Improvviso, crudele, breve e basato sulle tecnologie dell’informazione. Era il 2016 quando, durante un’esercitazione navale, l’esercito cinese definiva così, con una dichiarazione pubblica, un possibile conflitto navale in mare aperto. Da allora sono passati quattro anni e, nonostante varie tensioni marittime regionali, tale eventualità non si è mai verificata.

È pur vero che le acque del Mar Cinese Orientale e Meridionale sono sempre più calde, visto che la Cina, adesso che è diventata una vera e propria superpotenza, non ha più alcun timore – semmai ne avesse avuto in passato – di entrare in collisione con i suoi vicini di casa. Fino a pochi anni fa, il problema principale del Dragone non era tanto intraprendere un testa a testa con Vietnam, Giappone, Corea del Sud, Filippine o Taiwan, quanto chiamare in causa, indirettamente, gli Stati Uniti.

Già, perché Washington continua a considerare il Pacifico un’area strategica, anche se con l’avvento di Donald Trump in poi abbiamo assistito a una sostanziale ritirata americana dai più importanti palcoscenici esteri. Dunque, nel caso in cui la Cina dovesse davvero superare certi limiti, la Casa Bianca sarebbe pronta a scendere in campo in difesa di uno dei suoi alleati asiatici asiatici.

In un certo senso, alcuni analisti considerano un’eventualità del genere un possibile casus belli che consentirebbe all’America di recuperare il terreno perduto in Asia. Attenzione però, perché chi pensa che da queste parti le guerre marittime saranno combattute con missili e cannoni è completamente fuori strada.

Il concetto di guerra elettronica

Un concetto fondamentale per capire come si svilupperanno le dispute in questa turbolenta porzione di mondo è quello di guerra elettronica. La cosiddetta Electronic warfare (EW) include ogni azione che comprende l’utilizzo dello spettro elettromagnetico o dell’energia diretta a controllare, alterandolo, lo spettro delle emissioni radio.

La EW segue due modus operandi: attaccare le forze nemiche, rendendo non operativi alcuni suoi strumenti, oppure assalirle tramite il citato spettro elettromagnetico. L’obiettivo, invece, è quello di ottenere un vantaggio tattico e strategico neutralizzando gli altrui sistemi meccanici e robotici.

Tre sono le componenti fondamentali delle moderne tecniche di guerra elettronica: le contromisure elettroniche, le contro-contromisure elettroniche e le misure di supporto elettroniche. Nel primo caso si punta a disturbare l’avversario, attraverso l’uso attivo o passivo dello spettro elettromagnetico per impedirne l’uso al rivale. La seconda componente ruota attorno a tutte quelle attività mirate a rendere le contromisure elettroniche avversarie meno efficaci.

Arriviamo infine all’ultimo punto, probabilmente il più importante di tutti. Le misure di supporto elettroniche servono consistono nell’uso passivo dello spettro elettromagnetico per spiare, identificare, localizzare o interpretare bersagli o potenziali minacce. Le informazioni raccolte potranno quindi essere impiegate per movimentare le proprie truppe verso una certa area, prevenire le mosse del nemico o richiedere fuoco di artiglieria.

Limitare la Cina

La Cina ha investito un fiume di denari per prepararsi al meglio a una possibile guerra elettronica. Pechino può contare su diverse installazioni radar piazzate nella regione, a conferma dell’intenzione di voler monitorare in tempo reale quanto accade nel Mar Cinese. Il gigante asiatico sostiene che la funzionalità di tali installazioni sia destinato solo ed esclusivamente a ricerca e salvataggio; in realtà sono utilissime per le manovre dell’esercito e una fonte di grande preoccupazione per gli Stati limitrofi, in primis il Giappone.

Ed è proprio il Giappone l’unico Paese della regione in grado di opporre una adeguata resistenza alla Cina. Tokyo, più che Taiwan, Corea del Sud e altri ancora, si è fatto trovare prontissimo. Nell’agosto 2019 il Ministero della Difesa giapponese aveva richiesto un budget di 50,5 miliardi di dollari per migliorare le proprie tecnologie militari. Sempre un anno fa il Giappone ha adottato il Network Electronic Warfare System, mentre l’ultima novità riguarda una nuova unità formata da 80 specialisti ideata per disturbare i segnali e le comunicazioni del nemico in caso di eventuali aggressioni.

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