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Guerra

La guerra ibrida? Non l’ha inventata la Russia e forse nemmeno esiste

Nel dibattito europeo il termine guerra ibrida viene impiegato come contenitore di qualunque azione che non fosse l’azione militare diretta.
guerra ibrida

Dopo i fatti di Lipsia si è tornati prepotentemente a parlare di guerra ibrida. Ma che cosa si intende di preciso con questo termine? In realtà non esiste una definizione condivisa di guerra ibrida. È un termine coniato intorno al 2006 per descrive le azioni militari particolarmente efficaci di Hezbollah (quindi un attore non-statuale) nella guerra contro Israele, ma dopo l’invasione della Crimea nel 2014 l’UE e la NATO lo hanno massicciamente impiegato per descrivere le azioni russe. Qui emerge già un chiaro problema di sostanza. Come può una definizione descrivere prima le azioni militari, il warfare si direbbe in inglese, di un gruppo non statuale che, malgrado potesse essere considerato molto avanzato e preparato, rimaneva un attore con limiti economici e organizzativi evidenti, e allo stesso tempo azioni non militari non solo di un attore statuale, ma anche di un Paese che possiede l’arsenale nucleare più grande al mondo, oltre che enormi risorse naturali, ricopre cruciali posizioni diplomatiche (come per esempio il ruolo di potenza all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU), come la Russia?

La risposta è scontata: non può. Infatti, nel dibattito europeo (l’aggettivo europeo è importante perché il dibattito strategico americano, per esempio, è stato meno interessato a questo aspetto) post-2014, il termine guerra ibrida viene impiegato come contenitore di qualunque azione che non fosse l’azione militare diretta, finendo così per includere qualunque cosa e perdendo qualsiasi utilità se non quella narrativa. Essendo un contenitore per svariate situazioni il termine guerra ibrida ha finito per includere: azioni di propaganda più o meno organizzate in una reale strategia; azioni economiche di contrasto al nemico o di supporto a fazioni amiche; interferenza interna; operazioni nella dimensione cyber; impiego di milizie locali; impiego di forze speciali. L’elenco potrebbe continuare ma per ragioni di spazio ci fermiamo qui.

Così però emergono due problematiche fondamentali che minano alla base l’idea di guerra ibrida. Primo, tali azioni pur essendo molto variegate tra loro non sono una novità nello scenario della politica internazionale né sono appannaggio della sola Russia. Per fare un esempio gli Stati Uniti fondarono durante la Guerra fredda Radio Free Europe proprio per diffondere oltre la Cortina di ferro la loro propaganda e di certo negli ultimi anni non si sono astenuti dal suo uso. Le sanzioni economiche sono da sempre strumento prediletto di Washington. Nel 2011 Cia e Mossad impiegarono strumenti di cyberwarfare per distruggere le centrifughe del programma nucleare iraniano grazie al worm informatico Stuxnet. Il supporto a milizie locali in contrapposizione al governo e l’invio di forze speciali è un marchio di fabbrica dell’impiego militare americano negli ultimi decenni, si pensi alle prime fasi dell’operazione Enduring Freedom in Afghanistan (da qui il termine sviluppato proprio in America di Afghan Model) o al supporto ai curdi in Medio Oriente. Di conseguenza, non solo la definizione di guerra ibrida fa passare per novità elementi che non lo sono offrendo una falsa idea di sorpresa, ma anche appiattisce sull’attualità aspetti e problematiche che sono invece vecchie quanto la guerra stessa. La propaganda ha una storia millenaria e non è certo una novità odierna, tanto meno russa, anche se oggi con internet, social media e AI ha indubbiamente conosciuto un impatto e un ruolo maggiore rispetto al passato. Ma ciò vale per tutti gli attori del sistema internazionale, non solo per Mosca.

A Mosca non sanno cosa sia

E qui risiede l’altro problema, ovvero: in Europa si è affermata l’idea che la guerra ibrida sia russa, ma la realtà è un po’ diversa. Nella dottrina russa il termine non esiste, è un qualcosa coniato in Europa e poi applicato ad azioni russe. Come ho scritto altrove, la dottrina russa e il modo di combattere russo sono ben più complessi e articolati rispetto a quello che la semplice definizione di guerra ibrida vorrebbe sottolineare, e soprattutto si concentra sul campo di battaglia come si è visto in Siria e Ucraina pur con risultati non ottimali. Secondariamente, tutti gli Stati pongono una forte attenzione sulle informazioni e sulle narrative (che per la vulgata sono i tratti distintivi della guerra ibrida). Nei documenti ufficiali NATO, per esempio, si dice espressamente che la comunicazione strategica mira: “a influenzare gli atteggiamenti e i comportamenti del pubblico per conseguire lo stato finale desiderato, adottando un approccio basato sulla narrazione a tutti i livelli”.

Infine, un problema più sottile ma estremamente pericoloso che si nasconde dietro il termine guerra ibrida è che confonde due aspetti diversi: quello della diplomazia e quello della guerra. È scontato dire che i due sono strettamente connessi e non serve citare Clausewitz per riconoscere che la politica internazionale, e quindi la diplomazia, possa in taluni contesti impiegare lo strumento della guerra per raggiungere i propri obiettivi. Tuttavia dire che le azioni di propaganda, che nessuno vuole negare, siano una forma di guerra implica due conseguenze molto pericolose. Primo, conduce a un’immediata escalation dall’ambito diplomatico-politico, dove da sempre si sono impiegati questi strumenti insieme a quelli economici e simili, a quello bellico dove le armi iniziano a sparare e il controllo politico si fa più difficile. Secondo, introduce una narrativa bellica all’interno del discorso politico molto rischiosa perché offre, soprattutto al pubblico meno esperto di queste tematiche, una visione delle dinamiche di politica internazionale estremamente semplificata, che non solo non corrisponde al vero, ma è anche dal punto di vista teorico e analitico alquanto debole e dunque incapace di leggere nel modo corretto gli eventi.

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