del Nord perdeva il suo campione, futuro eroe nazionale del Paese, in un’azione che avrebbe potuto spostare la bilancia a favore dei Talebani se due giorni dopo non fosse stata sorpassata dall’immane tragedia dell’11 settembre. Gli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono da parte dei terroristi di Al Qaeda portarono l’attenzione dell’amministrazione Bush direttamente sul regime dei Talebani, accusato di coprire le azioni degli uomini di Osama bin Laden e dare loro ospitalità.

I Talebani condannarono pubblicamente l’attentato e chiesero a Washington le prove della colpevolezza di bin Laden per procedere alla sua consegna. Bush e la sua amministrazione, tuttavia, rifiutarono di negoziare con quella che era ritenuta un’organizzazione terroristica e, dopo aver inviato un ultimatum ai Talebani, il 7 ottobre 2001 diedero il via alle operazioni militari con un’offensiva aerea in larga scala che aprì la strada al rovesciamento del regime islamista. In poche settimane l’Afghanistan fu occupato e a Kabul si insediò il governo transitorio di Hamid Karzai, che sarebbe rimasto al governo fino al 2014. Ma la violenza non avrebbe più accennato a diminuire.

Negli Afghanistan la più lunga guerra degli Usa

Come ha sottolineato Alberto Bellotto, “il conflitto in Afghanistan è la guerra più lunga che gli Stati Uniti abbiano mai combattuto. È stata chiamata in molti modi, ma il termine sui cui convergono monti esperti è “Long War”, la lunga guerra. Un confronto che fa impallidire gli impegni nei due conflitti mondiali, o il disastro del Vietnam”.  E se fino al 2006 il contingente stanziato nel Paese centroasiatico era inferiore ai 20mila uomini, negli ultimi anni dell’amministrazione Bush e nella prima amministrazione Obama l’esacerbazione della violenza ha portato gli Usa a dover rispondere innalzando fino a 100mila0 unità la presenza in Afghanistan.

Come sottolinea Bellotto, “tra il 2007 e 2008 la nuova insurrezione dei miliziani guidati dal Mullah Omar ha spinto il primo aumento di truppe da parte degli Usa, avvenuto nel 2009, come ultimo atto dell’amministrazione di George W. Bush. Nel frattempo anche la Nato ha iniziato le operazioni nel Paese con la missione Isaf. Verso la fine del primo decennio del nuovo millennio l’aumento di truppe delle forze americane e dell’Alleanza atlantica è diventato sempre più esteso”.

L’Afghanistan senza pace in una guerra senza fine

Sul lungo periodo, a 17 anni di distanza dall’entrata in campo delle prime truppe statunitensi e alla vigilia di un ritiro parziale che Donald Trump pare intenzionato a perfezionare nel 2019, la situazione sul campo è a dir poco sconfortante. L’Afghanistan rimane un Paese diviso, spezzato tra le aree controllate da un governo centrale debole, la rinascente forza dei Talebani che alternano fasi di aperta offensiva a momenti di apertura alla distensione e al dialogo e la nuova variabile dell’Isis, in campo dal 2015 nel Paese.

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Nel trentennio seguito al ritiro sovietico, nessun anno è stato per l’Afghanistan tanto sanguinoso quanto il 2017 e il 2018, che hanno portato con sé una durissima escalation e un numero di vittime saldamente oltre le 10.000 unità. I talebani”, si legge in un rapporto del Congresso statunitense, “hanno ottenuto guadagni significativi al sud, dove sono ben radicati, ma hanno mostrato una certa forza fuori dalle basi dove normalmente operano”, fungendo tanto da spina nel fianco al governo quanto da utile antemurale allo Stato islamico.

A quarant’anni dal golpe comunista e dall’ingresso sovietico nel Paese, l’Afghanistan si lecca le ferite. Il Paese che ha saputo essere tomba degli imperi ha visto insabbiarsi tra le sue montagne tanto i sovietici quanto gli statunitensi, ha conosciuto una violenza interna senza precedenti, visto la morte brutale di capi di Stato e leader politici, la dissoluzione dell’unità etnica e nazionale e il dilagare del terrorismo. Questo quarantesimo anniversario non è benaugurante per le speranze di pace. La guerra infinita continua, e nel silenzio del mondo conosce le sue ore più drammatiche da diversi decenni a questa parte.

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