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L’ultimo rapporto dell’intelligence britannica, del 3 maggio, riferisce che le forze armate russe sono “significativamente più deboli sia materialmente sia concettualmente” in seguito all’invasione dell’Ucraina. In particolare si afferma che il recupero da questa situazione sarà reso molto difficoltoso per via delle sanzioni e che questo avrà un pesante impatto nel lungo termine sulla capacità della Russia di dispiegare forze militari convenzionali. Viene anche detto che la modernizzazione dell’equipaggiamento delle forze armate di Mosca non ha permesso di ottenere il dominio nel conflitto e che il fallimento sia della pianificazione strategica sia della sua esecuzione non ha permesso di trasformare il vantaggio numerico in superiorità in battaglia.

Al netto della propaganda di Londra, tesa ora a ridimensionare l’effettiva forza dello strumento militare russo, ora a esacerbarla per agitare lo spauracchio di un conflitto esteso che, attualmente, sembra essere lontano, c’è un fondo di verità. La riforma delle forze armate russe, avviata nel 2008 dall’allora ministro della Difesa Anatoly Serdyukov (denominata New Look Army), che ha cercato di trasformare le forze di terra allontanandole dall’impostazione sovietica che le vedeva composte da divisioni parzialmente al completo (dal punto di vista modulare) per avere un esercito composto da brigate “pluriarma” (per usare un concetto occidentale) che potrebbero operare in modo indipendente, non ha visto la sua totale attuazione per una serie di cause che, principalmente ma non solo, risiedono nel regime sanzionatorio a cui è stata sottoposta la Russia a partire dal 2014.

Queste brigate modulari erano ritenute più adatte ai conflitti di counterinsurgency localizzati nelle immediate vicinanze della Russia. La resistenza dell’ambiente militare ma soprattutto le lezioni apprese in Ucraina, hanno convinto gli Stati maggiori a riportare alcune unità a una struttura di divisione/reggimento, più adatta a conflitti convenzionali su larga scala che però non hanno visto il regolare afflusso di armamenti di ultima generazione o rimodernati.

Possiamo fornire, a tal proposito, alcuni esempi chiarificanti: il cacciabombardiere di quinta generazione Sukhoi Su-57 non è ancora entrato in servizio se non per due soli esemplari e la sua produzione di massa continua a subire ritardi per via delle difficoltà incontrate nella costruzione del nuovo propulsore (l’Npo “Izdelye 30”); il nuovo Mbt (Main Battle Tank) T-14 “Armata” sta subendo la stessa sorte, e per ora si è visto solo durante le parate effettuate a Mosca nel giorno della Vittoria; restando nell’ambito dei mezzi terrestri anche i moderni Aifv (Armoured Infantry Fighting Vehicle) Kurganets-25 e T-15, nonché i Bmpt-72 “Terminator” si sono visti in pochissimi esemplari.

La modernizzazione di vecchi mezzi di origine sovietica, come il carro T-72 nella versione B3M visto per la prima volta nel 2014 e cominciato a essere consegnato ai reparti nel 2017, procede a rilento.

Dal punto di vista navale l’attenzione è stata rivolta maggiormente ai sistemi di consegna dei missili balistici intercontinentali: la componente di Ssbn ha visto entrare in servizio i nuovi classe Borei ma la Voenno-morskoj Flot ha ancora in servizio i vecchi classe project 667Bdr “Kaľmar” (o classe Delta III in codice Nato), il cui disegno originale risale al 1972. Bisogna far notare, da questo punto di vista, che anche dalla parte opposta, negli Stati Uniti, la componente marittima della “triade nucleare” si affida ancora ai classe Ohio, stante le difficoltà della cantieristica statunitense che affronta carenza di manodopera e infrastrutture: solo un battello della nuova classe Columbia è stato impostato. Mentre oltre Atlantico, però, si sono lanciati programmi di rinnovamento, come ad esempio quello per le nuove fregate (FFG(X)) e si sta pensando di avviare quello per un nuovo cacciatorpediniere, da parte russa quello che avrebbe dovuta essere la nuova unità in sostituzione degli Udaloy (i “Lider”) è rimasta sulla carta, così come la nuova portaerei classe “Shtorm”, che dovrebbe andare a sostituire l’ammiraglia della Flotta Russa, la Kuznetsov che si trova attualmente ancora in cantiere per lavori di modernizzazione funestati da diversi incidenti, indice del livello non ottimale dei cantieri navali russi che hanno ancora un rapporto ore lavoro/tonnellaggio inferiore rispetto a quello occidentale.



Mosca ha dovuto razionalizzare le spese per la Difesa, andando a indirizzarle verso il suo arsenale nucleare strategico, che rappresenta l’unico vero strumento efficace di deterrenza: sono stati schierate le nuove testate ipersoniche plananti (Hgv – Hypersonic Glide Vehicle) “Avangard” e un nuovo Icbm pesante, l’Rs-28 “Sarmat”, è prossimo a entrare in servizio, ma anche in questo campo la Russia ha dovuto decurtare i suoi programmi sospendendo la progettazione del nuovo Icbm mobile Rs-26 “Rubezh”.

Con queste premesse in mente bisogna considerare che il conflitto in Ucraina sta sicuramente prosciugando ulteriormente le risorse belliche russe: l’aviazione di Mosca sta facendo largo uso di munizionamento a caduta libera (le bombe della famiglia Fab), invece di quello guidato, e questo, ancora una volta, trova spiegazione proprio in quanto avvenuto dopo il 2014. Dopo l’annessione della Crimea nella Federazione, infatti, l’Ucraina ha posto un embargo totale alla Russia che riguarda anche la componentistica in ambito militare, come i sistemi di precisione per ordigni aeronautici, elettronica dei sistemi di guida per missili, turbine navali ecc. Mosca ha quindi dovuto sopperire a queste lacune tramite il suo mercato interno, ovvero facendolo nascere praticamente da zero, stante le scarse importazioni (e di sistemi non della stessa qualità) arrivanti dalla Cina. Qualcosa che tocca anche l’equipaggiamento base dei mezzi russi: è molto probabile che alcune delle difficoltà riscontrate dai veicoli ruotati russi durante l’invasione siano imputabili a pneumatici di fabbricazione cinese di scarsa qualità, che tenuti per anni nei depositi si sono deteriorati più velocemente del previsto.

Esistono poi dei fattori interni che minano l’efficienza delle forze armate russe, in particolare dell’esercito: innanzitutto l’avvento di Vladimir Putin non è stato in grado di debellare la piaga della corruzione con immaginabili ripercussione sull’efficienza dei mezzi in dotazione, secondariamente l’esercito russo manca di una classe di sottufficiali, problematica individuata da Serdyukov, corposa come quella occidentale capace di fare da tramite efficace tra i quadri e la truppa e quindi in grado di migliorare le capacità di esecuzione degli ordini e di aumentare lo “spirito di appartenenza”.

L’attuale conflitto ha sicuramente indebolito le forze armate russe (del resto si tratta sempre di una guerra d’attrito che non era nei piani del Cremlino), sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, ma queste, e in particolare l’esercito, non sono affatto da considerare come uno strumento in decadenza o inefficace: la Russia è capace di mobilitare un gran numero di mezzi e uomini che possono rappresentare una forza imponente in uno scontro convenzionale, ma soprattutto ha migliaia di mezzi di vecchia generazione tenuti in riserva forti della convinzione – molto plausibile – che uno scontro ad alta intensità con la Nato vedrà rapidamente sparire dal campo di battaglia gli armamenti moderni e ad alta tecnologia per lasciare spazio a quelli più obsoleti: qualcosa che in Occidente non viene considerato con la stessa importanza, ritenendo che la superiorità tecnologica sia il fattore chiave per la vittoria.

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