Si è spesso ripetuto nelle ultime ore che la guerra in Afghanistan è finita. Ma è forse vero il contrario. Con il decollo, avvenuto a un minuto dalla mezzanotte del 31 agosto, dell’ultimo aereo militare Usa ancora presente a Kabul, è terminata una missione lunga vent’anni. Un’operazione durata molto, costata tanto e che ha portato a (quasi) nulla. Ma questo non ha segnato al momento la fine della guerra. L’Afghanistan, all’alba de primo settembre, non è affatto in pace. Di questo anche gli stessi talebani, nonostante i festeggiamenti per la fuga americana della notte di martedì, ne sono ben consapevoli.

Cos’ha rappresentato l’operazione Enduring Freedom

In termini di vite umane e di soldi, i costi della missione Usa in Afghanistan sono stati ingenti. Alla Casa Bianca ad echeggiare è lo spettro dei “duemila”. Sono stati più di 2.000 infatti i marines morti nel Paese asiatico dal 2001 ad oggi, mentre sono stati più di 2.000 i miliardi di Dollari spesi per mantenere in vita la missione. Cifre che oltre a destare scalpore, in queste ore stanno facendo riflettere e non poco. Con il ritorno dei talebani a Kabul, quale senso si può dare alle vite di oltre 2.000 soldati caduti in 20 anni? E a cosa sono serviti tutti quei soldi messi sul piatto dell’operazione? A Washington si prova a trovare nella lotta al terrorismo una magra consolazione. Si è andati in Afghanistan nell’ottobre del 2001, avviando l’operazione cosiddetta Enduring Freedom, per colpire Osama Bin Laden, reo degli attentati dell’11 settembre. E alla fine lo sceicco del terrore è stato stanato. Così come ad oggi la sua organizzazione Al Qaeda appare molto più indebolita.

Una giustificazione che convince, ma fino a un certo punto. Perché Bin Laden è stato ucciso dieci anni fa e per giunta non in Afghanistan ma nel vicino Pakistan. E se da un lato è vero che Al Qaeda ha subito un drastico ridimensionamento, dall’altro non si può certo dire che oggi gli Usa e il mondo intero siano al sicuro. Il terrorismo jihadista ha trovato nuove sigle, l’Isis in primo luogo, e nuove basi da dove pianificare attacchi. Quanto accaduto tra Siria e Iraq in anni più recenti e l’attuale situazione nel ben più vicino Sahel lo dimostrano. Alle domande sul significato di Enduring Freedom non è quindi possibile rispondere. Se non ammettendo una verità che per gli americani può suonare come beffa. E cioè che tutti quei costi umani, economici e sociali altro non hanno rappresentato che un’azione destinata a passare alla storia come una “banale” operazione all’interno di una guerra più ampia. Il conflitto in Afghanistan era già arrivato nel 1979 con l’invasione dell’Urss, poi è proseguito con la guerra civile tra i signori della guerra e poi con il primo avvento dei talebani. Nel 2001 la presenza Usa ha “solo” rappresentato un segmento in più di questa lunga scia bellica. Destinata, con ogni probabilità, a non terminare a partire da domani.

Le possibili difficoltà di governo per i talebani

Per dichiarare finita una guerra, ci deve essere una pace. Kabul, all’indomani dell’addio degli americani, non ha proprio l’aspetto di una città in pace. Uomini barbuti e con turbante girano per le strade armati di kalashnikov, molta gente ancora prova a nascondersi o a scappare. Ma soprattutto la solidità talebana è ancora tutta da verificare. Loro, i nuovi padroni, di questo ne sono consapevoli. Del resto negli ultimi anni hanno “studiato” da leader. Una volta tornati al potere hanno lanciato dichiarazioni distensive, hanno usato i social per la propaganda, hanno dato un aspetto da “classe dirigente”. E la cosa non è poi così sorprendente. Già quando occupavano porzioni di territorio periferico negli ultimi anni hanno istituito governi ombra, in contrapposizione alle istituzioni ufficiali. In poche parole, i talebani oggi sanno come poter gestire una qualche forma di amministrazione e di governo.

Ma in un Paese come l’Afghanistan non basta per poter considerare finita ogni discussione tanto politica quanto militare. Chiunque nella storia è stato convinto di esser riuscito a mettere definitivamente le mani sul territorio afghano, alla fine ha trovato spiacevoli sorprese. Vale per le potenze straniere, così come per gli attori locali che di volta in volta si sono alternati alla guida a Kabul. Vale tutto questo anche per i talebani. Gli studenti coranici devono adesso in primo luogo sbrogliare la matassa economica. Le banche sono ancora chiuse, i fondi di Stato congelati, le merci non arrivano. La gente nelle prossime settimane rischia di essere senza cibo e senza stipendi. Ci sono poi altri fronti aperti. Non solo quelli militari nel Panjshir, dove la resistenza non è cessata, ma anche quelli politici. I talebani sono costituiti da una galassia di gruppi e tribù Pasthun tenuta assieme dalla lotta al nemico comune, rappresentato dalle forze internazionali. Ora che anche l’ultimo soldato Usa è andato via, occorre verificare in che modo questa galassia potrà essere ancora tenuta unita.

La guerra non è finita

Pace e stabilità non sono vocaboli rientranti nella storia recente dell’Afghanistan. Prima di verificare se un nuovo gruppo di potere è in grado di dare normalità al Paese, devono forse passare molti anni. Nell’immediato forse i talebani riusciranno a mantenere una qualche forma di stabilità, ma non tanto per la retorica islamista o per la presunta vittoria contro le forze occidentali. Quanto, invece, per la stanchezza degli afghani. La poca resistenza all’avanzata talebana è possibile spiegarla proprio in questa ottica. Ma non appena una tribù, un’etnia o un determinato gruppo manifesteranno insofferenza, anche per gli studenti coranici sarà difficile poter “ostentare” la pace.