Siria: Hama e Homs, i jihadisti trionfano laddove erano stati sconfitti. Ora a rischio anche Damasco

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Una ruspa che demolisce barriere improvvisate e membri della polizia militare russa che attraversano vecchie trincee, portando con sé i propri vessilli e quelli dell’esercito siriano. Sembrano immagini molto lontane nel tempo e invece risalgono ad appena, si fa per dire, sei anni fa. Questo scenario risale infatti al maggio del 2018 e si riferisce all’ingresso delle truppe russe e governative ad Al Rastan, città a metà strada tra Hama ed Homs. Qui per anni ha avuto sede una delle sacche anti governative più importanti, dove gli islamisti si sono trincerati per almeno sei anni prima di arrendersi e fuggire a Idlib con l’ombrello della mediazione turca.

È per questo che l’ingresso delle scorse ore dei miliziani di Tarhir Al Sham proprio ad Al Rasato ha assunto un significato ben preciso. Con la caduta della cittadina situata lungo la M5, l’autostrada che collega Damasco con Aleppo, Homs è a un passo. E tra tutti i siriani, adesso è sempre più forte l’idea che la situazione per i governativi oramai èsiadisperata.

Tutto torna lì dove è iniziato

Se si guardano i video diffusi giovedì sui social dai miliziani appena entrati ad Hama, si nota che in tanti urlano la stessa frase: “Siamo arrivati qui dopo 40 anni”. Il riferimento è chiaro: per molti la presa della quarta città siriana è una vendetta per i raid del 1982, attuati da Hafez Al Aassad (padre dell’attuale presidente Bashar) per stroncare la ribellione dei Fratelli Musulmani. Quel bombardamento rappresenta uno dei motivi per cui nel 2011, quando la Siria è entrata nel vortice delle proteste anti governative, in tanti hanno guardato ad Hama come prima papabile “capitale” delle rivolte.

E invece, al contrario, la città in questi 13 anni è rimasta saldamente nelle mani di Damasco, almeno fino a giovedì. Il vero epicentro delle proteste è stato invece rappresentato subito da Homs, terza città della Siria e anch’essa “affacciata” sulla famigerata autostrada M5. Tutto è partito proprio da Al Rastan, lì dove l’esercito è stato costretto ad abbandonare i suoi checkpoint già nel 2012. La perdita della cittadina ha spalancato le porte della periferia di Homs ai combattenti anti governativi, tra le cui fila iniziavano a essere notate in quel momento anche fazioni islamiste.

Sono poi seguiti almeno due anni di intensi combattimenti, dove interi quartieri della città sono stati rasi al suolo. Quella di Homs ha rappresentato la prima vera battaglia significativa della guerra in Siria, antecedente anche all’intervento russo del 2015. La città è stata ripresa dalle forze di Damasco soltanto nel 2014, anche se, per l’appunto, più a Nord per altri quattro anni la sacca di Al Rastan ha continuato a rappresentare un segno della presenza islamista nella regione.

Quando giovedì è caduta Hama, molti analisti hanno pensato a un trinceramento dell’esercito siriano ad Al Rastan: il fiume Oronte che bagna la cittadina dona, a chi è impegnato nella difesa, una possibilità in più per rallentare l’avanzata avversaria. Al contrario, lì dove tutto è iniziato, oggi non si è sparato nemmeno un colpo: le fazioni anti governative hanno preso anche Al Rastan e adesso tornano a guardare Homs da vicino.

Damasco costretta a richiamare militari da Deir Ezzor

Ma la presa di Al Rastan e il probabile nuovo ingresso a Homs non rappresenta solo una conquista simbolica. Il ritorno dei gruppi islamisti nella zona segna uno dei punti più significativi del conflitto. Circondare Homs vuol dire infatti iniziare a pensare all’altra grande città che si trova più a Sud lungo la M5: Damasco. La capitale siriana inizia a essere nel mirino e questo sembra essere stato capito anche dagli stessi vertici del governo. Centinaia di soldati infatti sono stati avvistati lungo le arterie del deserto a Est di Homs, indirizzati precipitosamente verso Ovest: il loro compito, a questo punto, non sarà tenere le aree rurali dell’Est ma, al contrario, difendere il palazzo presidenziale dove vivono gli Assad. Non è un caso quindi se, nelle scorse ore, miliziani filo curdi delle Sdf sono entrati a Deir Ezzor.

Non solo, ma chiudere le arterie attorno Homs vuol dire anche, considerando anche la recente presa di Hama, isolare le province di Latakia e Tartus. Ossia le uniche non raggiunte oggi dalla guerra e le due vere roccaforti della popolazione sciita e alawita. Inoltre, è bene ricordare che a Tartus è presente la flotta russa del Mediterraneo mentre, più a Nord, a Latakia è stato impiantato nel 2015 il quartier generale delle forze di Mosca in Siria. Tagliare fuori questa parte del Paese, vuol dire isolare alcune delle più importanti basi russe.